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Il rientro del disincanto

di

Stefano Guerra
Fra sei giorni inizia l’anno scolastico 2004-2005. Dal 2 settembre docenti delle scuole medie e professionali e delle medie superiori lavoreranno un’ora in più alla settimana per lo stesso salario. Così hanno voluto elettrici ed elettori ticinesi, bocciando lo scorso 16 maggio con il 54,8 per cento dei voti il referendum lanciato contro una delle modifiche legislative più controverse contenute nel preventivo 2004. A tre mesi e mezzo dal verdetto popolare – e mentre Dipartimento educazione, cultura e sport (Decs) e sindacati discutono dei risparmi da inserire nel preventivo 2005 – i docenti si apprestano a tornare in classe e a sperimentare quanto incida veramente una misura aspramente criticata dagli uni, giudicata sopportabile e inevitabile dagli altri. Fra i primi il malcontento per l’esito della votazione è ancora vivo, tanto che nelle riunioni dei collegi dei docenti previste nei prossimi giorni uno dei temi che terrà banco sarà la rinuncia a diverse attività extrascolastiche (gite di fine anno, giornate di studio e svago in esterno, ateliers di lavoro manuale, eccetera) che gli insegnanti da anni hanno assunto a titolo volontario. Già ventilata in alcuni istituti prima delle vacanze estive, allora la possibilità di uno sciopero dello zelo era stata accolta con freddezza e con un invito alla calma dal Comitato referendumscuola, ora ribattezzato Comitato scuola. Nell’imminenza del rientro scolastico, Fabio Camponovo – insegnante liceale, formatore di insegnanti presso l’Alta scuola pedagogica di Locarno e l’Istituto di pedagogia dell’Uni di Friburgo e uno dei principali animatori del comitato referendario – invita a leggere nell’ipotesi di parziale (e non si sa ancora quanto diffusa) abdicazione dalle attività extrascolastiche non «una bieca volontà di rivalsa» ma «un segno di onestà e responsabilità» manifestato da insegnanti che, prima e dopo il 16 maggio, si pongono due domande fondamentali: «di fronte al peggioramento delle condizioni di lavoro e all’aggravio di un’ora-lezione settimanale si potrà continuare a garantire un lavoro educativo di qualità senza rinunciare ad attività precedentemente assicurate? Che cosa è imprescindibile e che cosa invece può essere tralasciato?» «La condizione professionale dell’insegnante – lo stanno a dimostrare numerose inchieste nazionali e internazionali – non consente indiscriminati aggravi lavorativi – spiega ad area Fabio Camponovo –, pena l’insorgere di fenomeni di stress, di burnout e, in definitiva, pena lo scadimento qualitativo dell’impegno di formazione. Dunque, anche se può sembrare paradossale, la rinuncia a certe attività (semmai fosse il caso) potrebbe essere condizione per un impegno minimamente serio nel campo dell’insegnamento». Fabio Camponovo, dal 2 settembre i docenti delle medie, delle medie superiori e delle scuole professionali impartiranno un’ora di lezione in più alla settimana. Con quale spirito si apprestano ad affrontare il nuovo anno scolastico? Chi affronta seriamente il tema della qualità della scuola sa bene che, al di là delle strutture, dei programmi, delle condizioni sociali e istituzionali, il fattore determinante in un rapporto educativo è sempre quello umano. È l’insegnante, con la sua motivazione pedagogica e la sua preparazione culturale e scientifica, a incidere maggiormente sul processo formativo. Ora, un insegnante che, come è stato il caso in Ticino ma non solo, vede progressivamente intaccato il suo fondamentale ruolo culturale e peggiorate le già difficili condizioni di lavoro non può che lentamente smarrire le motivazioni prime del proprio impegno. Personalmente non credo che l’inizio del nuovo anno porterà a sconvolgimenti o disimpegni particolarmente evidenti. Non è questo il punto. Di sicuro gli insegnanti affronteranno il loro compito con la solita dedizione e il consueto senso di responsabilità. Quel che invece mi preoccupa è l’erosione sotterranea, meno visibile ma non per questo meno grave, del profilo professionale dell’insegnante: sempre più povero sul piano intellettuale, sempre meno responsabile nella definizione della politica scolastica e culturale del Cantone. Se a questo si aggiunge lo scollamento evidente (direi quasi insopportabile) che oggi si avverte fra chi è al fronte dell’impegno scolastico e chi assume la responsabilità politico-istituzionale della scuola ticinese, allora non si può non essere preoccupati. In definitiva, temo che gli insegnanti ticinesi non potranno che affrontare il nuovo anno con maggiore disincanto e con un senso frustrante di rassegnazione: premesse tutt’altro che buone per chi ha a cuore la qualità della scuola. Condivide quindi l’opinione di Paul Guidicelli, che su laRegione ha scritto di un docente che «non si sente appoggiato», «lasciato allo sbaraglio», individuando i più sfiduciati fra i cinquantenni? Le osservazioni di Guidicelli sono acute. Mi sembra che esse centrino alcune questioni fondamentali, come quelle del progressivo venir meno di una considerazione sociale, ma anche – e soprattutto – politica del ruolo dell’insegnante. Siamo lontani ormai dagli anni in cui il mandato educativo era avvertito come un obbligo etico e civile per uno Stato democratico; lontani dai tempi in cui la classe politica guardava alla scuola con il necessario rispetto e con la giusta considerazione per il lavoro intellettuale. Si è invece aperta una stagione smaccatamente pragmatista in cui l’emancipazione culturale è viepiù considerata normale componente del grande mercato formativo. A farne le spese, va da sé, è anche la figura tradizionale dell’insegnante, confrontata con compiti educativi che si moltiplicano ma anche con una considerazione politico-istituzionale che nei fatti la svilisce e non esita a ridurla a mero impiego didattico. Sono i cinquantenni i più sfiduciati? Forse sì, sono proprio loro infatti quelli che hanno professionalmente costruito per sé un’identità forte come uomini di cultura e come pedagogisti; sono loro quelli che hanno creduto nel valore intrinseco del compito intellettuale e che oggi avvertono con maggiore (e drammatica) chiarezza il declino di una professione. Dopo la votazione del 16 maggio il Comitato referendario si è trasformato in Comitato scuola. Quale sarà il suo compito nei mesi a venire? L’esperienza dei referendum ha permesso agli insegnanti di costruire un interessante movimento di opinione intorno alle questioni scolastiche. La campagna referendaria è stata condotta con spirito unitario, in accordo con le organizzazioni sindacali, le associazioni dei genitori e altre associazioni sensibili agli aspetti sociali e culturali del servizio pubblico. Questa ricchezza del “movimento” deve essere preservata. Ciò significa che anche in futuro gli insegnanti dovranno fare uno sforzo per spiegare le loro decisioni e per collocare il dibattito in una dimensione politico-culturale ampia, che affronti i temi dell’insegnamento e del “fare scuola” in un’ottica condivisa. Questo sarà forse il compito del movimento della scuola: aprire una fase nuova, di riflessione e di azione politico-culturale.

Pubblicato

Venerdì 27 Agosto 2004

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