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Lavoro

Il quarto stato

di

Giuseppe Dunghi

Ci sono le bombe normali, le bombe speciali, quelle a scoppio ritardato, quelle a grappolo, le bombe chimiche e le bombe giocattolo. Con queste ultime i bambini perdono solo le mani oppure rimangono ciechi, in ossequio alla teoria che invece di un morto è meglio provocare al nemico un ferito, anzi un invalido, meglio se giovane.


E poi una bomba ancora più efficace. Non causa nessun danno materiale, lascia vive le persone, non comporta spese di fabbricazione e di trasporto, non provoca conflitti di coscienza. Un’invenzione geniale che ha fatto sparire di colpo tutti quelli che non si è riusciti a eliminare con la guerra fredda, i colpi di stato, il blocco contro Cuba, i rapimenti dei servizi segreti, le sanzioni economiche, la prigione di Guantá- namo e gli assassinii mirati di Obama e Trump. Una bomba fatta di parole, anzi una sola parola, una parola d’ordine: classe media.


Si va da 3.930 a 8.421 franchi di reddito mensile. Grazie a questo reddito ci si possono togliere delle soddisfazioni e realizzare qualche desiderio: metter su famiglia, comprare casa, fare qualche viaggio. Cose normali ma che impreziosiscono la vita, come ha affermato un rappresentante del Ticino a Berna. Invece quelli che si trovano al di sotto dei 3.930 franchi la vita non se la possono impreziosire.


È bizzarro, ma l’appartenenza alla classe media fa vincere i processi, lo dice la signora Williams, un’avvocata nella serie del tenente Colombo abile nel corrompere i testimoni: «C’è una bella giuria di ceto medio, odio profondo per le compagnie di assicurazione, secondo solo all’antipatia per la classe operaia». E i servizi del Mondo di mezzo possono rivelarsi utili a volte, come quelli di Massimo Carminati intercettato nell’inchiesta Mafia capitale: «Ci stanno… come si dice… i vivi sopra e i morti sotto, e noi stiamo nel mezzo, capito come idea? …allora nel mezzo, anche la persona che sta nel sovramondo ha interesse che qualcuno del sottomondo gli faccia le cose che non può fare nessuno».

 

La classe media può naturalmente occupare il potere, capitava per esempio già ai tempi della Repubblica di Siena, come scriveva Bindo Bonichi nel 1330: «Quando i mezzan diventano tiranni / prechi Iddio la cittade, che la guardi / dagli affamati e pessimi leopardi / ch’hanno assaggiato il Giglio e San Giovanni» (il dritto e il rovescio del fiorino d’oro).


Saremmo dunque tutti classe media. Ma che cosa fa la classe media quando non è impegnata a godersi le meritate soddisfazioni? Ha paura. Paura che gli sgravi fiscali non siano abbastanza sostanziosi, paura di finanziare i servizi pubblici e la cultura, paura di diventare uguali agli altri europei, di dover mantenere i rifugiati, di costruire case a pigione moderata che non darebbero l’agognato reddito, paura che lo Stato possa essere qualcosa di più di un tappabuchi, paura che cessi il flusso delle badanti dai paesi dell’Est, paura di dare ai frontalieri più di 20 franchi all’ora. E una società fondata sulla paura diventa inevitabilmente conservatrice e reazionaria.


Però il dipinto che Giuseppe Pellizza da Volpedo realizzò nel 1901, la donna con il figlio in braccio, gli uomini in maniche di camicia in cammino verso la luce, verso il meglio, la solidarietà e la giustizia, verso una società non dominata dalla paura ma dalla speranza, una società di uguali – comprato nel 1920 dal Comune di Milano attraverso una sottoscrizione pubblica e ora esposto nel Museo del Novecento – quello non sono riusciti a farlo sparire.

Pubblicato

Giovedì 13 Febbraio 2020

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