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Il punto di svolta

di

Christian Marazzi
Tra i diversi nodi che i partiti socialdemocratici europei, Partito socialista svizzero incluso, devono sciogliere vi è quello del rapporto con il «movimento dei movimenti», il movimento che da Seattle in poi ha permesso alla società civile globale di riprendere la parola contro il modello neoliberista di «dittatura dell’economia», di riduzione delle relazioni sociali a rapporti di mercato, di attacco frontale alla sfera pubblica e agli spazi della politica. Negli ultimi anni, dalle manifestazioni contro i vertici dell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc) alle proteste contro il vertice del G8 a Genova, si è moltiplicata la visibilità di questo movimento ed è cresciuto il consenso presso l’opinione pubblica e l’impatto nei confronti dei poteri globali. Sin dall’inizio, malgrado o forse «grazie» alla sua eterogeneità, il «movimento dei movimenti» reclama dagli Stati una globalizzazione dei diritti sociali e civili e pratica una globalizzazione dal basso fatta di relazioni con gruppi di tutto il mondo, di elaborazioni comuni di idee e di campagne, di reti globali di azione e di organizzazione. Le modalità seguite, spesso saltando la mediazione degli Stati nazionali e della politica tradizionale, sono state la resistenza, il lobbying e la produzione di politiche alternative. L’infanzia del movimento Protesta, pressione e progetto hanno rappresentato fasi alterne dell’infanzia del movimento, il suo divenire referente simbolico di un vuoto politico reale, della crisi della politica classica di fronte alla rivoluzione capitalistica globale. In tutta questa fase, durante la quale il movimento dei movimenti ha materialmente preso corpo, i partiti social-democratici europei hanno dimostrato scarso interesse, se non disappunto o attivo distacco. Fino a Genova. Genova rappresenta un punto di svolta decisivo, sia per le istituzioni (Fmi, Banca mondiale, Omg) e i governi, che hanno toccato con mano il disaccordo tra gli Stati Uniti e gli altri grandi su questioni cruciali come il protocollo di Kyoto o la gestione globale della crisi economica, sia per il movimento, che da quelle giornate sanguinose ha davanti a sé questioni ancora aperte e irrisolte, come il posizionamento rispetto ad attori sociali (i sindacati, non ancora pronti ad assumere le proprie responsabilità) e forze politiche (i partiti social-democratici che, per non tradire le aspettative dell’elettorato conservatore, hanno «blairianamente» tacciato i dimostranti di casseurs) e come la capacità di esprimersi con chiarezza rispetto alla violenza. Quella che era apparsa come una stupida risposta repressiva del neo-eletto governo Berlusconi, in realtà si è in seguito rivelata una modalità politico-militare su scala globale tutt’altro che provinciale. La grande contraddizione Di fatto, la contraddizione interna alla globalizzazione liberista, il suo essere un processo di colonizzazione economico-finanziaria del pianeta all’insegna del «pensiero unico» e, nel medesimo tempo, spazio di lotta feroce tra clan rivali del capitalismo per il dominio su questa stessa globalizzazione, è stata messa a nudo dall’attacco terroristico dell’11 settembre e dalla risposta bellica dell’Occidente tutt’ora in atto. Dietro l’unità politica della classe dirigente mondiale, dietro la condivisione di valori dei governi nazionali dei paesi-centro e di quelli della periferia, si è infatti affermata una nuova lex mercatoria che sottrae agli Stati la capacità di validare i contratti tra le imprese multinazionali (l’80 per cento dei contratti oltre una certa quantità di denaro è validato direttamente da accordi stipulati in studi di avvocati). La de-nazionalizzazione dello spazio economico, proprio nella forma della privatizzazione dello spazio politico internazionale, riduce da una parte i margini di azione economica e sociale locale ma, dall’altra, costringe i governi nazionali a stringere alleanze nel nome di strategie elaborate da clan imprenditoriali privati. Dietro gli interessi della cosiddetta «civiltà occidentale» si celano in realtà operazioni imprenditoriali per il controllo su nuovi giacimenti di materie prime (come nel caso del petrolio), sui diritti di proprietà intellettuale (industria farmaceutica, nuove tecnologie), sui mercati finanziari (definizione dei «benchmark» borsistici). Dopo Genova Dopo Genova e a maggior ragione dopo l’11 settembre, il movimento della «globalizzazione dal basso» pone a sé e alle forze politiche della sinistra nuove prospettive, ma anche nuovi problemi. Nella sua fase di crescita, il movimento si è globalizzato sul terreno del No logo, della lotta al capitale simbolico (contro la «politica del marchio» delle Nike, McDonalds, Ibm, ecc.) ben descritto dalla militante canadese Naomi Klein. Lottando contro la potenza dei simboli pubblicitari delle imprese transnazionali e il drammatico sfruttamento di donne e bambini da parte delle stesse imprese nelle zone speciali d’esportazione di paesi come le Filippine, l’Indonesia o la Cina, il movimento dei movimenti ha dimostrato che oggi si può fare politica sul terreno immateriale e simbolico. Si può, in altre parole, essere movimento politico di una moltitudine senza dividersi per linee locali-regionali. L’attacco terroristico alle Torri gemelle e al Pentagono, un attacco contrassegnato fortemente dalla dimensione simbolica, costringe a ripensare e a ridefinire la lotta su scala globale. La critica della dimensione simbolica, di quello sfruttamento dell’anima che è l’uso capitalistico del messaggio pubblicitario per estendere il dominio economico, è oggi costretta a riarticolarsi sul terreno locale, senza perdere la propria vocazione globale. Questo è il passaggio politico, difficile ma necessario, che i social forum, le organizzazioni non governative, le forze sindacali e gli stessi partiti della sinistra si trovano di fronte. Le scelte della socialdemocrazia La socialdemocrazia, in particolare, deve decidersi su cosa puntare. Lo può fare se prende atto dell’impossibilità politica di costruire l’Europa come spazio gerarchico all’interno della dimensione mondiale delle élites economiche rappresentata dal liberismo americano. Lo può fare se considera come fondamentali la domanda di diritti che emerge dalle trasformazioni del mercato del lavoro, dai nuovi migranti, dalla domanda di welfare dei più poveri. Lo può fare se si impegna nella lotta per la conquista di quello spazio pubblico, di quei luoghi dei «comizi della plebe» che la globalizzazione sta cancellando con la violenza poliziesca e la guerra. Lo può fare se riconosce nel movimento dei movimenti il suo stesso orizzonte e la sua occasione di rinnovamento.

Pubblicato

Venerdì 1 Febbraio 2002

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