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Il prezzo per salvare l'Ai

di

Claudio Carrer
Da un lato vi è la necessità di salvare un'assicurazione sociale che oggi consente di condurre una vita dignitosa a circa 250 mila persone e dall'altro la difficoltà nel chiedere, in piena fase di recessione economica, nuovi sacrifici ai consumatori. Si inserisce in un contesto assai complicato la votazione federale del 27 settembre prossimo sull'aumento delle aliquote dell'Imposta sul valore aggiunto (Iva) in favore dell'Assicurazione invalidità (Ai).

Un'assicurazione vittima di un grave indebitamento strutturale che supera i 13 miliardi e cresce al ritmo di quattro milioni di franchi al giorno, andando così ad aggravare costantemente anche lo stato di salute delle casse dell'Avs, chiamata a coprire i deficit dell'Ai.
Per arrestare questo processo, Consiglio federale e Parlamento stanno da anni mettendo in atto un "piano di risanamento", che comprende una drastica riduzione delle prestazioni (in parte già realizzata con la quinta revisione legislativa e destinata a proseguire con la sesta) ed un finanziamento aggiuntivo attraverso un aumento temporaneo dell'Iva dal 7,6 all'8 per cento. Per i beni di prima necessità aumenterebbe invece dello 0,1 per cento (al 2,5 per cento), mentre l'aliquota speciale per il settore alberghiero passerebbe dal 3,6 al 3,8 per cento.
La misura, che scatterebbe il 1° gennaio 2011 e resterebbe in vigore fino al 31 dicembre 2017, dovrebbe produrre un gettito fiscale annuo di circa 1,1 miliardi di franchi e consentire (insieme a un paio di interventi correlati) l'azzeramento del deficit annuale dell'Ai e fermare così la crescita del suo indebitamento. Se popolo e Cantoni dicessero sì (trattandosi di una modifica costituzionale, è necessaria la doppia maggioranza, ndr), l'Ai verrebbe dotata di un fondo di compensazione autonomo in cui, dalle casse dell'Avs, verrebbe trasferito un capitale di partenza di 5 miliardi. Dal canto suo, la Confederazione durante il periodo di Iva maggiorata si assumerebbe integralmente l'onere degli interessi sul debito Ai.
La separazione finanziaria delle due assicurazioni sociali, pur non essendo oggetto del referendum (anche se la sua realizzazione dipende dall'esito di quest'ultimo) costituisce un fatto di grande rilevanza, poiché oggi l'Ai attinge al Fondo Avs (e presso di esso si indebita, pur non essendo in grado di restituire alcunché) rischiando di prosciugarlo nel giro di dieci anni.
Secondo il Consiglio federale, una volta esauriti gli effetti dell'aumento dell'Iva, l'Ai potrà iniziare a camminare sulle proprie gambe, ma a patto che si adottino misure supplementari per impedirle di accumulare nuovi deficit. E una di queste (contemplata nella prima parte del progetto di sesta revisione, posto in consultazione meno di due mesi fa) prevede la revoca del 5 per cento delle rendite correnti (vedi area numero 11 del 3 luglio). A questo proposito è interessante rilevare come la promessa di nuovi tagli costituisca di fatto la contropartita offerta dal governo alle organizzazioni economiche (economiesuisse in particolare) in cambio di un sostegno al finanziamento aggiuntivo attraverso l'Iva.
Un'eventuale bocciatura del progetto, avverte senza troppi giri di parole il Consiglio federale, renderebbe necessarie misure di risanamento «dolorose», «inclusa una massiccia riduzione delle rendite». Il cittadino si trova insomma con una pistola puntata alla tempia, con la sola possibilità di scegliere il "male minore". Anche se ha l'impatto di un pugno nello stomaco, soprattutto in questa fase di crisi economica, come governo e parlamento hanno implicitamente riconosciuto accettando di posticipare l'eventuale aumento dell'Iva di un anno rispetto al previsto.
La misura è sostenuta praticamente da tutti i partiti, da tutte le principali associazioni ed organizzazioni, compresi i sindacati (con qualche distinguo, visto che Unia Ticino ha sempre visto in modo critico la tassazione dei consumi). Ma non dall'Unione democratica di centro, che da anni lavora per togliere risorse finanziarie alle assicurazioni sociali, con lo scopo ultimo di ridurre ai minimi termini le prestazioni dell'Assicurazione invalidità ed aumentare l'età di pensionamento Avs.


«Non paga soltanto il consumatore»

"Portando l'Iva dal 7,6 all'8 per cento, il prezzo di un caffè che oggi costa 3,80 andrebbe aumentato di 1,5 centesimi. In pratica verrebbe però ritoccato di 5 o 10 centesimi o addirittura arrotondato a 4 franchi". Con questo esempio di facile comprensione l'Udc argomenta la sua opposizione all'aumento dell'Imposta sul valore aggiunto (Iva) in favore dell'Ai e implicitamente sostiene che esso si tradurrebbe in un netto aumento dei prezzi (nell'esempio specifico del caffè dell'1,3, del 2,6 o addirittura per "l'effetto arrotondamento" del 5,3 per cento)
Per sapere se si tratta di uno scenario plausibile e, più in generale, per capire in che modo gli aumenti dell'Iva si ripercuotono sui prezzi al consumo, ci siamo rivolti a Mario Jametti, esperto di sistemi tributari e professore presso la facoltà di scienze economiche dell'Università della Svizzera italiana (Usi).
«In genere si ritiene che l'intera tassa vada a pesare esclusivamente sul consumatore, ma non è vero o perlomeno non è sempre così», spiega Jametti. In effetti, per fare una valutazione seria bisogna tener conto  di fattori come la relativa elasticità della domanda e dell'offerta, il livello di concorrenza e la struttura del singolo mercato.
«Per produttori e rivenditori -aggiunge l'esperto- è possibile trasferire l'onere dell'imposta interamente o in parte sul consumatore a dipendenza di come la domanda reagisce all'aumento del prezzo. In un mercato con molta concorrenza e/o molti concorrenti diventa così ipotizzabile che un produttore scelga per esempio di rinunciare a ritoccare il prezzo di un determinato bene, facendo ricadere interamente su di sé l'aumento dell'Iva. Per contro in un mercato in cui la domanda è stabile, è più facile trasferire la tassa interamente sul consumatore».
Può anche capitare che l'aumento dei prezzi superi quello dell'imposta, come nel bar immaginario di cui parliamo in entrata?
«Sì. Ci sono teorie e studi empirici secondo cui questo fenomeno, a seconda della struttura del mercato, si può verificare. L'esempio del caffè al bar è però poco convincente e non riflette la realtà, perché non tiene conto del gioco della domanda e dell'offerta. In effetti, l'arrotondamento dei prezzi può avvenire anche verso il basso per salvaguardare il volume delle vendite e dunque il guadagno, soprattutto in una fase di crisi economica come quella che stiamo vivendo».
Ma mediamente i prezzi come evolverebbero in Svizzera con un'Iva all'8 per cento?
«Sono a conoscenza di uno studio condotto in Germania in vista di un possibile aumento dell'Iva del 2 per cento, secondo cui i prezzi subirebbero un aumento generale dello 0,9 per cento. L'incidenza della tassa sarebbe insomma inferiore al 50 per cento.
In Svizzera non sono stati condotti studi specifici, ma si può ritenere che l'aumento dei prezzi sarebbe inferiore allo 0,4 per cento. La Confederazione, prevedendo un gettito fiscale di 1 - 1,2 miliardi all'anno, ha molto probabilmente calcolato che l'intera fattura verrebbe pagata dai consumatori. Ma, come detto, questo non è vero».

Pubblicato

Venerdì 28 Agosto 2009

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