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Diritti & Società

Il prezzo da pagare per prostituirsi

La pandemia ha reso più precarie le operatrici del sesso. I servizi sociali avvertono: «Senza soldi sono a rischio di sfruttamento e abusi»

di

Raffaella Brignoni

Quando è stato decretato il lockdown si sono spente le luci rosse dei locali erotici: le prostitute, con il fermo dell’attività, hanno dovuto trovare un modo per stare a galla senza più entrate. Precarietà e clandestinità sono state il prezzo che le lavoratrici del sesso hanno dovuto pagare. Il coronavirus ha indebolito ancora di più questa fascia fragile della popolazione, nascosta nelle pieghe della società, e rafforzato forme di sfruttamento preesistenti.

Stop. Dal 16 marzo al 6 giugno 2020 le professioniste del sesso hanno dovuto appendere al chiodo corpetti e autoreggenti. Sospendere la pubblicazione di annunci erotici a pagamento: così deciso da Berna. Era, è, in corso, una pandemia, trasmissibile per contatto fisico. E il loro lavoro passa proprio dal corpo: si sono trasformate in un potenziale immenso veicolo di contagio. Vietato, dunque, prostituirsi per contenere la diffusione del virus e proteggere la popolazione tutta.


Se non batti, non mangi: sono le regole del mercato. E allora le prostitute, perlopiù immigrate, come hanno sbarcato il lunario in questa situazione? Come si sono arrangiate deprivate improvvisamente delle entrate quotidiane derivanti dalla vendita di prestazioni sessuali? «La loro situazione, già precaria, si è ulteriormente aggravata con l’impossibilità di continuare a svolgere la propria attività lucrativa» sottolinea Monica Marcionetti, responsabile dell’associazione MayDay. L’antenna che, con sede a Lugano, offre consulenza sociale, sanitaria e giuridica alle persone attive nel mondo del sesso a pagamento, si è subito attivata nei giorni caldi  del lockdown e ancora oggi sta monitorando da vicino la situazione. Quella che si è rivelata particolarmente dura all’inizio della crisi sanitaria e continua a esserlo anche ora dopo la ripresa del lavoro. Lavoro che scarseggia.


Le professioniste del sesso, con autorizzazione del Cantone, da 188, che erano lo scorso 20 febbraio, sono scese a 133 (cifra ufficiale aggiornata al 10 settembre). Sono i numeri dell’impatto del coronavirus sulle persone che hanno dichiarato di esercitare la prostituzione in Ticino: un calo che, secondo i dati forniti dalla Polizia cantonale, sfiora il 30%. Sì, perché nei postriboli riaperti dopo il lockdown non si registra il numero di clienti abituali. Il settore, sempre secondo i dati monitorati dalla Teseu, sezione della polizia, che persegue i reati di tratta e sfruttamento  di esseri umani, conta attualmente dieci locali erotici autorizzati, mentre gli appartamenti notificati a questo scopo sono 17.


La prostituzione è ripresa ma non a pieno giro, con una diminuzione degli italiani, che costituiscono uno dei bacini più grandi della clientela che frequenta i postriboli ticinesi. L’Italia è un paese che è stato duramente colpito dal Covid-19 e convive da mesi con una profilassi contraddistinta da regole strette. Gli addetti ai lavori ci raccontano di clienti che hanno sentito molto la pressione dei comportamenti da adottare per non contrarre il virus e li hanno interiorizzati, pur sfiorando i limiti del paradosso. C’è chi  mentre si apparta con una ragazza non si toglie la mascherina chirurgica, ma allo stesso tempo chiede di consumare un rapporto sessuale senza preservativo come se la salute girasse solo attorno al coronavirus... E qualche prostituta, pur di lavorare in tempi di vacche magre, acconsente, esponendosi ed esponendo al pericolo di trasmettere altre malattie. «L’assenza di un guadagno, che garantiva loro il sostentamento, pagare un alloggio, ricevere cure mediche e soggiornare, ha messo queste persone sotto pressione e, in condizione di forte bisogno, c’è chi potrebbe essere stata spinta ad accettare situazioni che pongono a rischio la loro salute individuale e/o quella pubblica» confermano da MayDay.


Altro che distanziamento sociale ai fini di prevenzione: chi si è trovata con l’acqua alla gola, ha accettato le più disparate richieste. Senza risorse economiche, questa categoria è stata resa ancora più vulnerabile dal coronavirus e soggetta a divenire potenziale vittima di sfruttamento. Nel sottobosco ha continuato a esercitare una prostituzione clandestina, esposta a maggiori rischi, compresa  la violenza da parte dei clienti.  
Una situazione potenzialmente molto pericolosa che è stata subito colta da chi, operando sul campo, conosce le insidie nascoste dietro al settore. Le antenne hanno mandato sul territorio le operatrici interculturali e sociali per monitorare quanto stava accadendo e cogliere immediatamente i bisogni e le richieste di sostegno materiale e psicologico. Grazie al contributo della Catena della solidarietà, nella Svizzera italiana MayDay ha potuto garantire un aiuto urgente, affinché fossero coperti i bisogni primari per «superare questo momento in cui la loro, seppur precaria, normalità è stata stravolta dal coronavirus e dalle misure decretate dalle autorità cantonali e federali».


Già. Dall’oggi al domani lo scorso 16 marzo l’esercizio della professione è stato vietato e ha colpito le 188 donne sparse in locali e appartamenti autorizzati. Le luci si sono abbassate, la musica è stata spenta e dietro al bancone non c’erano più uomini pronti a salire in camera per consumare sesso a pagamento. Già. Alle donne però restava la camera da pagare (in media 150 franchi al giorno) e poi le spese vive, il telefono... la spesa. E i 25 franchi al giorno da versare al gerente del postribolo quale tassa forfait: la nuova legge sulla prostituzione ha infatti così disciplinato la normativa fiscale.

 

Con l’interruzione forzata dell’attività per motivi sanitari, le uscite fisse delle prostitute non sono diminuite, ma le entrate, senza clienti, ovviamente sì. Chiedere le indennità di lavoro ridotto? Non tutte potevano farlo, mancando i requisiti necessari di base. Il Canton Ticino è particolarmente attento nel rilasciare permessi di lavoro prolungati alle operatrici del sesso, che vengono dati con il contagocce. Permessi che permetterebbero di chiedere, ad esempio, la residenza e poter fare valere alcuni diritti in caso di perdita di guadagno. I gestori dei postriboli avevano del resto denunciato – all’inizio del 2020 – una certa reticenza nella concessione di permessi L. Con tanto di lettera indirizzata a Bellinzona lamentavano il fatto che in altri cantoni le ragazze potessero ottenere con più facilità il permesso, che dà la possibilità  di lavorare 12 mesi. Invece da noi, la maggior parte di esse può contare solo sugli accordi Schengen, che permettono di avere le carte in regola per tre mesi e poi,  se non restano da clandestine, via.


Quando i locali erotici hanno chiuso, qualcuna è tornata a casa (Ungheria, Moldavia o Romania) prima che le frontiere chiudessero, altre hanno beneficiato dell’alloggio gratuito da parte dei gestori dei locali, altre si sono indebitate, mettendo ancora più a rischio la loro autonomia. Infine c’è chi si è fatta ospitare temporaneamente da un compagno o da un cliente, diventando un giocattolo sessuale disponibile 24 ore al giorno in cambio di vitto e alloggio.


Vivere ai margini della strada significa disporre di meno diritti da far valere per tutelarsi. Precarietà: è una parola che ritorna spesso quando si parla di questa categoria di lavoratrici, che ha assunto maggior valore in questo periodo dove sono più esposte a dover fronteggiare situazioni difficili. Lo sanno a MayDay e a Primis, il servizio per la prevenzione nel settore della prostituzione, informazione e mediazione nell’industria del sesso, che si rivolgono ai politici, invitandoli a non dimenticare in questo periodo di crisi tutte le donne e gli uomini vittime della tratta e a adottare misure di tutela per queste fasce fragili della popolazione. In particolare si chiede alle autorità di continuare a intensificare – nonostante le circostanze attuali – i loro sforzi in favore delle persone vittime di tratta, interagire con loro prestando «particolare attenzione alle condizioni di vita e di lavoro delle persone vulnerabili» al fine di identificare  gli sfruttatori anziché «sanzionare penalmente le vittime per lavoro o soggiorno illegale».


Certo, i conti si tireranno fra qualche mese con maggiori dati disponibili. Intanto fino a oggi sono state una trentina le donne aiutate con generi di prima necessità (alimentari, medicine) e a qualcuna è stato pagato il biglietto per rientrare nel paese di provenienza. Aiuti a lungo raggio per Marcionetti: «A noi si sono rivolte prostitute senza più un franco: aiutarle ha significato evitare una maggiore incertezza delle loro condizioni di vita, che potevano coincidere con un maggior rischio di sfruttamento e per limitare il rischio di una prostituzione illegale senza protezione».

Pubblicato

Giovedì 8 Ottobre 2020

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