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Il portiere va all'attacco

di

Fabia Bottani
Gianfranco Helbling
Franco Lurà, un candidato del Mendrisiotto e fortemente voluto dai compagni del Mendrisiotto, territorio che cita spesso nei suoi interventi: per il traffico, l'ambiente, la sicurezza… Il Mendrisiotto è l'ombelico del mondo?
No, assolutamente. Io sono molto legato alla mia terra, ma non penso che questa debba essere al centro di tutte le attenzioni. Io non mi sento esponente o rappresentante solo di questa parte di Ticino. Questo è dimostrato anche dal fatto che la mia candidatura è stata sostenuta pure da compagni e da sezioni di altri distretti. Quanto alle citazioni, nelle interviste e nei dibattiti a cui ho partecipato si è parlato spesso di situazioni ambientali, con cui il Mendrisiotto è drammaticamente confrontato ogni giorno. Per la sicurezza, invece, il collegamento è determinato dal fatto che siamo una regione di frontiera e come tale maggiormente esposta a fenomeni di criminalità a cavallo del confine.
Sempre nel Mendrisiotto, negli anni '70 lei fu portiere del Mendrisiostar in Serie B. In quel ruolo qual è stata la prodezza di cui va più fiero?
Forse un paio di interventi nel derby Mendrisiostar – Chiasso, decisivo per le sorti di entrambi e vinto da noi per 1 a 0, in una giornata definita dal mitico Giuseppe Albertini "storica" per il calcio cantonale.
Tra i temi caldi del momento, l'inceneritore di Giubiasco su cui lei si è espresso in modo un poco divergente dai vertici del partito. Cosa ha sbagliato il Ps su questo tema?
Io sono fermamente convinto che questo inceneritore si sarebbe potuto e dovuto evitare. Grazie all'incremento del riciclaggio la produzione di rifiuti è diminuita circa della metà, risultato che si conferma anche dopo diversi anni. Lo attestano i dati pubblicati dal Dipartimento del territorio relativi ai comuni con la tassa sul sacco e quelli di altri cantoni che hanno adottato analoghe misure. Il Ps, come altri, avrebbe potuto lanciare un referendum nel 2004 e avrebbe poi potuto mantenere una visione più generale e non fissarsi su singoli aspetti legali.
Altra questione: le fusioni comunali. Lei è difensore delle tradizioni; le fusioni sono un colpo di spugna sul passato. Prendiamo l'esempio di Bosco Gurin, enclave tedescofona in Ticino ma incapace di reggersi con le proprie gambe. Per questo comune un'aggregazione si giustifica?
Non penso che il passato si cancelli con le aggregazioni. È un'evoluzione che rispecchia i mutamenti sociali; l'importante è non annacquare le caratteristiche dei singoli, cercando anzi di valorizzarle per il bene e l'interesse generale. Non vedo problemi per Bosco, che potrà mantenere la sua lingua e i suoi usi, anche se farà parte di un comune più ampio di lingua italiana. In passato non erano rari i casi di comuni che avevano un dialetto diverso da quello delle loro frazioni (Olivone, Malvaglia, Intragna…), eppure la convivenza non ne risentiva.
Scuola, progetto Harmos: Berna ha dato una risposta che ha soddisfatto il Decs. Lei è soddisfatto?
Il fatto che si sia rispettata la struttura del sistema ticinese e il ruolo della lingua italiana è positivo. Restano tuttavia le forti perplessità date dalla costatazione che HarmoS punta molto sulle prestazioni e sulla loro valutazione, la loro misurazione (con una logica un po' aziendale, contabile e utilitaristica), senza tener sufficientemente conto di aspetti fondamentali quali la crescita dell'individuo, la sua capacità cognitiva, l'acquisizione di riferimenti culturali ecc. Tutte componenti che non sono misurabili ma che sono molto importanti per la funzione culturale e sociale della nostra scuola.
Le finanze cantonali non sono ancora state risanate. Per evitare tagli e far quadrare il bilancio lei ha suggerito di chiedere nuovamente un contributo di solidarietà ai dipendenti dello Stato. È certo che sia una buona via?
La mia affermazione non è stata sviluppata compiutamente; così come è stata formulata, non riflette il mio pensiero. La mia intenzione era quella di dimostrare una disponibilità verso coloro che si trovano in difficoltà maggiori, con un gesto appunto di solidarietà, da parte dei dipendenti dello Stato ai quali, è opportuno sottolinearlo, è già stato chiesto molto a più riprese. Questo ovviamente con la premessa chiara di una simmetria di sacrifici da parte di tutte le componenti della società e dell'attuazione di correttivi quali l'innalzamento della soglia di base al di sopra della quale richiedere il contributo. Oggi però, considerato che la situazione delle finanze pubbliche non ha carattere di drammaticità e avendo ben presenti i numerosi scandali e i non pochi casi di cattiva gestione della cosa pubblica che indignano il cittadino che si sente doppiamente turlupinato, credo proprio che le soluzioni vadano cercate per altre vie.
La scorsa settimana Luigi Pedrazzini ha ventilato la necessità di rivedere la composizione dei dipartimenti. Manuele Bertoli ha risposto che questo è un falso problema. Lei, invece, si è detto piuttosto favorevole. Per quale ragione e che cosa vorrebbe modificare?
Anzitutto ritengo che sia indispensabile riportare in governo un clima più sereno, in cui lavorare e progettare tutti assieme. Per i dipartimenti sarei favorevole a considerare l'istituzione di un dipartimento solo per ambiente e territorio, pienamente giustificato dalla situazione attuale alquanto critica. Vedrei inoltre di buon occhio la possibilità di aggregare al Decs l'Ufficio dei beni culturali e forse anche il Museo di storia naturale, così da poter sviluppare una politica unitaria e coerente.
Per finire: se dovesse scegliere un detto popolare che faccia da slogan alla sua campagna, per quale opterebbe?
"L'è méi un fém, che un cént farém", è meglio un "facciamo", che cento "faremo": non bisogna cincischiare ma agire con prontezza e decisione.

Scheda personale

Secondo lei, qual è l'identikit del socialista di oggi?
Il socialista è una persona onesta, attenta ai bisogni degli altri, sensibile, altruista e disponibile, che ha un alto senso del bene comune e un rispetto della cosa pubblica. E che sa coniugare tutto ciò con creatività e un po' di utopia.
Quando era piccolo chi era il suo mito?
Tex Willer, un cowboy forte e coraggioso, amico degli indiani (con cui aveva anche legami di sangue, avendo sposato la figlia di un capo), sostenitore della giustizia, difensore dei deboli e irriducibile avversario del male.
Lo sfizio più grande che si è tolto?
Ce n'è più d'uno, fra questi l'acquisto del mio primo quadro, un olio di Georges Sécan.
Il cruccio più grande cui è stato confrontato?
Cruccio non è dolore, quindi opterei per una delusione sportiva: la sconfitta nello spareggio per mantenere con il Mendrisiostar un posto in Divisione Nazionale B.
Se non fosse in Ticino, in quale paese vorrebbe far politica?
In Finlandia o in Svezia, paesi in cui si attua una politica sociale buona ed efficace.

Pubblicato

Venerdì 16 Marzo 2007

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