In qual modo, sindacati e movimenti sociali, possono collaborare per rafforzare la lotta contro lo smantellamento dello stato sociale in Europa? Per trovare una risposta, nell’ambito della conferenza internazionale “L’Altro Davos” svoltasi a Zurigo sabato scorso, s’è tenuta anche una specifica tavola rotonda sul rapporto tra sindacati e movimenti “altromondialisti”. Davanti ad un pubblico scarso, ma attento e partecipe, hanno preso parte al dibattito Paul Rechsteiner, presidente dell’Unione sindacale Svizzera (Uss); Christine Goll, presidente del sindacato dei servizi pubblici Vpod; Barbara Rimmel, del movimento “attac”; Andrea Amaro, dell’ufficio internazionale dell’italiana Cgil; ed Henry Cardona, del movimento dei sans-papier di Ginevra. «Nessun essere umano è illegale, anche se immigrato clandestino». E poiché all’origine della costrizione ad emigrare ci sono le guerre, le dittature e le politiche economiche distruttive, dai sans-papier all’antimilitarismo «tutto converge nella tematica sindacale». Con questa argomentazione – qui molto sintetizzata – il moderatore Urs Sekinger ha chiesto ai relatori di illustrare «le loro concrete esperienze e le linee conflittuali» nel rapporto tra sindacati e movimento “altromondialista”. Henry Cardona ha sostanzialmente spiegato come la situazione dei sans-papier in Svizzera, e in particolare a Ginevra e in Romandia, si stia modificando in senso sempre peggiore. «Il sindacato deve prendere una posizione ferma», ha detto, «deve definire questa questione di credibilità del sindacalismo. È un problema di dignità di tutti i lavoratori. Ci chiamano clandestini, o lavoratori in nero; ma non esistono lavoratori clandestini»: esistono soltanto lavoratori sfruttati, come i sans-papier. «Ciò che chiediamo non è la carità o la pietà: chiediamo un po’ più di carta, di documenti, per diventare normali, come voi». Dunque, «noi siamo convinti che la sola soluzione è l’unione di tutti i lavoratori di tutti i settori. È la solidarietà». Un’esperienza positiva è stata quella segnalata dalla sociologa Barbara Rimml, che ha rievocato la collaborazione di “attac” con il movimento sindacale internazionale nella lotta contro la multinazionale svizzera Nestlé. Altra esperienza positiva è stata «l’intesa con i sindacati nelle azioni contro le liberalizzazioni e le privatizzazioni, nella difesa dei servizi pubblici, nella mobilitazione contro la legge sul mercato dell’elettricità e contro la soppressione di posti di lavoro». Nel caso del conflitto contro la Nestlé, durato due anni e svoltosi in Colombia, Rimml ha citato il prezioso appoggio ottenuto dal sindacato Sei, in particolare dalla sezione di Berna: «Un lavoro fondamentale in questa campagna di solidarietà internazionale». Tuttavia – ha aggiunto Rimml – «penso che la collaborazione internazionale rappresenti per i sindacati non soltanto una questione di solidarietà, ma a lungo termine una vera necessità per la propria sopravvivenza». Rimml ha fatto riferimento a divergenze nel comportamento politico tra movimenti sociali e sindacati: vi sarebbero differenze culturali ed organizzative che vanno superate e che inducono a distinguere tra la collaborazione con la base sindacale e quella con i vertici, con l’istituzione sindacato. Molte persone attive nei sindacati – è stata la risposta di Paul Rechsteiner – sono provenienti da movimenti diversi, dove hanno fatto esperienze e ricoperto funzioni diverse. I sindacati devono quindi gestire differenti sensibilità tra settori, persone e livelli di base diversi. Anche i gruppi d’interesse (donne, migranti, sans-papier, eccetera) pongono le proprie esigenze all’interno dei sindacati. Per rappresentarli tutti, l’Unione sindacale svizzera persegue il rafforzamento dei diritti individuali, la protezione della personalità, la protezione dai licenziamenti, i diritti collettivi e sindacali, eccetera. Questo orientamento viene portato dai sindacati svizzeri anche nella collaborazione internazionale, dove prendono parte alle grandi campagne e sono sostenitori di Solifonds (il Fondo di solidarietà per le lotte di liberazione sociale nel terzo mondo). «I sindacati sono di per sé un movimento sociale», ha detto Rechsteiner, poiché rappresentano esclusivamente interessi sociali, quali quelli che ruotano intorno all’occupazione, ai diritti del lavoro, al salario minimo, alle assicurazioni sociali, eccetera, con momenti di confronto anche drammatici. Sono battaglie che vanno condotte anche sul piano politico, con la più ampia mobilitazione. «Con i giovani dei movimenti sociali abbiamo un dialogo d’importanza decisiva», che ha lo scopo di rinnovare in permanenza con loro «la collaborazione più aperta possibile». Un esempio concreto di collaborazione è stato illustrato dalla presidente della Vpod. Innanzitutto – ha detto Christine Goll – bisogna chiedersi cosa si nasconda dietro il tentativo di smantellare il servizio pubblico: la politica neoliberale della destra borghese, che si basa su meno tasse per i ricchi e tagli alle spese ed alle prestazioni sociali. Negli ultimi mesi si sono ripetute in tutta la Svizzera le manifestazioni e le mobilitazioni di protesta contro questa politica neoliberale che non soltanto mette in questione la giustizia sociale, ma costituisce anche un pericolo per la democrazia. Un buon motivo per rafforzare la collaborazione tra tutti i movimenti sociali. Come farlo? Intanto, secondo Goll, quando si parla di collaborazione tra tutti i movimenti sociali, il sindacato è incluso, ovviamente, in quanto movimento sociale. In secondo luogo, quando viene attaccato il servizio pubblico, si parla dei funzionari e non si menzionano gli altri lavoratori che ne vengono colpiti, si parla degli insegnanti e non degli scolari e dell’istruzione che è un diritto costituzionale. È una questione di contenuti: la collaborazione sui contenuti è più importante della critica alle strutture. Occorre poi tener conto della solidarietà tra le generazioni: nel dibattito sulle pensioni, la politica neoliberale tenta di mettere gli anziani contro i giovani. Quindi, è nella difesa del diritto all’istruzione e delle pari opportunità, come nella solidarietà tra generazioni, che Christine Goll vede «molti più punti di contatto per una collaborazione di quanti non ve ne siano stati finora». Andrea Amaro ha infine esposto le esperienze e le difficoltà concrete incontrate dalla Cgil nel rapporto con i movimenti sociali. L’offensiva neoliberista ha spinto la Cgil a cercare alleanze ed intese che fossero in grado di toglierla dall’isolamento nel quale volevano metterla il governo ed il padronato. Ha dovuto quindi ridefinirsi quale sindacato difensore di diritti sul lavoro e nella società, poiché non è più possibile una difesa efficace e completa restando unicamente protagonista sul luogo di lavoro. E s’è dovuta rimettere in discussione «con serietà e modestia», per comprendere ed accettare le logiche di organizzazioni più piccole ed informali. «Questo processo non ha avuto immediatamente successo, ma ha incontrato difficoltà e resistenze, sia nel sindacato che nei movimenti», ha ammesso Amaro. L’incomprensione reciproca è emersa al G8 di Genova. In seguito s’è aperta una nuova fase di autocritica per tutti, con una discussione permanente, scaturita nel Social Forum di Firenze, che ha dato al movimento anti-globalizzazione «una esplicita, chiara, forte dimensione politica», che ha dato anche sostanza allo slogan “Un altro mondo è possibile”. Una situazione nuova, questa, resa possibile dall’adozione di tre criteri: la possibilità di «discutere in libertà ma realizzare solo iniziative condivise”, con risultati positivi come nel caso della mobilitazione contro la guerra americana all’Iraq; il rifiuto della violenza contro le persone e le cose, intesa sia come guerra che come sottrazione di democrazia; la garanzia di visibilità di tutte le componenti del movimento, «riconoscendo le differenze e l’originale contributo di ciascuno».

Pubblicato il 

23.01.04

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