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Il polso della guerra

di

Stefano Guerra
Si capisce subito che Ettore Mo è uomo di prossimità. Basso, tarchiato, leggermente claudicante ma dal passo spedito, lo storico inviato di guerra del Corriere della Sera dispensa sorrisi, strette di mano e sguardi che annullano ogni distanza, fisica e reverenziale. Come nello scrivere, anche nel parlare Ettore Mo è immediato. A lui, cronista, le divagazioni non si addicono. Così, invitato nelle scorse settimane a Bellinzona da Helvetas e dal Giornale del Popolo a parlare della “Guerra dell’acqua” (vedasi box), Mo dell’acqua – e in particolare del tema della serata: l’acqua in Afghanistan – ha parlato poco. Ha invece parlato molto di sé, dei suoi colleghi e delle sue colleghe compagni di avventure, delle persone incontrate nel suo peregrinare e dell’Afghanistan, snocciolando come è solito fare gli aneddoti di una carriera quarantennale passata battendo le aree più infami del pianeta, dall’Afghanistan ai Balcani, dalla Cecenia al Tibet, dall’America centrale alle repubbliche dell’ex Unione sovietica, da Timor orientale all’India. Imboccato da Giuseppe Zois che conduceva il dibattito, il fresco vincitore del premio in onore a Indro Montanelli ha sì attaccato sull’acqua che a lui e ai suoi colleghi è spesso venuta a mancare nelle estenuanti marce per le montagne afgane («da sempre è un elemento che ha scatenato conflitti in varie zone dell’Aghanistan»), ma poi è passato a ripercorrere la sua quarantennale carriera cominciata nel 1962 («entrando dalla finestra, non dalla porta») all’ufficio di corrispondenza londinese del Corriere della Sera. Ettore Mo, classe 1932 da Borgomanero di Novara, prima di allora aveva fatto un po’ di tutto e dappertutto e aveva girato il mondo come mozzo su una nave mercantile della Marina britannica. A Londra, chiamato da Piero Ottone, scrisse per cinque anni «senza firmare nemmeno una volta», e nemmeno alla redazione romana del Corsera dove approdò in seguito – restandoci cinque anni – ebbe maggior gloria. «Cinque anni scrivendo pochissimo: volevo lasciare e tornare sulle navi», dice Mo che ormai aveva superato di un pezzo i trenta. Poi approdò alla casa madre di via Solferino dove gli trovarono un buco nella redazione cultura-spettacoli. Cinque anni «divertenti», al termine dei quali – «non cercata, non voluta» – cominciò l’avventura dell’inviato di guerra. Il direttore Franco Di Bella lo spedì a Teheran dov’era appena rientrato Khomeini. Era il febbraio del 1979. Da allora Ettore Mo non ha mai smesso di andar per guerre e per altre tragedie umane raccogliendone e raccontandone voci, umori, sapori e colori. Perché come diceva il suo grande maestro Egisto Corradi (e gli occhi gli brillano ancora quando lo ricorda contando i bossoli sparsi sul terreno al termine di una sparatoria; oppure quando durante una piene del Po piantò le proprie canne sugli argini per controllare il livello dell’acqua), «il giornalismo si fa con la suola delle scarpe», andando sul posto e guardando con i propri occhi. È lasciando andare le sue gambe – guidate dall’istinto della prossimità – che Ettore Mo ha raccontato quasi 25 anni di storia dell’Afghanistan dove,a suo dire, «non era tanto il rischio, quanto il disagio e la fatica», e dove è riuscito fra le altre cose a vivere da vicino gli ultimi giorni di Ahmad Shah Massud, il “leone del Panshir” ucciso in un attentato due giorni prima dell’attacco alle Torri gemelle e al Pentagono. Quella guerra (ma anche tutte le altre come dimostrano fra le altre cose i reportages raccolti nei suoi libri La peste, la fame, la guerra; Sporche guerre; Gulag e altri inferni; Kabul) la si poteva raccontare infatti solo «vivendo con i mujaheddin, dormendo o non dormendo con loro, mangiando o non mangiando con loro», provando paura come quando nell’agosto 1994 un suo giovane collega afgano della Bbc venne ammazzato dagli uomini di Gulbuddin Hekmatyar che avevano appena finito di intervistare. Queste esperienze di vicinanza (come quella vissuta al capezzale di un Nureyev finito dall’Aids), queste emozioni, dice Mo, sono sempre più precluse ormai ai giovani giornalisti «vincolati allo sviluppo delle nuove tecnologie dell’informazione»: «il giornalismo si è andato impoverendo. Gli editori ora fanno il conto delle spese ed esitano a mandare inviati in giro per il mondo: temo che i giovani di oggi siano arrivati tardi a fare questo mestiere». Anche di questo «giornalismo addomesticato, senza più forza vitale» abbiamo parlato al termine del dibattito con Ettore Mo. Ettore Mo, la guerra in Iraq è stata raccontata soprattutto da inviati “intruppati”, al seguito delle truppe della coalizione. Saranno questi gli inviati di guerra del futuro? Io non sono affatto d’accordo con questa maniera di fare giornalismo. Questi inviati non hanno più il margine di manovra necessario, si limitano ai briefings, alle conferenze stampa. Non possono raccontare con i loro occhi. “Embedded”, “intruppati”, sono come i soldati. Ciò che fanno non è buon giornalismo. Lei aveva già detto addio all’Afghanistan – il paese che più ha raccontato – eppure ci è ritornato, l’ultima volta un paio di mesi fa. Come spiega il legame così forte con questo paese? L’Afghanistan fa parte ormai del mio orizzonte umano. È come avere un bambino malato: uno ci torna per vedere come sta. E l’ultima volta che sono stato a Kabul, un paio di mesi fa, mi è sembrato che stesse un po’ meglio rispetto al passato. È stata presa la decisione di creare un solo potere centralizzato, un solo esercito, una sola polizia. La sensazione era diversa da quella provata ogni voltache tornavo in Italia sapendo di dover ripartire per raccontare un’altra guerra. Un suo collega coetaneo, Ryszard Kapuscinski, ha detto che «il cinico non è adatto a questo mestiere». Lei però ha sostenuto in un’occasione che «questo è un mestiere che porta al cinismo». Ettore Mo è riuscito a salvarsi dal cinismo? Qualche volta c’è bisogno del cinismo per affrontare delle situazioni particolarmente drammatiche. Allora fai tacere i tuoi sentimenti per mantenere una certa obiettività. Il cinismo è una specie di difesa per non cadere nel sentimentale, per non farsi trascinare troppo dall’avvenimento. Ma credo che pochi di noi riescano ad essere cinici nel vero senso della parola. Io certamente no: vado dentro un avvenimento per raccontarlo. Io resto coinvolto, è la mia natura. A contatto con persone che hanno dentro tragedie quasi inconcepibili, non si è mai sentito inadeguato, incapace a sostenere il loro sguardo? Ho provato sì un certo senso di reverenza, una certa timidezza di fronte a certi personaggi. Quando incontri Massud ti rendi conto di stare con uno dei grandi personaggi della nostra epoca. Ecco, in questi frangenti mi sono sentito un po' intimidito, e questo non è un bene per un giornalista perché c’è il rischio di diventare troppo reverenziale, che è il vizio del giornalismo italiano con gli uomini “potenti”. E nei confronti della gente comune? Con la gente comune – bambini, donne, anziani, coinvolti in sofferenze incredibili – vado a nozze. Mi avvicino con tranquillità, sto bene. Ettore Mo ha cominciato oltre i 40 a fare l’inviato di guerra. In un mestiere che fa invecchiare presto è ancora inviato di guerra a 71 anni. Quali sono state le valvole di decompressione che le hanno permesse di svolgere questo mestiere così a lungo? Io faccio fatica a stare a casa quando succede qualcosa di drammatico, di importante. La mia indole mi porta a partire subito: la guerra non mi ha mai stancato, perché ogni guerra è diversa dall’altra e c’è sempre qualcosa di nuovo da raccontare. Ma dei momenti di tregua li avrà pur dovuti cercare… Certo, io ho sempre scritto anche dei pezzi che non avevano nulla a che vedere con le guerre. La definizione “inviato di guerra” è un po’ presuntuosa, ma anche riduttiva. Mi sono occupato ad esempio dei pazzi di un manicomio di Vienna che erano tutti degli artisti. Vero, anche questo non è un posto allegro – di cose allegre ne ho fatte poche –, ma però non si tratta di un fronte di guerra. Cosa farà Ettore Mo nei prossimi mesi? Esattamente non lo so. Adesso mi riposo un po’, poi si vedrà. Vorrei andare su un’isoletta remota dell’Atlantico abitata da 300 persone. C’è una storia molto bella, quasi picaresca, da raccontare. Però per arrivarci bisogna aspettare il mese di gennaio, e inoltre ci si impiega cinque giorni con una nave – l’unica – che parte da Città del Capo. È proprio fuori dal mondo. Nel frattempo andremo in giro: se nasceranno degli avvenimenti interessanti vedrò di andare a raccontarli. Quando andrà in pensione Ettore Mo? Io sono già in pensione, ma non sono mai a casa.

Pubblicato

Venerdì 20 Giugno 2003

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