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Il pifferaio di Hamelin

di

Giuseppe Dunghi
Ad Arzo è in corso in questi giorni il Festival di narrazione. Si parla del paese dei diari, Pieve Santo Stefano, metafora della ragion d'essere del festival stesso, della campagna siciliana scomparsa sotto l'avanzare dell'industria petrolchimica, dello sbarco di 20.000 albanesi a Brindisi nel 1991, di una notte a Falluja in Iraq nel 2010 e poi il mito di Don Juan, la storia della fabbrica di cappelli Borsalino, storie dal Marocco, storie dall'America latina. Per cercare di raccontare il mondo con il mezzo che è a disposizione di tutti e comprensibile da tutti, la parola.
Ognuno di noi però sa che il vero festival della narrazione, quello con gli artisti più bravi e i finanziatori più ricchi, non si tiene ad Arzo. Si svolge già da qualche anno sui giornali, attraverso i canali televisivi, nelle allocuzioni dei presidenti della repubblica, nelle conferenze stampa dei primi ministri, e ha per tema la "crisi".
Anzitutto il linguaggio. Nessuna delle parole che terminano in ing ci viene risparmiata: agenzie di rating, spending review, sliding doors, working poors. E poi un diluvio di bond, swap, shareholder, stakeholder, stock option, middle class, subprime, crack, too big to fail, default, spread, european stability mechanism, fiscal compact, austerity, il racconto è più efficace nella lingua di Shakespeare. Veniamo al contenuto: c'è questa crisi – è un fatto – causata dagli stipendi troppo alti, dall'eccessivo ricorso alle cure mediche, troppi ospedali, troppe scuole, troppi insegnanti, trasporti pubblici costosi, troppa burocrazia statale, sistema giudiziario farraginoso, sussidi di disoccupazione eccessivamente generosi, falsi invalidi. Insomma viviamo al di sopra delle nostre possibilità. Campioni in questa condotta di vita allegra sono la Grecia, il Portogallo, la Spagna, l'Italia, l'Irlanda e un po' la Francia, paesi che per questo si sono indebitati e vivono sulle spalle della Germania. Occorre dunque costringerli a rientrare dal debito.  E i ministri più coraggiosi sono quelli appunto capaci di pagare puntualmente gli interessi e per questo diminuire le paghe, licenziare impiegati statali, chiudere o privatizzare scuole e ospedali, mandare in pensione la gente a settant'anni, creare disoccupati e, di passaggio, abolire quell'articolo di legge che prevede la riassunzione di un dipendente licenziato senza giusta causa (qui al pifferaio è caduto di mano per un attimo il piffero, e ha mostrato il suo vero volto).
Qualcuno ha definito "opinabile" tale narrazione, perché rifletterebbe il punto di vista della teoria economica neoliberale. Non è opinabile: è falsa. Falsa come la provetta contenente antrace esibita il 5 febbraio 2003 da Colin Powell al Consiglio di sicurezza dell'ONU per giustificare l'invasione dell'Iraq. Sono la Grecia, il Portogallo, la Spagna e l'Italia che arricchiscono le banche tedesche con gli interessi sul debito, è il debitore che mantiene il creditore, sono i minatori in fondo ai pozzi delle miniere in Perù a creare i dividendi incassati dagli azionisti della Argor-Heraeus di Mendrisio, è il mezzadro che dà da mangiare al padrone, sono le nazioni più disgraziate della Terra a riempire di soldi le banche svizzere, sono i poveri che mantengono i ricchi. Non lasciamoci raccontare l'Europa e il mondo da questa gente. Cerchiamo di raccontarli noi, con i mezzi che abbiamo, senza finanziatori, con la forza dell'intelligenza.

Pubblicato

Venerdì 31 Agosto 2012

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