Arriva l'Avvento. Ma pochi oggi, per quanto si professino ancora di religione cristiana, se ne curano. L'Avvento, in realtà, è diventato il periodo dei massimi consumi. Ci si accorge che lo stiamo vivendo perché i negozi sono aperti anche di domenica. E quasi tutti ci andiamo. Di per sé nulla di scandaloso in una società in cui la libertà si misura anche dal livello di consumo di ognuno. Semmai è un po' triste, ma è un'opinione personale.
Quel che scandaloso comincia a diventare è il trattamento riservato al personale dei negozi. Le statistiche delle infrazioni commesse in Ticino alle condizioni di lavoro nella vendita in occasione delle aperture straordinarie prenatalizie (cfr. area n. 47 del 23 novembre) stanno lì a dimostrarlo: su 26 negozi controllati nel 2006, 25 non erano in regola – detto in altri termini: su 2'215 salariate e salariati, ben 1'355 sono stati impiegati violando qualche norma a loro tutela. E non si è trattato sempre di bagatelle, anzi: in 101 casi i dipendenti sono stati fatti lavorare per oltre 6 giorni consecutivi, mentre in 227 altri gli sono state imposte più di due ore di straordinario al giorno.
D'accordo, per molti piccoli negozi a gestione famigliare può essere difficile raccapezzarsi nelle norme che regolano il rapporto di lavoro di quella che magari è l'unica dipendente. Ma nelle infrazioni, anche in quelle gravi, ci sono cascati tutti, con in testa le grandi catene di distribuzione: che con i loro uffici del personale non dovrebbero avere problemi a pianificare e gestire correttamente l'impiego dei loro dipendenti. Tutto questo a fronte di salari che si aggirano attorno ai 3 mila franchi al mese. Evidentemente però altre sono le loro priorità, non certo il riconoscimento dell'impegno delle lavoratrici e dei lavoratori – anche se è grazie a quell'impegno che si produce ricchezza: non a caso è il fondatore di Ikea Ingvar Kamprad l'uomo più facoltoso della Svizzera.
Il paradosso non potrebbe essere più stridente: siamo una società che celebra il consumo fino al parossismo, ma il ruolo di chi ci permette questo (apparente) bagno di felicità non lo si vuole riconoscere. Se alle richieste di sempre maggiore flessibilità avanzate dal fronte padronale la politica tende a prestare generosamente attenzione, del tutto disattenta si dimostra invece nei confronti delle sacrosante esigenze del personale della vendita. È ora che le cose cambino: le lavoratrici e i lavoratori hanno diritto ad un quadro sicuro ed affidabile entro il quale i loro diritti (e di riflesso quelli dei loro famigliari) siano garantiti, pur nel rispetto delle mutate esigenze della società. Da un vero Contratto collettivo per tutto il settore non si potrà prescindere. Sarà anche un modo per ridare un po' di dignità alla nostra sempre più scomposta corsa al consumo.

Pubblicato il 

30.11.07

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