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Il papavero e l'elefante

di

Roberto Ruegger
Quando c’è una guerra cadiamo quasi sempre nella tentazione di dividere il mondo in «buoni» e i «cattivi», ma raramente la realtà è così semplice. Ecco un esempio. Vista dall’interno, la Cina del 1839 è un immenso impero cristallizzato nella sua secolare immobilità politica e sociale. Il potere è fortemente centralizzato e concentrato nelle mani dell’imperatore, rappresentato sul territorio da alti funzionari provenienti dalla nobiltà terriera, i «mandarini». La lenta burocrazia imperiale regola qualsiasi aspetto della vita quotidiana. Anche l’attività agricola, dipende dalla burocrazia, poiché essa gestisce il complesso sistema di irrigazione da cui dipende la coltivazione del riso. Le rese agricole però diminuiscono inesorabilmente. La popolazione è scontenta, ha fame e si ribella. Ma nulla si muove: nessuna riforma, niente meccanizzazione, sempre meno riso, sempre più rivolte, repressioni sempre più feroci. Il ciclo si ripete all’infinito. Vista dall’esterno, la Cina non è altro che un immenso mercato chiuso e inaccessibile. Anzi è una vera e propria spina nel fianco per la bilancia commerciale della grande potenza dell’epoca, la Gran Bretagna. Dalla Cina si importano grandi quantità di tè, seta, porcellane e carta, pagati con argento sonante, mentre i cinesi, a parte qualche orologio, non comprano nulla. L’unico articolo che riscontra un certo successo è l’oppio, prodotto in grande quantità dalle colonie Indiane. Merce problematica l’oppio. Di importarlo nella madre patria non se ne parla nemmeno. I sudditi di Sua Maestà non vanno certo resi dipendenti dagli stupefacenti per risolvere un problema di sovrapproduzione. Identiche vedute le ha però anche l’imperatore della Cina: un decreto vieta lo spaccio d’oppio già dal 1729. Che fare allora di tutta quella mercanzia? Ma certo, contrabbando! Con il fraudolento appoggio della potenza britannica il volume delle vendite alla Cina non cessa di aumentare: nel 1831 se ne trafugano 20’000 casse. Una vera piaga. Un energico funzionario imperiale di Canton, Lin Tse-hsü, decide di porre fine a quello sconcio e confisca il carico di tutte le navi straniere. Quale migliore occasione per «convincere» i cinesi ad aprire i loro mercati al commercio estero? Il Governo britannico affida una flotta al comando dell’ammiraglio Eliot, che nel novembre del 1839 blocca Canton e nel giugno del ’40 la occupa. L’elefante cinese si rivela incapace di organizzare una valida difesa. Nel ’42 gli inglesi sono alle porte di Nanchino, la capitale. È la resa. Con il trattato di Nanchino la Cina cede Hong Kong ai vincitori e rende accessibili al commercio estero altri quattro porti. Uno Stato indifferente al destino del proprio popolo e una potenza coloniale dallo sconcertante cinismo mercantile: dove sono i «buoni»?

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Venerdì 14 Dicembre 2001

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