Incrociate le braccia alla Trasfor di Molinazzo di Monteggio lo scorso martedì. Le maestranze hanno mal digerito la panettonata natalizia, quando gli hanno annunciato di dover prestare ore di lavoro gratuite.  

Ricapitoliamo come si è arrivati a martedì. Mancano due giorni a Natale. Nella fabbrica di componenti elettrici Trasfor di Molinazzo di Monteggio viene organizzata una panettonata alla quale i 270 dipendenti sono invitati a partecipare con le mogli e i figli. L'ambiente è quello della fabbrica formato grande famiglia. Tra un brindisi e uno scambio di auguri, la direzione ne approffitta per comunicare ai dipendenti che, complice il franco forte, la situazione aziendale è  grave. Per superarla, i dipendenti sono invitati a lavorare due ore e mezzo la settimana gratis. Appoggiati bichieri e panettoni, si chiede l'alzata di mano per l'approvazione della misura. Alcuni non alzano la mano fiutando la trappola. Sono talmente pochi da passare inosservati. La grande maggioranza alza il braccio. Tutto si svolge in pochi minuti. Dalla bocca dei dirigenti non uscirà mai la parola licenziamento. Ma c'è chi giura di aver visto dei gesti eloquenti. Altri invece hanno visto nel riferimento ai 40 posti di lavoro corrispondenti alla misura, la velata minaccia di possibili licenziamenti se i dipendenti si fossero rifiutati di lavorare gratis. Questione d'interpretazione.
Nel corso della giornata di sciopero, i dirigenti dell'azienda si vantano di non aver mai licenziato nessuno, nemmeno in tempi grami. Vero, anzi negli ultimi tempi hanno assunto decine di nuovi collaboratori. Il prossimo primo marzo, altri dodici inizieranno a lavorarci.
Nei capanneli di operai davanti ai cancelli, la domanda continua a tornare spontanea: «se si continua a assumere, significa che le cose vanno bene. Sta crisi per cui dovremmo lavorare gratis, dov'è ?». E questo è un punto importante. Le prove della situazione economica tale da giustificare la misura, nessuno le ha viste.
Le 30mila ore lavorative gratuite «regalate» a Natale dai dipendenti con l'alzata di mano hanno validità legale secondo l'azienda perché giustificate dall'articolo 57.4 della convenzione della metalmeccanica. L'articolo citato permette delle deroghe agli orari di lavoro (da 40 a 42,5 ore settimanali per due anni) se lo scopo è superare delle difficoltà economiche. Per la sua attuazione è necessario il consenso della commissione del personale di Trasfor, la quale prontamente approva. Cresce però il  malumore tra il personale per la misura, sia per la modalità con cui è stata chiesta sia per le ore di lavoro gratis da prestare per due anni. A fine gennaio, 152 dipendenti (ben oltre la metà) firmano una petizione per chiedere il ritiro della misura. Un'altra petizione, partita spontaneamente dagli operai, chiede la destituzione immediata della Commissione del personale. Poco più di un centinaio di dipendenti la sottoscrive. (Per la cronaca, da martedì la commissione non esiste più). Forti delle petizioni, i sindacati chiedono una settimana fa alla direzione l'annullamento della misura. La direzione rifiuta. E si arriva allo sciopero.

Lo sciopero

Alle sei del martedì 8 febbraio, i cancelli sono presidiati dai sindacati e operai. Gli operai adetti alla produzione del primo turno delle sei e quelli che lavorano su due turni giornalieri incrociano compatti le braccia. Caffè e cornetti e due funghi a gas installati dai sindacalisti di Unia aiutano a contrastare l'umido freddo che sale dal fiume Tresa. Gli animi sono tranquilli.
La tensione salirà con l'arrivo dei direttori e della Jaguar di Claudio Zehnder, direttore finanze nonché uno dei quattro azionisti della Trasfor (il cui presidente del consiglio di amministrazione è l'ex consigliere nazionale del partito liberale Adriano Cavadini). I direttori entrano nello stabilimento, seguiti da un piccolo stuolo di capetti e d'impiegati, superando con qualche difficoltà il picchetto sindacale e la disapprovazione degli operai scioperanti. Sul posto giungerà anche qualche pattuglia della polizia cantonale, chiamata dalla direzione. Gli agenti si limiteranno a osservare.
«Non ho mai partecipato a manifestazioni o scioperi. Ma questa volta hanno esagerato. Dico no alla loro misura, a come l'hanno estorta. Oggi sciopero e ci credo. Ne sono convinto» racconta un operaio. Le maestranze, i 275 "imprenditori" come li ha definiti a Ticinonline Cristiano Palladini, uno dei sei direttori della Trasfor, si rifiutano di caricare sulle loro spalle il rischio aziendale del cambio di cui dovrebbero assumersi i proprietari dell'azienda. Secondo Claudio Zehnder, azionista di Trasfor e membro del Consiglio di amministrazione di Swissmem (l'associazione padronale delle imprese metalmeccaniche), le due ore mezza di lavoro gratuito sono: "l'investimento dei lavoratori" nella ditta. Non si dice però che i veri imprenditori intascano i profitti quando le cose vanno bene, mentre la paga mediana degli operai in produzione alla Trasfor, stando ai sindacati, si aggira sui 3'200 franchi lordi mensili. Gli "operai- imprenditori" di Palladini dopo oltre quarant'anni di lavoro possono "ambire" a una paga di 3'900 franchi.

L'epilogo

Poco prima delle 14, quando arrivano anche gli operai del secondo turno, le maestranze si riuniscono in assemblea sul posteggio aziendale per decidere il da farsi. Viene scelta una delegazione delle maestranze che, accompagnata da quattro sindacalisti, andranno a ascoltare le eventuali proposte della dirigenza aziendale. Quando il freddo torna a farsi pungente col calar del sole, dopo due ore di discussioni, la delegazione esce con una proposta della direzione. La mezz'ora di lavoro gratuito giornaliera viene sospesa alla cinquantina di operai che lavorano sulle macchine nei tre turni che coprono le 24 ore. Resta valida per tutti gli altri dipendenti, compresi gli operai addetti alla produzione che lavorano sui turni giornalieri. Questo fino al 15 febbraio, data in cui la commissione paritetica nazionale dovrà esprimersi sulla validità o meno della deroga agli orari di lavoro. Nel caso la misura fosse illegale, Transfor s'impegna a retribuirle retroattivamente. Qualora fosse invece legale, la direzione discuterebbe con la nuova Commissione del personale (ormai inesistente) la sua rimessa in vigore.
Le maestranze, nuovamente riunite in assemblea lontane dagli occhi che scrutano dalle finestre degli uffici, devono decidere se accogliere o meno la proposta. Una scelta difficile. La direzione è riuscita nel suo intento. Nella proposta, il ritiro della mezz'ora gratuita riguarda solo una minima parte dei lavoratori, quella dei tre turni. D'altro canto, si dice, manca solo una settimana alla decisione della paritetica sulla validità della misura. Ma c'è d'aver fiducia nelle istanze superiori, si chiede qualcuno. E una volta definito legale la mezz'ora gratuita, come faremo a contestarla? Lo sciopero ad oltranza riuscirebbe a convincere la direzione nell'abolire definitivamente la misura? Domande legittime che inquietano l'animo dei lavoratori. Alla fine prevarrà un "Sì sofferto all'accordo". Sullo stile di quello estorto ai lavoratori della Fiat. Ma come in quel caso, la partita non è ancora finita.

Pubblicato il 

11.02.11..

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