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Il palazzo non cede e sull'Avs è referendum

di

Silvano De Pietro
Dopo la grande manifestazione di sabato 20 settembre a Berna, il referendum contro l’11.ma revisione dell’Avs sembra più vicino. Anzi, per molti è ormai inevitabile. Lo è soprattutto per quanti, parlamentari, sindacalisti e giornalisti, hanno animato o seguito da vicino il dibattito politico intorno al sistema pensionistico elvetico. Un dibattito che in due anni ha registrato – ben più di quanto lascino trasparire le cronache parlamentari – contraddizioni, rifiuti ostinati e tentativi di compromesso. Un dibattito che ora termina, in un crescendo di tensione, sotto il forte segno della campagna elettorale in corso. Se ne sono viste di tutti i colori, persino un Couchepin che, dopo il ripiego del Nazionale sul compromesso del Pdc, difende ancora agli Stati i 400 milioni per il pensionamento anticipato. Certo, una posizione opportunistica che, se fosse passata, gli sarebbe servita quale contropartita all’innalzamento dell’età pensionabile a 67 anni nella futura 12.ma revisione dell’Avs. Ma è un’ennesima chiara dimostrazione di quanto il mondo politico sia profondamente diviso sulla questione delle pensioni. E di quanto l’intera riforma sia precipitata verso una conclusione che alimenterà lo scontro sociale. In sintesi, dopo tre passaggi al Nazionale e agli Stati, i due rami del parlamento erano ancora in disaccordo su tre punti centrali: la parte della Confederazione sull’uno per cento d’Iva spettante all’Avs, la riduzione delle rendite vedovili e l’aiuto al pensionamento anticipato. L’ultimo tentativo d’intesa è stato fatto martedì scorso con la conferenza di conciliazione. Ovviamente, questo genere di conflitti tra le due Camere è solo formale, perché in realtà sono i partiti a tener duro sulle proprie posizioni, le quali riescono ad imporsi a seconda della diversa distribuzione delle forze nell’uno o nell’altro consesso. La sinistra ha dovuto sempre cedere, salvo che sulla destinazione all’Avs dell’intero gettito dell’uno per cento in più d’Iva introdotto nel 1999: una battaglia vinta soltanto al Nazionale grazie alla coincidente posizione dell’Udc. Ciò dimostra che in effetti a dettare le regole del gioco, e quindi ad assumersi le maggiori responsabilità, sono sempre i partiti borghesi, o meglio il blocco di maggioranza costituito dall'alleanza tra Udc e Prd. I democristiani, se possono ancora riuscire a far passare un compromesso al Nazionale con l’appoggio della sinistra, non ce la fanno agli Stati, dove sono rappresentati da personaggi più conservatori, e dove i socialisti sono troppo pochi. Lo dimostra la decurtazione dall’80 al 60 per cento delle rendite per le vedove: è stata respinta al Consiglio nazionale, ma agli Stati è stata riconfermata nonostante l’opposizione del Pdc. E poi riconfermata ancora nella conferenza di conciliazione. Ma al di là di questi dati di fatto, la misura di quanto sia avvelenato il clima attorno al tema delle pensioni è data dalla discussione sul pensionamento anticipato. I partiti borghesi, Udc, Prd e Pdc, avevano imposto nella sessione di giugno al Consiglio degli Stati una soluzione drastica: nessun ammortizzatore sociale per le pensioni anticipate. La presidente del Pss, Christiane Brunner, aveva avuto un’energica reazione, affermando che se i democristiani, tradizionalmente alleati della sinistra sulle questioni che mettono in gioco la socialità e la solidarietà, si allineano adesso sulle posizioni dell’Udc, allora non c’è più distinzione tra loro e il partito di Blocher. In tal caso, tanto varrebbe eleggere un secondo democratico di centro in governo, al posto di un democristiano come il ministro dell’economia Joseph Deiss. Il Pdc, nonostante qualche rimostranza, ha incassato il colpo ed è corso ai ripari. Così, il capogruppo democristiano Jean-Michel Cina, vista la rigidità dei due fronti – quello di sinistra che difendeva la proposta del Consiglio federale di destinare 400 milioni di franchi al contenimento delle pensioni anticipate per i bassi redditi, e quello di Udc e Prd che insistevano sulla “soluzione zero” – ha presentato la sua formula di compromesso: concedere l’attenuazione del taglio della rendita soltanto alle donne, con una spesa di 244 milioni invece di 400. La proposta non è piaciuta neppure a tutti i democristiani. Il ticinese Meinrado Robbiani, per esempio, ha detto che questa formula «è semplicemente la ripresa di un’agevolazione già concessa alle donne nell’ambito della 10.ma revisione dell’Avs parallelamente all’aumento progressivo dell’età pensionabile. Così non si risolve il problema di fondo, perché la flessibilità deve comprendere strumenti in grado di contenere gli effetti sulle rendite. E non solo per le donne, ma per tutti gli assicurati con reddito modesto». La stessa cosa era stata detta due settimane fa dalla sinistra, quando si era saputo che il Pdc avrebbe fatto questa proposta. Perciò, i socialisti non ne hanno voluto sapere. Anzi, la vicepresidente del Pss, Christine Goll, ha rinnovato l’attacco ai democristiani rinfacciando direttamente a Jean-Michel Cina di «piegarsi ai tentativi di ricatto dell’Udc». Cina, evidentemente innervosito, ha replicato che a cominciare con i ricatti è stata la presidente socialista Brunner, minacciando di scalzare il Pdc dal Consiglio federale se non avesse difeso la soluzione dei 400 milioni. Ma il battibecco ha coinvolto anche gli altri due partiti borghesi, Udc e Prd, che non hanno risparmiato critiche al compromesso democristiano. Il radicale bernese Pierre Triponez, esprimendo un concetto condiviso da molti suoi colleghi, ha parlato di «pericoloso incentivo» ad abbandonare l’attività lavorativa. S’è alzato anche Christoph Blocher ad ammonire il Pdc a «non aprire le cateratte. Un’apertura al prepensionamento eserciterebbe una forte pressione sull’aumento dell’età pensionabile e anche sul secondo pilastro». E Toni Bortoluzzi ha rilanciato la proposta di «accordo» formulata in commissione da Blocher: se il Consiglio nazionale accetta la “soluzione zero”, allora l’Udc difenderà l’indice misto quando si discuterà del pacchetto di risparmio. Ma la spirale ha continuato ad avvitarsi verso il basso. Udc e Prd hanno votato ugualmente il compromesso democristiano. È stata però una finta, perché non hanno dimostrato la stessa disponibilità il giorno dopo al Consiglio degli Stati. Anche qui il battibecco, anche se più compassato, è stato duro. E il risultato s’è visto: un rinnovato no alle soluzioni votate dal Nazionale. Alla fine, l’ultima finzione: un estremo compromesso in conferenza di conciliazione ha ridotto a soli 140 i 244 milioni proposti dai democristiani per il pensionamento anticipato. In pratica verrebbero aiutate soltanto le donne nate tra il ’48 e il ’52, che devono affrontare il primo scalino dell’innalzamento della loro età di pensionamento. Durissima la reazione di Christiane Brunner: «È un risultato zero. Non dobbiamo esitare a lanciare il referendum contro questa revisione». E poi, tagliente contro il Pdc: «140 milioni non basteranno per pagarsi un seggio in Consiglio federale».

Pubblicato

Venerdì 26 Settembre 2003

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