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Il nuovo presidente e il progetto dei socialisti

di

Pietro Martinelli
Quando, poche settimane dopo la sua elezione avvenuta lo scorso 6 marzo, il neo presidente del nostro Partito Hans-Jürg Fehr venne a Bellinzona per un incontro con i socialisti ticinesi l’occasione mi era apparsa ghiotta per cercare di capire quale fosse il suo orientamento di fronte all’eterno scontro all’interno della sinistra tra riformisti e i contestatori in forme e con ideologie diverse del riformismo. Uno scontro tutt’altro che concluso con la caduta del muro di Berlino e la rovinosa fine dell’Unione Sovietica avvenuta dopo 70 anni senza lasciare, almeno apparentemente, nessuna eredità di una nuova cultura politica. Quel tema continua infatti a riproporsi in Svizzera come altrove in Europa. Un ultimo episodio riguarda la nomina sabato scorso del nuovo presidente del Pse dove il danese Rasmussen l’ha spuntata sull’italiano Amato per 6 voti su 350 spaccando a metà l’assemblea proprio su scelte di carattere ideologico. Tuttavia la mia attesa andò delusa, malgrado le sollecitazioni di tre giornalisti invitati a porre delle domande all’ospite, perché in definitiva lo scopo della venuta di Fehr in Ticino era innanzitutto quello di invitare i ticinesi, unitamente alla consigliera di Stato socialista Patrizia Pesenti, a votare contro la 11° revisione dell’Avs e contro gli sgravi fiscali federali. Come ebbe a sottolineare lo stesso Fehr quelle del prossimo 16 maggio sia a livello federale che cantonale sono battaglie difensive necessarie per contrastare i tentativi della destra di smantellare lo Stato sociale. Tuttavia, aggiunse, i socialisti svizzeri dovranno saper proporre anche una politica offensiva il cui perno potrebbe essere l’adesione della Confederazione all’Unione europea. Un po’ vaga come indicazione di una strategia che dovrà perlomeno affrontare le ragioni che rendono gli svizzeri scettici nei confronti di questa adesione (la perdita di alcuni privilegi presunti o reali di cui ancora godiamo a condizione che l’Ue non alzi troppo il prezzo del nostro particolarissimo statuto di partner, come ha detto l’altro neopresidente, il liberale-radicale Rolf Schweiger) e che dovrà dire, per esempio, con quali riforme affronteremo i problemi del nostro negativo clima economico (negativissimo per il Ticino), del livello insostenibile dei nostri prezzi, dell’accresciuta concorrenza all’interno dell’Ue e con il resto del mondo, della democrazia diretta, ecc. In effetti in molti all’interno del Ps avvertono la mancanza di un progetto aggiornato come perno (flessibile) di una politica offensiva. Se il progetto dei socialisti svizzeri tradizionalmente si chiama programma dobbiamo renderci conto, come ha ammesso lo stesso Fehr, che il programma di Lugano del 1982 (il sesto di una serie iniziata nel 1888) formalmente ancora valido, non è più attuale. Tra gli altri obiettivi in quel programma troviamo, per esempio, quello di «rompere con il capitalismo» e di «introdurre un controllo degli interessi privati sui mezzi di produzione per mezzo della democratizzazione dell’economia grazie all’autogestione e al controllo democratico del potere economico». Fatta salva l’esigenza irrinunciabile del controllo democratico del potere economico le modalità in questo periodo storico realisticamente non possono essere né la “rottura con il capitalismo”, né “l’autogestione” né “la democratizzazione dell’economia” (se non nel senso ricordato sopra) ma piuttosto le regole decise democraticamente e il controllo del loro rispetto a livello locale, nazionale e internazionale. È probabile tuttavia che molti socialisti non siano d’accordo. Fehr ha promesso che il programma del Partito verrà ristudiato e rifatto con una procedura che coinvolgerà tutta la base e che durerà tre anni. È un bene che questo avvenga anche se dovesse (ri)proporre confronti aspri che, nell’interesse immediato del partito, si è cercato di assopire. Anche se dovesse portare a far riemergere vecchie divisioni e la loro storia. Perché se si chiude il passato in un cassetto, se non c’è memoria, non ci sarà neppure un futuro, almeno come forza di cambiamento. Indipendentemente dalla percentuale di voti che si raccolgono.

Pubblicato

Venerdì 30 Aprile 2004

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