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Il muro di Berna

di

Fabio Lo Verso
Quando un governo democratico chiede al proprio parlamento di trasformare in legge la pratica della «discriminazione secondo l’origine nazionale», il pericolo è di legittimare il «razzismo di Stato». Jean-Michel Dolivo non concede attenuanti, né considerazioni generiche. Se il progetto di legge sugli stranieri, oggi in consultazione alla camera bassa del parlamento, dovesse essere adottato, ebbene, la Svizzera tutta, il suo parlamento come chi lo vota, potrà essere tacciata di paese razzista. Oggi la discriminazione è iscritta soltanto nelle direttive e ordinanze del governo. Domani sarà contenuta nei testi di legge, nelle vene giuridiche che irrigano il paese, che ne nutrono il corpo, ossigenano la mente, rispondono al pulsare del cuore. L’avvocato losannese, specialista del diritto del lavoro, consulente presso il Sei di Losanna (Sindacato industria e edilizia), milita da diversi anni per la difesa dei diritti fondamentali degli uomini e delle donne che vivono in Svizzera. La nuova legge prevede come parametro per l’autorizzazione di soggiorno l’origine nazionale dei candidati, secondo la suddivisione in due cerchi. Ai cittadini provenienti dall’Unione europea sarà permessa la dimora nel territorio elvetico. Agli «altri» sarà concessa se altamente qualificati o se le loro qualifiche sono utili o indispensabili all’economia svizzera. Riguardo alla legge sugli stranieri, il Consiglio federale vanta i meriti di un sistema d’ammissione «restrittivo» che si fonda su criteri «qualitativi». Qual è la sua valutazione? Il progetto di legge che oggi naviga tra le poltrone del Consiglio nazionale, se adottato, darebbe una pericolosa legittimità al sistema binario che è attualmente in vigore in Svizzera. Da una parte i cittadini dell’Unione europea e dei paesi dell’Aels compongono il cosiddetto Primo cerchio, dall’altra il governo e il parlamento elvetici mettono gli abitanti dei paesi del Secondo cerchio, circa i quattro quinti della popolazione mondiale, con il risultato evidente di separare il mondo in due categorie. Questa legge avrebbe come effetto di erigere una sorta di nuovo muro di Berlino, con gli annessi e connessi della repressione, il sospetto, l’inquisizione. Ecco cosa si può ricavare dal termine restrittivo. Selezione e discriminazioni Come valuta invece l’uso dei cosiddetti «criteri qualitativi»? Questi criteri si fondano sulla «qualifica» degli immigrati candidati a un posto di lavoro. Selezionare attraverso la qualifica significa semplicemente istituire l’eccezione al rango della regola. Perché, dal punto di vista legale, la selezione attraverso il criterio della qualifica, altri non è che l’uso di un diritto d’eccezione. Il governo vuole inoltre essere libero di stabilire i criteri. La libertà di valutazione è la chiave di volta della politica federale in materia di immigrazione. Il pericolo è che i famosi criteri qualitativi diventino anche arbitrari, poiché interamente lasciati alla valutazione delle autorità. La libera circolazione delle persone è una delle libertà fondamentali dell’umanità. Come intende il governo giustificare il controsenso dell’applicazione restrittiva di una libertà che riguarda tutti gli abitanti della Terra ai soli europei e svizzeri? Per giustificare questo controsenso il governo agita il sacrosanto principio dell’utilitarismo migratorio, un remake, sotto celate spoglie, della politica discriminatoria in materia di immigrazione. Con il contingentamento dei flussi migratori si è puntato in passato a mantenere l’equilibrio economico del paese. La vecchia legge del 1931 poneva un chiaro freno alla sovrappopolazione del paese, un concetto che traduce in forma civile la paura dell’Ueberfremdung, letteralmente il pericolo di «inforestieramento» della società elvetica, secondo cui lo straniero rappresenta una minaccia per l’identità nazionale. Oggi questo discorso è stato sostituito con quello della prevalenza degli interessi economici del paese, contemplati addirittura in un articolo della nuova legge. L’utilitarismo migratorio permette al governo di giustificare la divisione del mondo in due cerchi, in uomini di categoria A, gli svizzeri e gli europei, e di categoria B, i rimanenti. Una divisione che ha un fondamento razzista e discriminatorio. In questo senso si può parlare di razzismo di Stato. L’umanità classificata Dal punto di vista del governo, gli interessi del paese e il principio della libera circolazione delle persone sono dunque conciliabili nella misura in cui la libera circolazione viene concessa soltanto ad alcune persone. L’esperienza ha mostrato però che questa strada porta alla crescita di ineguaglianze e precarietà. Qualsiasi sistema sociale che si fonda sulla classificazione dell’umanità secondo una scala arbitraria crea i presupposti per lo sfruttamento delle classi che latitano nei primi gradini della scala sociale. Con le conseguenze conosciute, misurate e osservate da decenni della precarietà dei cittadini di terza o quarta categoria che possono essere espropriati del loro lavoro, anzi della loro vita. Stiamo istituendo un nuovo tipo di mercato degli schiavi. Quando avremo bisogno di manodopera da sfruttare, mantenendola nella precarietà, senza diritti fondamentali e soprattutto, senza risorse morali o economiche per poter rivendicare questi diritti, non avremo che da tendere la mano su un paese povero e servirci della forza lavoro che ci serve. La Svizzera si allinea in fondo sul modello europeo dei flussi migratori che permette agli abitanti del Secondo cerchio di fare ingresso nel Primo solo se saranno in grado di contribuirne alla crescita. Storicamente il modello svizzero del contingentamento e della gestione dei flussi seguendo l’interesse economico del paese anticipa i sistemi che via via hanno preso piede in Europa. Non è esatto dire che la Svizzera si allinea al modello europeo. La Svizzera è servita da modello ai paesi vicini. Tecnicamente la nuova legge non è che il rimpasto di ordinanze federali sottoposte alla necessaria adeguazione agli accordi bilaterali. Con questa legge la Svizzera raggiungerebbe uno spazio, quello europeo, in cui le regole sulla migrazione convengono pienamente al governo. Regole che la politica e l’esperienza elvetica hanno largamente ispirato. Una situazione problematica La sua formula «nessuna legge riuscirà a impedire i movimenti migratori dei quattro quinti dell’umanità» risuona come un terribile avvertimento. Con o senza legge i lavoratori del Secondo cerchio continueranno a varcare i confini elvetici. Cosa faranno allora le autorità? La nuova legge non è realista e induce ad una situazione ancora più problematica di quella che stiamo vivendo. La Svizzera e l’Europa potranno erigere fortificazioni invalicabili, proteggere le coste con il filo spinato, i migranti provenienti da paesi poveri in cui la fame minaccia, tenteranno e riusciranno immancabilmente ad oltrepassare i confini dell’impero occidentale, ricco e opulento. Saranno essenzialmente lavoratori appartenenti al Secondo cerchio, dunque bollati del divieto legale di soggiorno. I nuovi migranti non avranno permesso di dimora, alimenteranno la folta massa dei senza diritti che nutrono la nostra economia. La nuova legge è una fabbrica di «sans-papiers». Lei è un giurista. A quali conclusioni si approderebbe se ponessimo la legge sugli stranieri al vaglio del diritto internazionale? Come ho detto in precedenza l’istituzione di un diritto d’eccezione, fondato su criteri di qualità, è un torto dal punto di vista giuridico perché conferisce al governo uno strumento che è un controsenso legale, secondo il diritto internazionale, con riferimento alla Convenzione dell’Onu per l’eliminazione della discriminazione razziale. Nella fattispecie il governo chiede al parlamento di erigere in legge la discriminazione secondo l’origine nazionale, di classificare cioè le genti, i popoli, gli individui. La classificazione e la categorizzazione sono incompatibili con l’uguaglianza dei diritti. Non si può fare un doppio discorso, pretendere che la Svizzera rispetta i diritti fondamentali dell’uomo, e poi agire negandoli a chi vive da anni nel paese, penso ai «sans-papiers», e a chi verrà domani a tentare la fortuna. Quale sarebbe, secondo lei, la giusta risposta alla questione dei flussi migratori, una realtà che in futuro andrà sempre più aumentando, flussi che si dirigeranno inevitabilmente verso i paesi del preteso Primo cerchio? Basta applicare il corollario di base che discende dal principio fondamentale della libera circolazione delle persone e dell’uguaglianza degli individui, cioè permettere a chiunque di stabilirsi dove vuole. Negli anni precedenti il primo conflitto mondiale la Svizzera era un paese con le frontiere aperte che imponeva un solo vincolo a chi veniva a stabilirsi nel suo territorio, l’annuncio presso le autorità. Era sufficiente dire : eccomi qui, intendo abitare in questo paese. Non esisteva il permesso di soggiorno. Il popolo non aveva paura di essere invaso dallo straniero, di essere sommerso da tutta la miseria del mondo. Oggi la paura dello straniero è diventata uno stratagemma politico, che i politici usano per ottenere i favori degli elettori. Questa strategia di bassa politica è una delle ragioni che spiegano le vittorie che le destre populiste collezionano oggi nel continente europeo.

Pubblicato

Venerdì 31 Maggio 2002

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