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Consigli di lettura

Il mondo sotterraneo e malato del Nord Italia

Tra Piemonte, Lombardia e Veneto un libro di fotogiornalismo racconta e analizza l’eredità tossica lasciata da un’industria nociva e dal traffico di rifiuti nella Megalopoli Padana

di

Federico Franchini

Inquinamenti industriali, contaminazioni ambientali, traffici di rifiuti, discariche abusive: è il retaggio lasciato nel Nord Italia da un’imprenditoria malata, spesso collusa con la criminalità organizzata. Tutto questo è raccontato – e fotografato – in un recente, bellissimo, libro intitolato “La terra di sotto” (Penisola Edizioni).


La terra di sotto” racconta, attraverso la fotografia, l’analisi giornalistica e la cartografia, la contaminazione industriale di quella che è considerata la culla del benessere italiano. Un progresso che, però, ha un altro lato della medaglia: la terra di sotto, appunto. Una terra che è stata maltrattata, violentata, inquinata. Una terra che ancora oggi è tossica a causa di un marcio passato industriale. Una terra sulla quale non si è esitato a scaricare, nascondere, riversare, bruciare ogni tipo di sostanza tossica. Il libro si snoda lungo l’autostrada A4 che collega Torino a Venezia, diramandosi anche in zone più periferiche, come quelle che conducono alle cave d’amianto del Torinese, alle discariche nel Varesotto o alle acque inquinate in provincia di Sondrio. Le fotografie di Luca Quagliato sono contestualizzate e analizzate da Luca Rinaldi, direttore di IrpiMedia, una testata indipendente che ha dato casa ai giornalisti freelance del collettivo Irpi (Investigative reporting project Italy). Nato su idea di Luca Quagliato, il libro è stato sostenuto da un crowdfunding e da IrpiMedia e Transparency International Italia. Con la fotografia, ma anche con le parole e l’analisi, si è voluto stimolare un dibattito su un problema certo noto, ma invisibile. Anche perché, nella grande maggioranza dei casi, l’inquinamento sta sotto. Non si vede appunto. Noi ne abbiamo parlato con uno degli autori, il giornalista Luca Rinaldi.



Luca Rinaldi, quando si è iniziato a trattare male il territorio?

È nella prima metà del ’900 che mettono le radici la gran parte delle storie raccontate in questo libro. Nel 1906, a Casale Monferrato, inizia la produzione di fibrocemento Eternit dell’omonima ditta svizzera. Una produzione che proseguirà fino al 1986, ma che vedrà gli strascichi allungarsi fino ad oggi. Si tratta dell’esempio forse più significativo, ma non certo l’unico. Nel 1917 viene avviato l’insediamento di Porto Marghera, a Venezia; nel 1926, vicino a Novara, arriva l’azienda tessile tedesca Bemberg i cui scarichi di solfato di rame e ammonio hanno fatto scomparire ogni forma di vita dal Lago d’Orta: nel 1932, a Brescia, si insedia la Caffaro che, fino al 1983, ha prodotto policlorobifenili (Pcb); sempre nel ’32, dalle parti di Pavia, si avvia la produzione di fibrocemento della Fibronit.



All’epoca, le norme ambientali erano quasi assenti...

Fino alla Costituzione del 1947 che fa riferimento alla nozione di “paesaggio”, la protezione dell’ambiente era di fatto inesistente. Ciò che ha favorito la nascita di tutti questi stabilimenti che hanno potuto inquinare a lungo. Va però detto che in seguito, nel momento in cui si è avuta conoscenza e coscienza che gli effetti di produzione, sostanze e scarichi avessero un impatto sulla salute dell’uomo e sull’ambiente, ha prevalso la logica del profitto ad ogni costo. Anche a costo delle vite umane. Il caso Eternit, della Caffaro e, più di recente, quello dell’inquinamento da Pfas (sostanze perfluoro alchiliche) in Veneto sono forse quelli più eclatanti.



Quando viene scoperchiata la terra di sotto?

Nel luglio 1976 avviene l’incidente alla Icmesa di Meda, noto come disastro di Seveso, che causò la fuoriuscita e la dispersione di una nube di diossina che investì una vasta area della Brianza. Questo disastro fece capire a tutti che era arrivato il momento di dotarsi di una politica comune in materia di prevenzione e controllo del rischio industriale. Non si poteva più fare finta di niente e fu diramata, a livello europeo, la famosa direttiva Seveso. Ma questo fu un caso quasi unico.



Cosa intende?

Voglio dire che la gran parte dei casi d’inquinamento che raccontiamo sono molto più difficili da mostrare: sono invisibili, impercettibili e non c’è uno scoppio, una fuoriuscita, un momento che identifica il disastro. Tutto questo permette all’inquinatore di turno di non preoccuparsi di quello che sta succedendo in quel momento. Pensiamo sempre ai casi Eternit o Pfas: chi produceva sapeva della nocività della loro attività, ma siccome questa era per così dire diluita e non vi è stato nessun grande evento, le società hanno avuto buon gioco a far sì che l’inquinamento non venisse fuori o che, per risparmiare, non abbiano messo in atto le procedure che invece erano anche all’epoca richieste per tutelare l’ambiente circostante e la salute dei lavoratori.



Di norma, chi ha causato il danno ha poi pagato?

Tra i tanti casi che abbiamo documentato sono pochissimi quelli in cui ci sono state sentenze defiintive o dove comunque si è rispettato il principio del “chi inquina paga”. Questo dimostra che questo concetto giuridico sacrosanto non è applicato o non è applicabile. Per il caso dell’inquinamento da Pfas in Veneto lo scorso anno è iniziato un processo, eppure questo inquinamento va avanti da anni e ancora non si sa se ci sarà un risarcimento.



Anche perché la proprietà è cambiata nel corso degli anni...

Questa è una costante che rende difficile l’accertamento in sede giudiziaria di quanto successo e che, come è stato il caso per la Caffaro, la bonifica la sta pagando l’ente pubblico. I cittadini sono così doppiamente vittime.



Un altro punto centrale del libro è legato agli incendi dolosi di rifiuti avvenuti tra il 2017 e il 2018. Cosa è successo?

Questi roghi sono figli di una chiusura scorretta del ciclo dei rifiuti dovuta, da un lato, al blocco delle importazioni di rifiuti plastici da parte della Cina e, dall’altro, al fatto che smaltire correttamente comporta costi molto elevati. Per agire nella legalità occorreva essere un’azienda in salute. Molte aziende in crisi, operanti in campi diversi che hanno bisogno di smaltire,dall’edilizia alla sanità, hanno trovato in questa pratica una valvola di sfogo a basso costo.



Traffico di rifiuti uguale mafia?

La questione è spesso più complessa. I protagonisti di questa filiera non sono solo mafiosi, ma sono anche imprenditori che hanno deciso di usufruire del servizio della mafia o, semplicemente, di mettere a disposizione i capannoni e accettare che vengano bruciati. Il magistrato della Direzione nazionale antimafia Roberto Pennisi lo ha definito una centrale “affaristico- imprenditorial-criminale”. Non sono solo i boss a comportarsi come tali, ma vi è una parte consistente degli operatori del settore dei rifiuti che si piega all’agire criminale, non tanto per paura, quanto per convenienza. Avere questo sbocco illecito per i rifiuti permette di trovare soluzioni di comodo e a basso costo. Chiaramente a discapito dell’ambiente e della società.



Nemmeno è vero il pensiero comune che questo agire è solo una questione meridionale...

Questo continuo rimando al fatto che gli incendi e il traffico di rifiuti fossero una peculiarità esclusiva del Sud Italia è stata una bugia diffusa in modo massiccio. Smentire questa narrazione è stata una delle molle che ci ha portato a fare questo libro. Non solo gli incendi avvengono anche, se non soprattutto, al Nord, ma anche la rotta si è invertita e da Sud va verso il Nord. È qui che vi sono le uniche strutture in grado di bruciare i rifiuti. Fatto, questo, che ha contribuito all’accelerarsi dei traffici leciti e meno leciti. Vivendo sul territorio, soprattutto in provincia di Pavia dove il fenomeno è iniziato, era facile accorgersi di questa situazione, con i rifiuti che a cadenza di almeno una volta al mese bruciavano all’interno di capannoni. Uno scenario che ha prima colpito la provincia e che, anche per questo, è stato a lungo ignorato. Poi quando, il 15 ottobre 2018, Milano si è svegliata con l’odore di fumo e di plastica bruciata si è cominciato a parlarne.



Adesso, quale è la situazione?

La situazione è più sotto controllo. Anche perché si è aperto un canale molto florido di esportazione di questi rifiuti verso i Paesi dell’Est Europa, la Bulgaria e la Romania in particolare. L’aprirsi di questa linea ha di fatto spostato geograficamente il problema.



Nell’ultimo capitolo le fotografie mostrano quartieri innocui e moderni. Cosa nascondono queste costruzioni?

In questi anni vi sono interi quartieri, parchi e infrastrutture che sono sorti sopra siti contaminati e dove le rare bonifiche o le messe in sicurezza hanno generato iter incerti e procedimenti giudiziari lunghissimi. Non sempre si sa cosa nascondono le fondamenta di certe abitazioni. Salvo alcuni casi, vi è una linea di confine che non esiste più tra rifiuto e società. La contaminazione non è evidente, ma subdola. Basta pensare che, in Italia, 6 milioni di persone vivono vicini ai siti ritenuti ad alto rischio ambientale e sanitario. È il prezzo di un’eredità in cui, anche nel profondo Nord, si cala buona parte della società.











Pubblicato

Sabato 19 Dicembre 2020

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