Esteri

Il mio tormentato Cile

A 50 anni dal golpe di Pinochet, la nipote di Salvador Allende ricorda quei giorni e spiega perché la destra fascista è tuttora una minaccia per il paese

Quella mattina andai da lui a La Moneda per chiedergli un’arma, perché ero malvista e mi sentivo minacciata nel quartiere della borghesia capitolina dove vivevo; non avevo alcuna intenzione di fare la fine di una pollastra. Mi rispose che non ne aveva e che sarebbe stato forse meglio che tornassi a stare da loro. Non l’avevo mai visto così: teso, emaciato, tremendamente solo...».


Maria Inés Bussi ci sta raccontando dell’ultima volta che vide suo zio, Salvador Allende, tre giorni prima del golpe. Più che un’intervista la nostra è una conversazione aperta con la nipote prediletta del presidente cileno: «cinquant’anni dopo – sottolinea lei − il suo assassinio». Perché fin dal primo momento Inés non ha mai dubitato che fosse stato ammazzato. «Il generale Palacios, a capo dell’assalto a La Moneda, era apparso in tv con una mano bendata affermando che lo doveva a colui che non aveva voluto arrendersi; con suo figlio che nei giorni successivi ostentava al polso l’orologio di mio zio. Successivamente fu dimostrato che Allende era  stato ucciso da due proiettili di armi diverse. E dire, come mi raccontò, che Fidel Castro gli aveva offerto di mandargli delle armi, ma lui non volle».


L’abbiamo raggiunta a Tzepotlán, poco lontano da Città del Messico, dove dopo i primi tempi a Parigi, ha passato la maggior parte del suo esilio da giornalista freelance (oltre che a Roma e Ginevra). Anche se dopo la fine della dittatura militar/neoliberista di Augusto Pinochet non ha mai mancato di trascorrere ogni anno qualche mese dai suoi familiari in Cile. Ma stavolta, per questo tragico anniversario, non se l’è sentita proprio di andarci. Tanto più dopo aver perso nel dicembre scorso la sorella Ana Maria. «Si stava riprendendo da un cancro quando è arrivato a settembre il fallimento del plebiscito di riforma della Costituzione; da quel momento lei, che si era impegnata fin da subito in quel progetto, si è lasciata andare».


Un trauma per la nazione intera che non è riuscita a scrollarsi di dosso la “magna carta” del generale tiranno, riducendo oggi il paese in una situazione «tossica», come l’ha definita recentemente la due volte presidente (socialista) Michelle Bachelet. «Il pur volenteroso Gabriel Boric, continua Inés, privo di una maggioranza in parlamento che gli avrebbe permesso di portare a termine una riforma fiscale oltre che dei sistemi previdenziale e sanitario (da sempre in mano ai privati), ha commesso l’ingenuità di alimentare l’idea che questo voto fosse un referendum sul suo governo. Pensava che tutto sarebbe stato più facile. E la destra fascista ne ha approfittato, tanto più per il fatto che con l’inflazione i prezzi erano andati alle stelle mentre col crescere della criminalità (casuale o indotta?) la gente in Cile si sente sempre meno sicura».


Se a questo si aggiunge poi un’educazione superiore tuttora a pagamento, il fenomeno dell’immigrazione incontrollata dal nord e un po’ di inesorabile corruzione perché sei al governo, «il risultato è che nessuno crede più nei partiti; men che meno di sinistra, che nella migliore delle ipotesi vengono definiti progressisti, se non liquidi e dilaniati dalle loro divisioni interne». Come a dire (ma vale un po’ per tutto l’emisfero occidentale cosiddetto “democratico”) che non è vero che destra e sinistra non esistano più. Perché almeno la destra è rimasta, eccome! «Tanto che quella dei pinochetisti se ha embalentonado» (si è ringalluzzita), come si dice laggiù.
Maria Inés interpreta così il profondo senso di frustrazione rispetto alle aspettative generate dalle mobilitazioni popolari dell’ottobre 2019. «È che Boric si è fortemente indebolito insieme alle sue stesse istituzioni; con una destra sempre più insolente che controlla i media e che, per garantire i propri interessi economici e finanziari, si prepara per una revisione costituzionale a propria immagine e somiglianza. In una parola ha il coltello dalla parte del manico».


Ma quello che è ancora più grave è che «alcuni dell’entourage di Boric, forse nell’illusione di perseguire una sorta di riconciliazione nazionale, si sono persino affannati a mistificare la verità storica del colpo di stato, oltre che cercare di sbiancare l’immagine di figure dell’oggi nostalgiche degli eventi di allora».


Era l’11 settembre 1973


Quell’11 di settembre 1973 le tre figlie di Allende e sua moglie Hortensia Bussi furono deportate e finirono a Cuba e in Messico. Mentre la 26enne Maria Inés: «Mi sono salvata perché appena si seppe che la marina militare a Valparaíso si era sollevata portai mia figlia dai miei genitori e due amiche mi nascosero a casa loro. In quegli anni lavoravo al Centro Latinoamericano di Demografia dell’Onu di Santiago dove, dopo casa mia, l’esercito venne subito a cercarmi; ma la panamense Carmen Miró, mia responsabile, mi aveva già trovato rifugio nell’ambasciata di Francia; dove restai per un paio di mesi prima di riparare in una Parigi innevata. Il problema è che oltre ad essere la nipote del Presidente, il mio compagno era un dirigente del Mir (Movimento della Sinistra Rivoluzionaria) col quale pure io collaboravo; tanto da fare talvolta da autista al suo leader Miguel Enríquez perché (bionda, con gli occhi azzurri, sembianze borghesi e per di più funzionaria dell’Onu) non destavo sospetti per le strade della capitale.

La figura dello zio


A questo punto Maria Inés comincia a parlarci di lui, di Chicho (Cicio), come chiamavano Allende fin da piccolo perché non gli riusciva a lui stesso di pronunciare il proprio diminutivo Salvadorchito. «Vivevo con i miei nel sud del Cile quando vinsi una borsa di studio di un anno per un istituto di Denver in Colorado; fui l’unica a scegliere di essere ospite di una famiglia di colore, tanto che subii più volte le intimidazioni di elementi del Ku Klux Klan locale. Di questo mio zio andava orgoglioso, tanto che al mio ritorno, visto che volevo iscrivermi a sociologia a Santiago, mi propose di andare a stare a casa sua. Condividevo la stanza con sua figlia Beatriz, Tati (morta suicida a L’Avana nel 1977). E quando la sera tardi, da senatore, tornava a casa e si sedeva al tavolo in mezzo a noi due che studiavamo sentenziava: la più grande tragedia per un genitore è avere dei figli che non hanno voglia di studiare! Quando poi le mie cugine si sposarono mi disse che ora ero la sua figlia unica. Tenero quanto severo, non l’ho mai visto arrabbiarsi. Era un andirivieni di persone in quella casa. Mi insegnava i passi del tango e mi portava al cinema; era un appassionato di James Bond. Tanto che quando una volta gli raccontai che avevo visto scaricare armi da aerei che provenivano dagli Stati Uniti, (lavorando io per un breve periodo come assistente bilingue in una ditta d’importazioni) non mi credette e mi liquidò rimproverandosi di avermi portato a vedere troppi film di Bond. Non la prese bene quando me ne andai per sposarmi prima ancora di essermi laureata».  

Il ritorno dopo 13 anni


Maria Inés Bussi tornò in Cile dall’esilio nel marzo 1987 grazie alla sua inclusione in una lista di cento rifugiati da rimpatriare, presentata dal Vaticano alla vigilia della visita di Giovanni Paolo II in Cile. Quella della famosa foto/trappola ordita dal generale Pinochet per apparire al fianco di papa Wojtyla sul balcone de La Moneda. «Erano passati tredici anni, tre mesi e 18 giorni: una vera e propria forma di interminabile tortura; camminavo per le strade di Santiago e mi sembrava di non avere la pelle, infreddolita da quel vento che mi entrava dolorosamente fin nelle viscere. La mia casa era stata venduta tredici volte. Nessuno di quelli del Mir era sopravvissuto, compreso il mio compagno che, entrato subito nella clandestinità, fu ferito in uno scontro a fuoco il 15 ottobre 1975 e gettato da un aereo». Rimasi solo tre mesi e me ne ritornai in Messico. Dove già l’anno dopo che il Chicho si era immolato, avevo conosciuto Gabriel García Márquez. Al quale, nonostante le sue gentili insistenze, non sono mai riuscita di spiaccicare una sola parola della mia storia».


Maria Inés, cui sarebbe piaciuto celebrare in un clima diverso questa ricorrenza, continua a seguire in tempo reale ogni accadimento nel suo tormentato Cile. Ma «ora preferisco vivere una dimensione primitiva della quotidianità; nel mio orto, con le mie anatre e le mie galline...».

Pubblicato il

14.09.2023 13:55
Gianni Beretta