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Verso lo sciopero

Il metodo sistematico con cui gli uomini derubano le donne

Le origini del divario salariale. La storica: «Un reddito costituito integrativo a quello maschile»

di

Raffaella Brignoni

La Svizzera non ha mai brillato in materia di diritti delle donne. Parità di genere? Non esiste e lo dimostra il divario tra gli stipendi fra donne e uomini che, facendosi più marcato al momento del pensionamento, non è giustificato da esperienza, formazione o tipo di posizione occupata. La diseguaglianza nasce lontano, dall’esercizio del potere che si fa abuso. È così che l’altra metà del cielo, quella maschile, ha sempre depredato le donne, sottraendo loro diritti e denaro. Se non è questo il malpotere...

«Nelle mani degli uomini, i diritti delle donne sono generalmente poco tutelati». La vedeva (giusta) e lunga la giurista tedesca Anita Augspurg (1857-1943)... Gli uomini svizzeri hanno detto sì al suffragio femminile e all’eleggibilità delle donne solo nel 1971. Fino ad allora hanno deciso per le loro madri, sorelle, mogli, figlie e dipendenti.
Siamo nel 2023 e, siccome la storia si consuma in un attimo ma si compie in secoli, dopo 50 anni i problemi non sono risolti, ma continuano a trascinarsi. La mobilitazione delle donne del 1991 è una fiamma che non si è mai spenta e tornerà ad ardere il prossimo 14 giugno per un altro grande sciopero femminile e femminista in Svizzera.
Ma che origine hanno le discriminazioni nel mondo del lavoro, se nel divario salariale tra i sessi la Svizzera è fra i paesi che si collocano peggio nell’Unione europea?Lo spiega la ricercatrice zurighese Eva Sutter, che ha svolto sul tema una ricerca su mandato della Commissione federale per le questioni femminili.

 

Perché le donne sono discriminate sui posti di lavoro quando c’è da retribuirle?
Le donne subiscono discriminazioni fondate sul loro sesso sin da quando hanno iniziato a svolgere attività lucrative. Il salario femminile è stato a lungo considerato solo un reddito integrativo, che andava a rimpolpare quello del marito o dei genitori. Altri argomenti diffusi per legittimare le differenze salariali trovavano giustificazione nella narrazione che il lavoro femminile ponesse meno sforzi fisici e intellettuali, o che il costo della vita fosse minore per le donne rispetto agli uomini, perché non dovevano provvedere al sostentamento della famiglia o interrompere il lavoro per prestare servizio militare. Con questa impostazione si è sminuito il valore della prestazione lavorativa delle donne e si è spianata la strada alla discriminazione salariale. Tra il 1890 e il 1914 i salari femminili si situavano mediamente dal 53 al 65% sotto quelli maschili: una donna per lo stesso lavoro era pagata meno della metà di un uomo.


Difficile sopravvivere in tali condizioni di svantaggio: le donne e la politica come percepivano la discriminazione?
Il partito socialista formulò assai presto la rivendicazione di un salario uguale per un lavoro uguale. Ciononostante sulla questione il movimento operaio assunse un atteggiamento ambiguo: benché nella seconda metà dell’Ottocento un numero importante di donne svolgeva un’attività da cui percepiva reddito, anche la sinistra privilegiava in fondo l’ideale della famiglia borghese con l’uomo cui spettava il compito di mantenere la famiglia e la donna di occuparsi della casa. La realtà sociale costrinse tuttavia il movimento operaio a chinarsi sulla problematica e a lottare per migliorare le condizioni di lavoro.


Un fatto anche culturale che ha frenato le rivendicazioni?
Nel periodo tra le due guerre mondiali i socialisti e i sindacati pronunciarono delle dichiarazioni programmatiche sull’eguaglianza della donna, ma non fecero nulla di concreto per realizzarla. Al contrario rivendicarono con crescente insistenza per gli uomini salari che permettessero loro di mantenere i figli. I “padri di famiglia” dovevano insomma guadagnare abbastanza per consentire alle madri di dedicarsi interamente alla famiglia. Le organizzazioni professionali delle donne di fronte a questa immagine conservatrice furono frenate e non osarono nemmeno più avanzare rivendicazioni inerenti al salario o alle condizioni di lavoro.


E intanto la politica svizzera che cosa faceva?
La politica svizzera fu chiamata a occuparsi di nuovo del principio del salario uguale per un lavoro di pari valore solo dopo la fine della seconda guerra mondiale sulla spinta di trattati internazionali. Il Consiglio federale e il Parlamento, sia nel 1952 che nel 1961, si rifiutarono di impegnarsi per la parità salariale. I bassi stipendi furono difesi un’altra volta con la necessità di un “salario familiare” versato all’uomo e con la “specificità” della manodopera femminile, che per il datore di lavoro valeva meno. Nel dibattito non furono considerati aspetti centrali come l’aumento delle donne attive professionalmente, né le esigenze di una società che aveva bisogno anche di donne autosufficienti dal punto di vista economico.


Oggi abbiamo una legge che stabilisce salario uguale per un lavoro di pari valore: come mai si è ancora nella stessa situazione?
La pretesa giuridica non garantisce affatto che la parità salariale si concretizzi nella vita professionale. Tale principio deve infatti essere fatto valere e dimostrato nel corso di lunghi procedimenti giudiziari contro i datori che non rispettano l’articolo di legge.


Intanto la macchina organizzativa per il prossimo sciopero delle donne, che si terrà il 14 giugno, è partita: «Le Assise nazionali si terranno il 4 marzo a Friborgo e lì verrà allestito il catalogo rivendicativo. Rispetto al manifesto del 2019, questo avrà un carattere meno politico e più generale. Abbiamo l’intenzione di declinarlo in modo più concreto, in modo che sia più facile monitorare i risultati» conclude Chiara Landi, responsabile del settore terziario di Unia Ticino e Moesano.

 

 

Pubblicato

Giovedì 2 Febbraio 2023

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