Il male della flessibilità

Cosa ha a che vedere il lavoro con la sanità e la socialità? Molto. Prima di tutto, perché le trasformazioni nei modi di lavorare, la precarietà, l’insicurezza e la paura di perdere il posto di lavoro, danneggiano la salute delle persone. E inoltre, perché la frammentazione del lavoro e la discontinuità della vita lavorativa stanno mettendo a dura prova il sistema della previdenza sociale. Lo studio di Christian Marazzi1 sulle forme di lavoro e qualità della vita mostra molto chiaramente come la precarietà, l’incertezza di non sapere che lavoro si farà fra sei mesi e quanto si guadagnerà abbiano effetti deleteri sullo stato di salute delle persone. Ad essere messa a repentaglio in particolare è anche la salute mentale: da ritmi di lavoro insostenibili, con la paura di perdere il lavoro pur precario. Nella sanità si tratta quindi di abbandonare l’idea che la salute è un bene solo da “riparare”, in modo assai costoso tra l’altro. Occorre rendersi conto che la salute va innanzitutto protetta, e non solo grazie a scelte personali, ma va protetta soprattutto da fattori esterni sui quali individualmente abbiamo poca o nessuna possibilità di influire. Molti studi mostrano in che modo il lavoro determina lo stato di salute: interessante è il confronto delle condizioni di salute tra dipendenti del terziario e delle banche, dove a maggiori livelli di stress corrispondono condizioni di salute peggiori2. La grande sfida per tutti i sistemi sanitari è affrontare l’aumento delle spese. Spese che vengono causate anche dallo stress sul lavoro. Tuttavia chi le provoca non è tenuto pagare, perché le spese per la malattia sono socializzate, pagate da tutti. Per dirla in altre parole: quando le aziende procedono alle loro, a volte brutali, “razionalizzazioni” il costo di chi si ammala perché non ce la fa a sopportare tanta precarietà o angoscia, viene esternalizzato su tutti noi, assicurati e contribuenti. La notizia è di questi giorni: le stesse aziende che licenziano annunciano utili da capogiro. Possono licenziare in pace perché ci sono le assicurazioni sociali a tendere una mano a chi resta indietro per strada. E ancora hanno la sfacciataggine di affermare che i costi delle assicurazioni sociali frenerebbero l’economia. Non credo affatto che la sicurezza sociale freni l’economia, anzi. Ma la frammentazione del lavoro sta effettivamente scuotendo l’edificio della sicurezza sociale. Per ora l’edificio tiene bene, è molto più solido di quanto vorrebbero i suoi detrattori. Ma è innegabile che se il lavoro si facesse ancor più precario e discontinuo, l’Avs e le altre assicurazioni sociali, poiché ancorate al lavoro a tempo pieno e stabile, sarebbero presto in difficoltà. Si parla molto di disoccupazione giovanile: il problema cruciale a mio modo di vedere non è solo la mancanza di posti di lavoro, ma soprattutto la precarietà dei lavori che i giovani accettano di fare pur di non essere senza lavoro. Giustamente, poiché non lavorare è peggio: il lavoro è anche importante per l’inserimento sociale e la propria identità. Ma la somma di tanti impieghi precari non portano lontano, la continua disponibilità tra l’altro non sembra favorire neppure la mobilità sociale verso l’alto. Lo studio L’impresa della flessibilità di Marazzi3 mostra bene come la precarietà e la flessibilità siano normalizzate, per le aziende è normale impiegare parte della forza lavoro in modo flessibile. E lo possono fare proprio grazie alla disponibilità dei giovani. Giovani che sono sovente disposti a mettere da parte i loro progetti di vita, rinviando il momento in cui avranno dei figli e una casa. È giusto adattare la qualità della vita alle esigenze di nuovi modi di produrre ? Ci sono forze politiche che vorrebbero smantellare la sicurezza sociale a favore di aiuti più mirati, solo per i più bisognosi. Una socialità individualizzante, che riconosce i bisogni di chi è proprio a terra, ma che non si sente più in dovere di garantire sicurezza a tutti. Oggi la previdenza sociale poggia sulla mutualità: la sicurezza viene dalla disponibilità di ognuno a mettere in comune i rischi e le risorse per affrontarli, tramite prelievi sul salario. Sul salario di tutti. Perché la sicurezza sociale concerne tutti. Ed è questa la differenza: la solidarietà come mutualità si rivolge a tutti i cittadini e crea vera coesione sociale. Mentre la solidarietà intesa come mero gesto caritatevole solo per chi è caduto in disgrazia impoverisce e frammenta il tessuto sociale. Non possiamo non vedere che si susseguono i tentativi per scardinare questo sistema. L’individualizzazione degli aiuti porta ad una concezione altrettanto individuale del rischio: ognuno affronta il suo rischio e, invece di partecipare al finanziamento di un fondo mutuale, accumula il suo capitale per la vecchiaia, nel caso di infortunio, di disoccupazione o di malattia. Non è uno scenario tranquillizzante, ma è il succo della proposta dell’amministrazione americana per la privatizzazione della Social Security: ognuno bada a se stesso, sperando che i mercati borsistici non si inghiottano il suo fondo pensione. La solidarietà e la sicurezza sociale non hanno nulla a che fare con l’aiuto alla sopravvivenza. Sicurezza sociale, mutualità sono molto di più che un aiuto in caso di estrema angustia. La posta in gioco è molto alta: si tratta di capire se per vivere sicuri e liberi abbiamo bisogno di coesione sociale, in altre parole, se abbiamo bisogno degli altri. 1) Forme del lavoro e qualità della vita, Inchiesta sugli effetti della flessibilità del mercato del lavoro in Ticino, C. Marazzi e A. Lepori, ed. Supsi 2002 2) G. Domenighetti, J. Quaglia, A. Fahrlaender, M. Tomamichel, A. Kiener, Health Effects of Stress and Insecurity among Employees in the Banking Sektor, Hec Lausanne, 2004 3) L’impresa della flessibilità, Cosa pensano gli imprenditori del lavoro flessibile, C. Marazzi e A. Lepori, ed. Supsi 2004

Pubblicato il

25.02.2005 00:30
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