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Il lavoro nel muto

di

Ugo Brusaporco
Le Giornate del Cinema Muto di Pordenone si sono chiuse tra gli applausi ed i favorevoli commenti di una critica per una volta chiamata a confermare o smentire i risultati di colleghi di ottant’anni fa o di storici che nel corso del tempo hanno scritto quel poco che sapevano e che potevano sapere di un’arte riproducibile ma non troppo com’è quella cinematografica. A Sacile, a pochi chilometri da Pordenone, dove il Festival si trova in dorato e coccolato esilio si è anche sfatato un mito, quello che non si potesse confezionare un programma decentemente nutrito con i film svizzeri delle origini. Per sei giorni si sono potuti vedere speciali programmi del film elvetico, grazie al lavoro delle Cineteche di Losanna e Zurigo e di Memoriav, l’associazione per la salvaguardia della memoria audiovisiva svizzera. Un cenno particolare, tra i programmi visti, merita, al di là di un capolavoro come “La vocation d’André Carel” (1925) di Jean Choux, che andrebbe mostrato in Svizzera in tutte le scuole e a tutto il pubblico, l’ultimo programma presentato, il numero 6, “Lavoro e lavoratori”. Spiega Reto Kromer nel catalogo delle Giornate: «Il lavoro, si sa, è una virtù svizzera. Tre servizi del Cinegiornale svizzero ci mostrano le cerimonie che scandiscono l’inizio e la fine di importanti opere del genio civile oppure formano l’apoteosi dell’annuale attività sull’alpe; tre documentari presentano le operaie e gli operai al lavoro, ed una finzione di propaganda politica ricorda che la comunità si deve assumere anche delle responsabilità sociali». Abbiamo così visto: “Genève. La cérémonie de la pose de la première pierre du nouvel édifice du bureau international du travail eu lieu en présence d’une nombreuse assistance, malgré le temps pluvieux”, immagini del 1923, spiegate da didascalie che indicano personaggi inghiottiti dal tempo mentre danno il via ad un’opera che per loro forse rappresenta un’ eternità a venire di cui si sentono creatori. Sempre del ’23 altre immagini di ignoti: “L’inauguration de la ligne Locarno-Domodossola (Centovallina)” in cui vediamo autorità cantonali e fasciste, bambini ticinesi e balilla, tutti presi da un’euforia che a distanza di tempo mostra tutta la sua caducità. Un lungo titolo didascalia accompagna anche un altro documentario dello stesso anno sul “rituale ancestrale della distribuzione delle forme di formaggio prodotte durante l’estate sull’alpe”, sembra un mondo di favola perduta. Un mondo pittoresco che non esiste più in un altro documentario senza data ed autore sugli operai che lavorano in una cava di Monthey, nel canton Vallese. In loro si scopre la fatica, si sente il peso del lavoro, il pericolo. Le mine brillano le rocce si frantumano i vagoncini si riempiono, i camion si caricano e scaricano, la fornace brucia in continuazione segnando di sudore profondo i volti di uomini-formica, chiamati solo a far fatica. Cambia, naturalmente, tutto, nel documentario pubblicitario girato nel 1929 da Ernst Erwin Haberkorn per la fabbrica di cioccolato Cima-Norma di Dangio, nel canton Ticino. I toni sono pacati, il lavoro lavato di ogni fatica, si privilegiano i sorrisi, i modi cortesi, la pulizia degli ambienti, la natura incontaminata dei luoghi: è proprio un mondo da pubblicità, come quello che accompagna la nascita del cinema Capitole a Losanna: “La construction du plus beau cinéma de Lausanne” è il titolo, 1928 l’anno di produzione. Una curiosità: il primo film che vi fu proiettato è “La grande conquista” di Mario Bonnard e Nunzio Malasomma. A concludere il programma non poteva che essere l’attesissimo “Ein Werktag” (1931) di Richard Schweizer. Il film è stato molto applaudito e una parte non indifferente di questi applausi va ascritta al commento musicale dal vivo del pianista neozelandese John Sweeney. Il fatto che venga dagli antipodi ci permette di ricordare un grande amico, un sincero amico, cui le Giornate sono state dedicate per la prematura assurda scomparsa: il direttore della Cineteca neozelandese Jonathan Dennis (1953-2002), nostro fratello di grandi gioie. Sweeney non è entrato nello spirito europeo del film, lo ha guardato da lontano, sminuendo il senso delle bandiere rosse, ingrigendole come appaiono nel bianco e nero del film, trovando invece il senso delle storie individuali che il film fa convergere nell’unica grande storia di un popolo di lavoratori in lotta. Nella sua musica manca la sintesi che nel film è chiara e qui si legge il senso di un tempo e di ideali che sono passati, che si sono fatti volutamente passare e dimenticare. Un tempo in cui i lavoratori si riconoscevano fratelli nel lavoro, in cui l’ideale era cercare la felicità di tutti e non solo la propria. Tempi in cui la televisione, grande azzeratrice, non esisteva ancora, tempi in cui l’uomo poteva chiamarsi umano senza bisogno di un telecomando. Tempi seppelliti definitivamente se non esistessero film come questo capaci di ricordarli e di rimproverarci il quieto e flaccido disimpegno di oggi, un oggi che viviamo tranquilli ad occhi chiusi davanti ad un film, la vita nostra e di tutti, muta.

Pubblicato

Venerdì 1 Novembre 2002

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