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Il lavoro fugge dagli Stati Uniti

di

Anna Luisa Ferro Mäder
L’economia americana tira, ma mese dopo mese i dati sull’occupazione continuano a deludere. La debole crescita è in parte dovuta al fatto che sempre più posti di lavoro sono tagliati definitivamente e altri trasferiti all’estero. Prima sono spariti i lavori nelle fabbriche, adesso se ne vanno quelli del settore terziario. Ormai gli americani si sono abituati alle notizie di fabbriche che chiudono. Hanno cessato di produrre imprese dolciarie che hanno fatto per decenni la delizia dei bambini, acciaierie che hanno contribuito a costruire ponti e grattacieli di questo paese e fabbriche tessili, come quelle dei famosi jeans Levis-Strauss. Molti posti di lavoro spariscono per sempre a causa di quelli che vengono chiamati i “cambiamenti strutturali”. In sintesi si razionalizza per aumentare la produttività e gli utili. Se nel 1981 il settore manufatturiero occupava oltre il 27 per cento della forza lavoro ora siamo solo al 15 per cento. Molti posti sono stati semplicemente trasferiti all’estero. Si calcola che da quando George Bush è arrivato alla Casa Bianca il settore manufatturiero abbia perso oltre 2,5 milioni di posti di lavoro. Un milione sono finiti in Messico, nell’America centrale o meridionale, in Cina o nel sud est-asiatico. Lo stesso fenomeno è in parte in atto anche in Europa, dove molti lavori sono eseguiti nell’Europa dell’est, dove i salari sono più convenienti e la mano d’opera è ben qualificata. All’inizio l’americano medio non era preoccupato più di tanto, perché trovare un altro lavoro è spesso possibile. I problemi sono sorti quando si è reso conto che le nuove occupazioni sovente sono meno ben pagate e in molti casi non garantiscono come un tempo le prestazioni sociali (cassa malati o pensione di vecchiaia). Negli Stati Uniti oltre 40 milioni di persone non hanno la cassa malati. La disoccupazione poi non è equamente distribuita. Ci sono regioni dove i senza lavoro sono più della media e altre invece dove la disoccupazione quasi non si sente. Inoltre il fenomeno colpisce di più i neri e i latinos e meno i bianchi, che sono la classe più privilegiata e quella che va di più alle urne. I sindacati sono preoccupati. Per anni si sono opposti all’apertura dei mercati e agli accordi commerciali internazionali senza misure di accompagnamento per combattere la concorrenza sleale. Sperano di far sentire meglio la loro voce quest’anno che ci sono le elezioni presidenziali. Per coordinare i lavori, hanno creato una conferenza del settore industriale, cui aderiscono rappresentanti di varie organizzazioni dei lavoratori. Alcuni giorni fa una folta delegazione si è riunita a Washington per analizzare la situazione. I risultati dell’incontro sono stati esposti ad un gruppo di parlamentari. I sindacati chiedono a Washington tra l’altro un programma economico in grado di creare occupazione investendo in strade, scuole, depuratori, centrali elettriche eccetera. L’India è il paese più interessato dal fenomeno dell’outsourcing (cfr. riquadrato) perché dispone di molta mano d’opera ben qualificata, che in più parla inglese. Secondo uno studio realizzato dalla McKinsey tre paesi hanno ricevuto nel 2002 20 miliardi di reddito da outsoursing dagli Stati Uniti. Sono l’Irlanda (8,3 miliardi di dollari), India (7,7 miliardi ) e Canada (3,7 miliardi). Secondo questo studio nel 2008 il reddito indiano salirà a 57 miliardi di dollari e interesserà 4 milioni di lavoratori. Ormai è chiaro che gli occhi di un numero sempre maggiore di imprese internazionali sono puntati sui lavoratori qualificati dei paesi emergenti. India, Cina e Russia hanno una popolazione di circa 3 miliardi di persone, faceva notare recentemente Craig Barrett, il Ceo della Intel, un gigante della telecomunicazione, nel corso di una intervista. «Questi tre paesi hanno un ottimo livello scolastico. Anche se si scarta il 90 per cento della popolazione, resta il fatto che circa 300 milioni di persone hanno studiato. Sono più della forza lavoro americana. Non so se gli americani hanno capito questo fatto». «Se non sei un idraulico, un giornalista o qualcuno che fa un lavoro legato al territorio puoi essere in qualsiasi posto del mondo e fare qualsiasi lavoro» affermava Barrett, convinto che questa è la via del futuro. Comunque molti americani sono preoccupati e vari enti pubblici stanno reagendo su pressione dell’opinione pubblica. Il fenomeno ha preso avvio due anni fa nel New Jersey dove è stata varata la prima legge anti-outsoursing. Era la risposta alla decisione di trasferire all’estero alcuni servizi di assistenza telefonica, in particolare quello che distribuisce i buoni alimentari alle persone che vivono in povertà e che spesso sono senza lavoro. Lo stato ha preferito spendere 900 mila dollari in più per garantire un servizio organizzato in loco. La decisione sta facendo scuola. Ormai almeno 15 stati stanno dibattendo leggi per impedire che servizi pubblici siano affidati ad imprese che si avvalgono di lavoratori all’estero. Molti disoccupati sono sconcertati di scoprire che i servizi di assistenza telefonica, ma anche la distribuzione dei moduli delle tasse sono garantiti da lavoratori che abitano in India o in Cina. La stessa amministrazione Bush ha recentemente firmato una legge, limitata comunque nel tempo, che vieta di affidare a privati lavori che poi saranno eseguiti da personale all’estero. I privati difficilmente li imiteranno. Indiani, ma con accento yankee Il problema dell’outsourcing (cfr. articolo sopra) è diventato d’attualità negli Stati Uniti e ha occupato più spazio nei media americani quando è diventato chiaro che esso non interessa solo chi lavora in fabbrica, ma anche sempre più i cosiddetti colletti bianchi, vale a dire gli impiegati, che in genere hanno una migliore qualifica professionale. Alcuni mesi fa ha fatto molto discutere uno studio realizzato dal gruppo di ricerca Forrester secondo il quale entro il 2015 3 milioni e 300 mila colletti bianchi (di cui mezzo milione operanti nel settore dei computer) saranno trasferiti all’estero e in particolare in India dove si parla inglese e dove è facile trovare personale qualificato. Il fenomeno interessa e interesserà programmatori di computer, ingegneri di software, ma anche contabili, analisti finanziari, personale sanitario per gli esami radiologici che ricevono paghe di circa 10 mila dollari all’anno, decisamente inferiori a quelle americane. Ormai sono sempre di più le imprese che si appoggiano su servizi all’estero. «Siamo il centro d’assistenza della American Express a Bangalore, in India» poteva sentirsi rispondere sino a poco tempo fa un utente americano che chiamava perché aveva perso la carta di credito. Lo stesso poteva succedere ad un utente dell’Aol che voleva disdire l’abbonamento. Persino le analisi di una lastra radiologica possono essere effettuate da un esperto indiano. Il fenomeno ha comunque innervosito non pochi americani. Al punto che alcune società accortesi del problema hanno chiesto un accento più americano da parte delle persone che forniscono assistenza telefonica ai clienti e di non rivelare da dove rispondono. La Dell, una importante società di computer, è stata talmente bombardata da proteste che ha alla fine deciso di chiudere il suo ufficio in India.

Pubblicato

Venerdì 20 Febbraio 2004

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