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Il lavoro fa male

di

Maria Pirisi
Precarietà, stress, scarsa capacità di controllo sugli eventi lavorativi, sono alcuni dei fattori-causa di malattie in molte persone. Numerosi studi recenti – effettuati in Europa e in Svizzera – dimostrano come le caratteristiche del mercato del lavoro attuale siano direttamente correlate con l’insorgere di disturbi della salute. Negli ultimi 15 anni, spiegano le indagini, il numero di persone che lamentano dolori muscolari, mal di schiena, nervosismo e irritabilità è in costante aumento. Una situazione, questa, denunciata dal Dipartimento della sanità e della socialità (Dss) che ha «fatto di questo tema uno degli obiettivi prioritari della legislatura nell’ambito della modernizzazione delle garanzie sociali e del sistema sanitario». Mettendo a confronto specialisti, studiosi e operatori del settore, il Dss ha organizzato per il 6 novembre (ore 8.30-13), presso l’Università della Svizzera italiana di Lugano una conferenza dal titolo “Lavoro e salute - Le condizioni di lavoro determinano la salute”. Ad introdurre l’incontro sarà presente Patrizia Pesenti, presidente del Consiglio di Stato nonché direttrice del Dss. Una situazione che desta forti preoccupazioni. Basta dare un’occhiata alle cifre riportate dai recenti studi in materia. Eccole: 4,2 miliardi di franchi (comprensivi di 1,4 miliardi per spese mediche, 0,348 miliardi di spese di automedicazione e 2,4 miliardi per la perdita di produzione) che corrispondono a 1,2 per cento del Pil. Un disagio dunque che sta provocando un’impennata dei costi diretti e indiretti della salute. Ma quali sono i costi in termini di salute mentale dovuti allo stress lavorativo? Lo abbiamo chiesto allo psichiatra Michele Tomamichel (Servizio di psichiatria e psicologia medica dell’Osc) che, nel corso del convegno parlerà della “Sofferenza al lavoro”. «I costi sono alti. Negli ultimi tempi abbiamo assistito ad un’impennata di richieste d’aiuto provenienti sia da persone estromesse dal circuito lavorativo (disoccupazione o pensionamento anticipato) sia da persone che pur avendo un posto di lavoro avvertono l’incertezza e la precarieta del mondo che fino a ieri dava garanzie di stabilità. Molti si rivolgono a psicologi e psichiatri perché avvertono sintomi legati allo stress in generale ma che in realtà si scoprono essere sintomi depressivi seri, disturbi d’ansia, paure che si estendono anche ad altri ambiti della sfera personale. In molti casi poi, si manifestano disturbi somatoformi (malesseri fisici): situazioni in cui il corpo “parla” esprimendo un disagio che non ha origini biologiche ma psicologiche». La richiesta di adattamento continuo di una persona alle costanti fluttuazioni del mercato del lavoro, è una pressione dunque che rischia di schiacciare l’individuo? Tutta la riorganizzazione del lavoro – di cui la flessibilità rappresenta un aspetto – ha portato in generale ad un’insicurezza riguardo al proprio futuro, insicurezza che colpisce trasversalmente la maggior parte dei settori lavorativi. Ai nostri servizi giungono sempre più persone che hanno perso la fiducia in se stesse, che temono di vedere incrinarsi da un momento all’altro la propria stabilità economica e le relazioni familiari. Nella presentazione della giornata si mette in evidenza come «la probabilità dell’insorgere di dolori dorsali e di disturbi cardiovascolari è fortemente correlata alla capacità di controllo individuale sulle attività svolte (...)». Cosa significa? È una capacità che si va perdendo – ripeto – proprio a causa dei profondi cambiamenti lavorativi e, di conseguenza, sociali. Già dagli anni Ottanta il panorama occupazionale non è più lo stesso. Pensiamo alla scomparsa dei cosiddetti “posti fissi” (ferrovie, posti statali, poste, ecc. ecc.): oggi non c’è più la garanzia del posto di lavoro, dello stipendio. L’insicurezza e la paura che ne derivano si sommano ad altre paure legate al momento attuale: la guerra, il terrorismo, ecc. E le paure amplificate possono condurre alla malattia. Quindi è scorretto addebitare all’individuo la responsabilità del proprio malessere, riducendo il tutto ad una sua presunta fragilità psicologica? Il fatto che le persone che si rivolgono a noi siano tante dimostra il contrario. Sono uomini e donne che prima funzionavano benissimo ma che con questa instabilità lavorativa si sono sentite mancare il terreno sotto i piedi. Il lavoro occupa un terzo della nostra vita ed è ciò che contribuisce a dare un’identità, scandisce i ritmi della nostra giornata. Se viene meno questo viene meno un supporto importante per l’equilibrio della nostra esistenza.

Pubblicato

Venerdì 25 Ottobre 2002

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