L'editoriale

La Svizzera si sta risvegliando: le riaperture di negozi, bar, ristoranti, palestre scattate lo scorso 11 maggio hanno riacceso la voglia di “normalità” della gente dopo due mesi di semi-quarantena. Ma, come era prevedibile, la fretta del Consiglio federale e i suoi cedimenti di fronte alle pretese del padronato per una rapida ripresa delle attività economiche sta producendo false certezze e comportamenti scriteriati, soprattutto negli ambiti del commercio, della gastronomia e dei trasporti. Con tutto quello che ciò può comportare per la salute della popolazione, in particolare delle lavoratrici e dei lavoratori al fronte, che non si trovano al supermercato, dietro il bancone di un bar o alla guida di un bus per piacere ma per il bisogno di sfamare una famiglia. E a pagare il prezzo più alto, come in tutti gli ambiti di questa crisi, sono le classi sociali più fragili e le donne in particolare: l’osservazione della realtà e le previsioni economiche per i prossimi mesi lo confermano. 

 

Nel giro di poco il rispetto delle distanze sociali, che per contenere la diffusione del virus è oggi ancora più importante di ieri, è un po’ venuto meno. Le immagini dello scorso weekend che ritraggono centinaia di persone festanti nel centro di Basilea e altre simili provenienti da Zurigo e Berna raccontano forse situazioni estreme, ma un po’ ovunque (anche in Ticino) si percepisce un certo “rilassamento”, complice forse anche il falso senso di sicurezza che può dare l’uso più diffuso delle mascherine. Tutto questo comporta un elevato rischio che la pandemia finisca di nuovo fuori controllo. Un rischio sì legato al comportamento individuale, ma che è insito nella citata decisione del governo federale di riaprire (quasi) tutto in un sol colpo – passo azzardato che viene interpretato come un ritorno alla normalità – e di anteporre a tutto la legge del mercato. A spese delle salariate e dei salariati più deboli.

 

Le donne sono un caso paradigmatico. Sono loro a pagare più duramente la crisi. Un dato interessante: in Svizzera durante la fase di lockdown parziale la distribuzione dei contagi tra i sessi si è invertita (più donne che uomini). Un indizio che sono più gli uomini a occupare posizioni professionali che consentono di lavorare da casa e che sono più le donne a lavorare nei settori essenziali che ci hanno sempre garantito beni e servizi. E sono le donne in genere ad occuparsi dei lavori di cura e di custodia di bambini e malati nelle economie domestiche. E sono le donne a dover svolgere più lavori per raggiungere un livello di reddito dignitoso e dunque a doversi spostare di più. Il fenomeno della sotto-occupazione femminile desta molte preoccupazioni anche in prospettiva, tenuto conto del blocco delle assunzioni per le 190.000 aziende che beneficiano del lavoro ridotto e delle previsioni occupazionali nere per i prossimi mesi: tra i 2 e i 300mila senza lavoro a fine anno.

Un anno fa ci si stava preparando allo sciopero femminista e delle donne del 14 giugno, considerato l’inizio di un “nuovo capitolo di una lunga storia”. Una storia che continua.

Pubblicato il 

22.05.20..

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