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Lavoro & Società

Il lavoro del 21° secolo buca la rete sociale

I ricercatori Christian Marazzi e Spartaco Greppi della Supsi spiegano il fenomeno dei lavoratori indipendenti in Svizzera, oggetto di un recente studio da loro pubblicato

di

Francesco Bonsaver

«Il 12,6 per cento della popolazione attiva, equivalente a circa 600mila indipendenti. È il dato della statistica ufficiale che riassume, seppur solo parzialmente, la dimensione degli indipendenti nella realtà svizzera. Una presenza strutturale consolidata e stabile nei tempi recenti, specchio della trasformazione nel mondo del lavoro elvetico». Introduce così Spartaco Greppi del Cento competenze lavoro, welfare e società della Supsi, l’oggetto dello studio commissionato dal Partito socialista svizzero che ha per titolo “Gli indipendenti in Svizzera, composizione, protezione sociale, crisi pandemica”.


L’importanza degli indipendenti nella nostra società è emersa di prepotenza con la pandemia, quando la politica si è accorta delle gravi condizioni economiche a cui erano confrontati poiché sprovvisti di tutele assicurative sociali. La Confederazione ha tentato di porvi rimedio con diverse misure urgenti, prima fra tutte l’estensione del diritto all’indennità di perdita di guadagno a queste categorie professionali.


In realtà però, spiegano i ricercatori, queste 600mila persone costituiscono solo la parte visibile dell’iceberg, rimanendo sommersa tutta una serie di soggettività multiformi che hanno le stesse caratteristiche ma non sono quantificate dalla statistica e della normativa in vigore.

 

«Il mondo è cambiato e anche gli indipendenti non sono più quelli di una volta» spiega con una battuta Christian Marazzi, economista e docente alla Supsi, coautore dello studio. È dunque importante andare oltre la semplice quantificazione numerica, per comprendere la trasversalità del fenomeno. Per farsi capire, Marazzi evoca lo studio da lui pubblicato negli anni 80 sulla povertà in Svizzera che suscitò molto interesse. «Nel tema della povertà non era importante definire il numero dei poveri, ma comprendere quanto la povertà fosse un prodotto inevitabile e destinato a crescere nel sistema capitalista. Lo stesso discorso vale per gli indipendenti. Non si tratta di far la conta di quanti siano, ma di comprendere che la dimensione stessa del lavoro indipendente sia un prodotto del sistema e quanto sia trasversale nel mondo del lavoro, assumendo forme diverse» spiega Marazzi.


«Il riflesso è sempre quello di contare, anche quando il fenomeno per sua natura non è circoscrivibile a una determinata categoria perché si sta estendo a tutti quelli che lavorano. È questo il dato essenziale. La dimensione numerica non è centrale, poiché essa coinvolge una molteplicità di soggetti difficilmente quantificabili per la loro varietà» puntualizza Greppi. «Il confine tra lavoratore salariato e indipendente è sempre più labile nella realtà» aggiunge Marazzi.


Eppure la politica è partita proprio dalla classificazione per tentare di dare una risposta economica alle gravi difficoltà a cui erano confrontate migliaia di persone con le interruzioni lavorative dettate dalla pandemia. Lo Stato ha dunque esteso dei diritti alle indennità a due categorie di indipendenti, “i lavoratori in proprio” e quelli “salariati dalla propria azienda (Sagl)”. Ma da queste misure, seppur importanti anche economicamente (2,8 miliardi in totale a maggio 2021), furono esclusi una moltitudine di soggetti pur avendo una condizione lavorativa molto simile a quella degli indipendenti.


Sono tutti quei lavoratori che portano sulle spalle il carico del rischio individuale quando le cose vanno male. Possono essere gli interinali, i lavoratori su chiamata, le badanti, le donne di pulizia, chi lavora in ambito artistico, culturale o degli eventi e tutti quei lavori malpagati dall’economia digitale che consentono di completare lo scarso reddito personale. La lista potrebbe essere molto lunga.


Parte di questa moltitudine si era messa nella lunga fila per la distribuzione di cibo che suscitò tanto scalpore nella fase acuta della pandemia nella ricca Svizzera. Molti erano migranti, fascia ancor più fragile perché sprovvista di reti sociali e familiari che potessero sostenerli in quei difficili momenti. «Il virus ha portato a galla le realtà invisibili ma essenziali nel funzionamento della società» commenta Marazzi.


Tutte persone che hanno gli stessi problemi economici degli indipendenti quando si ammalano, s’infortunano o restano senza lavoro. Sono lavoratori sprovvisti di assicurazioni sociali, spesso costretti a lavorare anche se malati o infortunati, perché altrimenti non arrivano a fine mese. E se gli indipendenti in proprio sono esclusi dalla disoccupazione per legge, i lavoratori precari ne sono altrettanto esclusi, poiché lavorando spesso in maniera irregolare non arrivano ad acquisire il diritto all’assicurazione disoccupazione. Nel caso degli indipendenti ai sensi di legge invece, «un percorso relativamente frequente vede questi ultimi sprovvisti di tutele, dar fondo ai propri risparmi o a quelli dei loro familiari, ricorrere all’indebitamento per poi infine cadere in assistenza» si legge nello studio.


Altrettanti problemi questa moltitudine di lavoratori e lavoratrici li avranno al momento del pensionamento, non raggiungendo livelli economici sufficienti che consentano loro di vivere dignitosamente. Nello studio si legge che il non ha né il secondo né il terzo pilastro, a fronte del 90% dei salariati classici che hanno almeno il secondo pilastro. «Sono tutte persone candidate alle prestazioni complementari dell’Avs» commenta Greppi.


Tutto ciò pone un problema di capacità dello Stato sociale elvetico di far fronte ai mutamenti degli ultimi decenni nel mondo del lavoro. «La tentazione – spiega Greppi – è la risposta corporativa ai bisogni di una categoria precisa, quando invece occorre ragionare in termini universali. Lo stato sociale deve ripartire dalle fondamenta di quando nacque, dal principio universale. Pensiamo all’Avs, concepita alla nascita per tutte e tutti, a cui ognuno contribuisce proporzionalmente alle sue possibilità economiche, ma il cui fondo è poi ridistribuito in forma solidale. Le risposte settoriali non possono che essere imprecise e di conseguenza non risolutrici, a maggior ragione oggi in un contesto lavorativo/normativo sempre più liquido».


Marazzi va oltre nella spiegazione del concetto universale e del pericolo di una guerra fra categorie per vedersi riconoscere delle tutele, a discapito di altre magari. «Il rischio di una frammentazione della sicurezza sociale, è reale. Esemplare il fatto che nel calcolo dell’indennità perdita di guadagno degli indipendenti, l’autorità riconosca unicamente parte del reddito, ma non le spese fisse o di conoscenze acquisite nel tempo dal lavoratore per produrre quel reddito. Questo parziale riconoscimento colpisce direttamente gli indipendenti, ma riguarda tutti i lavoratori. Perché chiama in essere il riconoscimento dell’infrastruttura umana che consente di lavorare».


Per entrambi gli autori occorre «riconoscere l’importanza soggettiva degli indipendenti, andando a fondo sulle loro condizioni specifiche, anche se la questione va allargata a tutta la società. Ci sono una moltitudine di soggetti concreti, le donne ad esempio, le cui tutele assicurative sociali sono ben inferiori a quelle dei maschi. L’universalità presuppone dapprima una soggettivazione delle rivendicazioni, pena il rischio dell’astrattezza: che sia delle donne, dei precari o dei migranti, il risultato finale deve poi valere per tutti, indistintamente».

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Mercoledì 23 Giugno 2021

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