L’impatto è stato pari a quello che oggi ha la musica hip hop sulla gioventù di colore dell’America emarginata. Solamente che Kurt Cobain, e di riflesso la musica grunge, parlava principalmente ai giovani bianchi, a quell’ampia fetta di popolazione che nei primi anni Novanta era poco più che adolescente e si sentiva smarrita, in cerca, incompresa. E come l’hip hop possiede la particolarità di fungere quale valvola di sfogo per gli attriti in seno alle varie comunità americane, per i desideri e i sogni dei giovani ghettizzati, per la rabbia e il senso d’impotenza, così si può dire della musica di Cobain e compagni, in grado di portare alla luce e sublimare ferite invisibili ma profonde. Dotato certamente di una portata minore rispetto all’hip hop, il potere di presa della musica e della figura del leader dei Nirvana, fu comunque, nella prima metà degli anni Novanta, notevolissimo, tanto da trasformare quello che desiderava essere una semplice rockstar nel portavoce, suo malgrado, di una generazione. Sono passati dieci anni da quell’8 aprile 1994 in cui Kiro, una radio di Seattle annunciò: “Il cantante dei Nirvana, Kurt Cobain, si è ucciso con un colpo di arma da fuoco nella sua abitazione” e dell’angelo del rock oggi non si parla più. Com’è giusto che sia. Come non si parla più di Bob Marley, o di Syd Barrett, di Freddy Mercury o Jim Morrison. Personaggi che, come Cobain, fanno parte della storia della musica e che hanno segnato il loro tempo con un’impronta indelebile e irripetibile. Non c’è dunque da stupirsi se nel giro di pochi anni dalla scomparsa di Kurt Cobain vi sia stata una moria di gruppi e gruppuscoli di matrice grunge: così come il reggae più genuino è morto con Bob Marley, il grunge è morto con Cobain. Impossibile riproporre la sua forza, la sua immediatezza, il suo ipnotico contagio. Impossibile perché oltre ad un genere musicale (anche se per il grunge si addice maggiormente l’etichetta di sottogenere), il cantante dei Nirvana portava alle coscienze del suo pubblico un’attitudine di fronte al mondo e alla vita, che, a prescindere ora da qualsiasi giudizio morale, vibrava all’unisono con il modo di sentire e di sentirsi dei giovani di allora. Direttamente ripescato dal punk il rovesciamento che proponeva la musica grunge, con i Nirvana in testa, era quello di affossare ciò che solitamente è associato a posizioni di forza o dominanti. Sul palco Cobain non si presentava come un idolo da venerare, ma come un personaggio secondario a cui era stata data la possibilità di urlare la propria disperazione in un microfono. Sempre ricurvo, in penombra, i capelli usati come una cortina per celare il volto: più che apparire sembrava volersi eclissare. E così invece che sullo sfavillio di abiti di scena in uso presso tante rockstar ecco che i riflettori si accendevano su jeans logori, camicie a quadri, t-shirt e scarpe da ginnastica. I Nirvana hanno venduto milioni di dischi, ma non hanno mai fatto sfoggio delle loro possibilità finanziarie. Anche i canoni di bellezza non erano paralleli a quelli propinati da moda e media: aboliti i macho e le veneri procaci tanto care agli statunitensi. Al loro posto un ragazzo alto un metro e sessantasette per poco più di cinquanta chilogrammi di peso e una moglie rachitica, spettinata e mal vestita. Alla stessa stregua si può dire della musica, la cui esecuzione non mirava certo ad un rigore tecnico assoluto, ma andava bene così, in linea con tutto il resto, un po’ sciatta, un po’ dimessa, perché lo sguardo era altrove, sui testi e sulla dinamica delle canzoni. Nelle liriche dei Nirvana risiede il paradosso più intrigante della figura di Kurt Cobain. Per farsi portavoce di una generazione di giovani senza punti di riferimento, senza troppa autostima, privati di spazi di espressione e incerti circa il loro divenire, Cobain non ha affatto percorso la strada del leader. Le sue liriche non contengono nulla che parli apertamente della sua infanzia infelice, della sua adolescenza problematica, della sua dipendenza dall’eroina. Né biografia, né moniti, né messaggi, né teorie. Solo ed unicamente visioni. Immagini fra l’onirico e la libera associazione, componimenti privi di un senso lineare, ma carichi di evocatività e fascino. Un portavoce senza messaggio compiuto, senza rimedi e soluzioni, più che altro uno specchio neutro nel quale ognuno poteva trovare riflesso un pezzo della propria immagine, distorta, magari o portata all’eccesso oppure oltremodo vilipesa, ma sempre riconoscibile fra le pieghe e le piaghe del tessuto sintattico di ogni canzone. Oltre ai testi, ad avere una profonda valenza liberatoria e incantatoria era la struttura dei brani, non di tutti, ma della grande maggioranza di essi. Frasi ripetute in un continuum martellante e insistente, moduli ripresi nella loro essenzialità dall’inizio alla fine della canzone, come in una nenia, o in una preghiera. Il processo liberatorio era innescato con sorprendente precisione dall’alternarsi chiaroscurale di ritornelli e strofe e dalla dinamica circolare e rituale delle liriche. Infine a rendere incandescente ogni esibizione dei Nirvana e a trascinare masse intere di giovani ai loro concerti c’era la natura stessa di Cobain, genuino, sincero, e per nulla un fantoccio costruito a tavolino dalle major, come tanti se ne vedono calcare la scena, ma malato per davvero, sofferente per davvero, drogato per davvero. E come avviene per le grandi voci del jazz, la sua vita passava attraverso la musica, in filigrana, e il suo pubblico ne poteva percepire il battito e nutrirsene. In definitiva è proprio questo che Kurt Cobain s’è portato via morendo e che ancora molti stanno cercando oggi: la possibilità di dire, all’unisono con milioni e milioni di voci, “sei come me, cantami ancora!”.

Pubblicato il 

02.04.04

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