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Il granito teme per la sua pietra miliare

di

Francesco Bonsaver
Dal primo gennaio i 420 operai attivi nel granito ticinese sono senza contratto collettivo cantonale. All'origine, il rifiuto padronale di concedere l'aumento di 50 franchi previsto automaticamente dal contratto.

È l'identico schema adottato dal padronato delle piastrelle o del gesso. Ma solo in un primo tempo. Entrambe le associazioni padronali sono ritornate sui loro passi, concedendo successivamente l'aumento e ripristinando i rispettivi contratti. Nel granito le cose però potrebbero andare diversamente. La scomparsa della pietra miliare dei contratti collettivi cantonali, (fu il primo contratto collettivo conquistato a colpi di dure lotte dei pionieri scalpellini) rischia concretamente di essere definitiva. Stando ai sindacati, le ragioni sono piuttosto primordiali. «Vi è una frangia padronale, per ora maggioritaria nelle assemblee di categoria, che vorrebbe abolire ogni regola nei rapporti di lavoro» spiega Igor Cima, responsabile del sindacato Unia per il settore. «Vorrebbero la "libertà totale" di trattare il dipendente come meglio gli aggrada. Il modello di riferimento è il mondo del lavoro di cento anni fa nelle cave ticinesi. O, per restare nel presente, il modello cinese o indiano» aggiunge Cima. Solo così, pensano i cavisti nostrani, saremo competitivi. Non che siano originali i cavisti liberisti nel loro pensiero. È un pensiero contagioso. Sono diversi gli imprenditori a pensarla così, a testimonianza di un arretramento civile piuttosto diffuso. Concentriamoci però sui nostri cavisti e sulle ripercussioni delle loro scelte sugli operai che spaccano la pietra e si spaccano la schiena ogni giorno.  
In assenza di contratto, la prima conquista operaia importante che salterebbe è il prepensionamento a 60 anni. Una conquista che oggi nessuno mette più in discussione. La stessa società impresari costruttori, dopo averla ostacolata con ogni mezzo, oggi la pubblicizza quale vanto del settore.
Un'altra importante ripercussione sarebbe la scomparsa di un salario minimo sotto il quale non si potrebbe scendere. E coi tempi che corrono, con l'immenso bacino di manodopera alla disperata ricerca di lavoro nella grave crisi economica italiana, un ribasso generalizzato delle paghe degli scalpellini in Ticino a medio termine è facilmente intuibile. C'è sempre un padrone di cava pronto a fare il furbetto, costringendo gli altri a seguirlo per stare al passo con la concorrenza. Nessun lavoratore può illudersi di essere al riparo perché bravo nel suo mestiere oppure perché il suo capo non lo farebbe mai. Nei fatti, senza la tutela del contratto collettivo, le uniche norme a difesa dei lavoratori sarebbero quelle contenute nel Codice delle obbligazioni, notoriamente piuttosto deboli.
Quattro settimane di vacanze invece delle cinque attuali, nessuna tredicesima e limitata copertura di guadagno nel caso d'infortunio e malattia, citando solo le principali. Il Codice delle obbligazioni prevede anche il lavoro a cottimo, la cui abolizione fu all'origine delle prime lotte degli scalpellini all'inizio dello scorso secolo. Riassumendo, l'assenza di contratto equivarrebbe a un balzo indietro nelle condizioni di lavoro della pietra di oltre cento anni fa.
Questo è lo scenario, in sintesi, illustrato dai rappresentanti sindacali la scorsa settimana nelle assemblee con gli operai. Lavoratori che ovviamente vogliono scongiurare il rischio di veder spazzati via i diritti conquistati negli anni. Come farlo nel dettaglio è ancora oggetto di discussione, ma dagli interventi in sala si capisce che il ricorso a misure di lotta radicali sono ben lontane dall'essere escluse. Quale primo passo nelle due assemblee di Iragna e Avegno è stata adottata all'unanimità una risoluzione in cui si chiede all'associazione padronale di riaprire le trattative al fine di rimettere in vigore il ccl cantonale e decretarlo d'obbligatorietà generale. In secondo luogo si chiede all'associazione padronale di «ritirare immediatamente il ricorso contro l'assoggettamento del settore alla Convenzione nazionale mantello dell'edilizia».
Questa infatti è l'altra via per scongiurare l'imbarbarimento delle condizioni di lavoro nelle cave ticinesi. In assenza di contratto di settore, il lavoro del granito viene assoggettato d'ufficio alla convenzione nazionale dell'edilizia. Un buon paracadute per gli operai, perché salverebbe i loro diritti, se non addirittura migliorandoli. Ma l'associazione padronale vorrebbe bucare il paracadute con un ricorso al Seco contro l'assoggettamento all'edilizia. Un ricorso dalle scarse possibilità, secondo vari pareri. Non fosse altro che l'hanno inoltrato ben 12 giorni dalla scadenza del termine legale. Inoltre, c'è già un precedente. Nel 2006 il settore senza contratto era finito d'ufficio sotto la convenzione edile. A giorni comunque dovrebbe arrivare la risposta del Seco al ricorso.
Una decisione che potrebbe porre fine a molte discussioni, smorzando definitivamente i sogni dei cavisti liberisti di un ritorno al barbaro passato.

Di aumenti e contratti

Per la parte padronale, l'oggetto del contendere è l'aumento salariale, e soprattutto, l'assoggettamento al contratto nazionale mantello dell'edilizia. È quanto in sintesi ha sostenuto al nostro giornale Mauro Bettazza, presidente dell'Associazione industrie dei graniti, marmi e pietre naturali del Ticino.
«Sono i soldi, come sempre, il problema. Si finisce sempre lì» – spiega Bettazza, specificando: «Il nostro contratto prevede un aumento minimo di 50 franchi se il rincaro annuale è inferiore a questa quota, come è stato il caso nel 2011. In ragione della realtà economica e congiunturale attuale, abbiamo deciso di non concedere l'aumento automatico.Per questo non abbiamo firmato il contratto collettivo di lavoro».
Ora però dovreste essere assoggettati alla convenzione nazionale edile, più generalista e meno adatta alle particolarità del vostro settore.
Contro l'assoggettamento all'edilizia abbiamo inoltrato ricorso al Seco. Per noi questo è un punto centrale: non vogliamo essere sottoposti alla Convenzione nazionale dell'edilizia.
Alcuni cavisti ticinesi sostengono: «Basta regole, dobbiamo competere con la Cina…»
Che ci sia qualche impresario che la pensa così, non lo posso negare, anche se non lo condivido. Se però guardiamo il ccl di settore in Svizzera tedesca, potrà constatare che i minimi salariali sono inferiori del 15 per cento ai nostri.
E in oltre si va in pensione due anni dopo rispetto a oggi. È questo contratto  il vostro obiettivo finale?
No. Ammetto che per anni mi sono opposto al prepensionamento perché non è paritetico. Noi datori di lavoro paghiamo il 4 per cento mentre gli operai l'uno. Oggi però è una realtà consolidata e, a mio giudizio, non va contestato. Per noi la questione centrale è non avere la spada di Damocle dell'assoggettamento obbligatorio alla Convenzione nazionale dell'edilizia. Risolto questo, discutiamo delle condizioni del nostro settore.

Pubblicato

Venerdì 28 Settembre 2012

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