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Il grande buio: nell'era della comunicazione globale

di

Furio Bednarz
Il vero inizio del nuovo millennio, dopo il simbolico quanto apparentemente insignificante avvento dell’anno 2000, ha portato il senso della svolta che sembrava mancare. Come ogni svolta, nel segno epico del dramma. Nodi aggrovigliatisi sotto i nostri occhi per un ventennio vengono al pettine. Il 2001 potremmo definirlo, con cinica ironia, l’anno delle comunicazioni: chi di spada ferisce… Il terrore arriva dal cielo, sotto forma di aerei impazziti (ma in realtà pilotati da uomini di grande fede, quanto di mal riposta motivazione). Al terrore si reagisce applicando la nostra legge del taglione, con missili, senza pilota, ma non più intelligenti. Nell’era dell’e-mail, la vecchia, tradizionale posta reca l’insidia di malattie dimenticate negli uffici americani dove si decidono i destini del mondo e (guarda caso) dove si costruisce la comunicazione. Da noi fallisce, vittima certo della sua tracotanza manageriale come dell’opportunismo bancario, uno dei simboli del comunicare moderno: la Swissair; la realtà è che il comunicare, lasciato nelle mani dell’economia globale, non permette ai piccoli di volare oltre gli oceani (né con la fantasia, né materialmente). Ci sono anche aneddoti curiosi nell’era della comunicazione: ricordate l’Umts e le aste miliardarie che dovevano riempire, senza nuove tasse, le casse degli Stati? Bene, adesso se ne parla poco, sui media; ma chi i soldi dovrebbe tirarli fuori (per le licenze opzionate) si è accorto che la pelle era stata venduta prima dell’orso (ovvero prima che la tecnologia fosse realmente operativa). Ci vorranno alcuni anni: scherzi del capitale finanziario e del nostro mito del progresso. Le vere responsabilità E veniamo al dramma, quello vicino, palpabile e annunciato: la morte è arrivata nel «nostro» tunnel, quello percorso su e giù tante volte nel corso dell’anno, per lavoro o per vacanza, da milioni di persone, auto e da un paio di anni Tir carichi di ogni genere di merci, pericolosi in sé (e per i loro conducenti in primis), mine vaganti quando il loro carico è altamente infiammabile. Tragedia annunciata, dai molti responsabili? Certamente. Si è parlato della politica insensibile ai richiami della «doppia canna», si è parlato dell’Ue che ci ha costretto a sottoscrivere i bilaterali. Non si è parlato delle responsabilità dell’economia, quella del just in time, della globalizzazione produttiva e distributiva, dell’eliminazione dei magazzini. I magazzini li hanno collocati sui Tir: un bel risparmio sulle immobilizzazioni e sulle superfici, tanto la fattura poi la pagano gli altri. È arrivata puntualmente anche in Svizzera. Comunicazioni in crisi Il 2001 ci propone, nel caos apparente delle coincidenze drammatiche, la non casualità di ciò che accade. Dovremmo tematizzare la non casualità, praticare gli accostamenti e i collegamenti logici che qualcuno giudica irriverenti. Non siamo per questo terroristi. C’è una connessione tra questa catena di eventi correlati simbolicamente al comunicare, che stanno mandando in tilt la nostra vita quotidiana. L’economia globale – che è cosa ben diversa dal valore, tutto da riscoprire, dell’intraprendere – quando detta le regole, e le impone anche alla politica, crea disastri ma alimenta, nel suo seno, contraddizioni che sembravano confinate nell’armamentario (assai poco cool) del vetero marxismo. Crea contropoteri, che utilizzano i suoi mezzi (la circolazione del capitale, ad esempio) e li intrecciano con la strumentalizzazione dei valori religiosi per assumersi il diritto di rappresentare la massa dei diseredati che da un paio di decenni cresce e vede diminuire la sua capacità di rappresentanza politica nel mondo e di rivendicazione civile. Troppo semplice spiegare così Bin Laden, e erigerlo a campione dell’integralismo islamico, facendo di ogni erba un fascio? Certo troppo semplice, ma anche utile per non dimenticare pezzi importanti di verità. Contropoteri più utili e per noi – occidentali che ci pensiamo «di sinistra» – più simpatici la globalizzazione li alimenta anche nelle nostre società: crea l’antipapa, il movimento antiglobalizzazione, che restituisce con comici effetti boomerang il messaggio della pubblicità e dei loghi ai suoi mittenti, che si connette in rete, che organizza le manifestazioni attraverso il tam tam telematico. Sono giovani, e penso rappresentino il nostro futuro. Meglio così, diciamolo, degli yuppies stolidi degli anni ’80. Siamo dentro al tunnel In questi mesi l’incertezza e il rischio, come paradigmi della condizione umana nell’era della globalizzazione, sono drammaticamente usciti dalle pagine di Baumann o Sennet, dove parevano confinati (per pochi adepti intellettuali e pessimisti), per appropriarsi della nostra quotidianità. Si perde il posto di lavoro (come l’impiegato del WCT che si è salvato perché uscito alle 8.30 dalle torri di Manhattan dopo un veloce licenziamento in tronco), si riceve posta sospetta, si prende mal volentieri l’aereo, ma non si è sicuri di entrare a Göschenen sotto il Gottardo per uscire al sole di Airolo. Siamo dentro al tunnel. Sarà lungo da percorrere, ma ci stiamo muovendo. Pochi chilometri a valle della tragedia, altrettanti a monte, da un paio di anni si sono installati i cantieri del nuovo millennio: sta nascendo l’Alptransit. Ancora nella chiave della comunicazione. Ingegneri, tecnici, lavoratori di tante parti del mondo hanno iniziato a scavare. Ci vorranno una decina d’anni. Meno di quanti servirebbero per raddoppiare il Gottardo autostradale; opera che forse si dovrà fare, ma con il sale in zucca. Prima togliamo i magazzini ambulanti dalle strade. L’Alptransit è il simbolo di una comunicazione nel segno dell’intelligenza: tecnologia utile, lavoro umano che dovrà essere di qualità e sicuro (stiamo attenti a non perdere questa occasione!), chance fondamentale per l’ecosistema, esempio per l’Europa e il mondo. Dopo la galleria dell’800, che ha aperto l’era dell’industrializzazione in Svizzera, una nuova grande scommessa, che potrà aprire l’era dell’intelligenza nella comunicazione globale. Non credo sia solo retorica e illusione. Molti segnali, nel mondo, ci dicono che dopo l’11 settembre le cose sono cambiate. C’è chi pensa a vendette e restaurazioni dell’ordine globale (finanziario). Chi invece ha riscoperto che ci vogliono regole, che le comunità hanno diritto a preservare i loro valori, le loro risorse (energia, ambiente, vie di comunicazione sicure) e i loro diritti di scelta. Che lo Stato può avere un ruolo nella distribuzione della ricchezza e nella solidarietà sociale (tanto più adesso che abbiamo affidato il nostro futuro pensionistico alle borse mondiali, piuttosto che alla solidarietà mutualistica tra le generazioni). Si sta aprendo un’era neokeynesiana? Forse. Per intanto riscopriamo la necessità di ridare alla Politica (quella intesa come governo alto e nobile della polis, di greca memoria) le chiavi del potere. Ma sotto la crosta delle emozioni si sente anche il bisogno di riscoprire un’altra fondamentale figura sociale dei tempi che furono: l’imprenditore. Quello che si assume il rischio, che investe, che ha il senso del creare ricchezza attraverso l’innovazione, la trasformazione intelligente e rispettosa della natura e la valorizzazione delle risorse umane. Quello che nel divenire indipendente e padrone di se stesso trova lo sbocco naturale di un percorso di carriera, ma si assume la responsabilità sociale che gli compete. Pochi giorni fa mi è capitato di discutere della figura dell’imprenditore con un gruppo di giovani apprendisti dell’ultimo anno, alla Spai di Lugano. Bene, uno di loro – in un immaginario collettivo assai interessante – ne ha dato una definizione splendida: un uomo di saldi principi. Questo è quello di cui abbiamo bisogno, accanto al meccanismo regolatore dello Stato, per accelerare verso l’uscita del tunnel. Ci ripensino bene i teorici del pensiero unico. La moda forse sta passando.

Pubblicato

Venerdì 9 Novembre 2001

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