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Il giudice missionario: intervista a Bernard Bertossa

di

Fabio Lo Verso
Da Panama a Guernesey, dalle isole Fidji alle Bahamas, il nome del procuratore generale di Ginevra, Bernard Bertossa, circola ancora come una minaccia per gli stregoni della finanza occulta. Fra circa sei mesi però, il rinnovo delle cariche cantonali coinciderà con il ritiro del procuratore dalla scena giudiziaria. Dopo dodici anni trascorsi al vertice della giustizia ginevrina, Bernard Bertossa ha deciso di porre fine al proprio mandato. Lo aveva detto già nel 1990, anno della sua elezione, che non sarebbe rimasto oltre il 2002. Operatori finanziari occulti, narcotrafficanti e riciclatori di denaro sporco potranno contare con un grosso grattacapo in meno. Fuori dal cantone di Ginevra, il nome del procuratore è legato a inchieste di rilevanza internazionale, che oggi portano i nomi di Sani Abacha, Raoul Salinas, Pavel Borodin o Nursultan Nabarzaev. All’interno della Repubblica ginevrina c’è chi invece pensa già a cancellare l’operato del magistrato. Il quotidiano romando Le Temps ha svelato, agli inizi del mese, i contenuti di un documento confidenziale messo a punto da un ristretto comitato di pensatori, o teorici della pratica giudiziaria, su richiesta della formazione politica dei Liberali ginevrini. Le inchieste di risonanza internazionale, sul riciclaggio di denaro sporco, istruite dal procuratore generale, vengono indicate come «dannose per il Cantone», tempi e mezzi impiegati nella persecuzione del riciclaggio considerati come «eccessivi» e a scapito della giustizia «locale». Un vero e proprio manifesto anti-Bertossa che il diretto interessato sembra non voler prendere troppo sul serio. Quando gli chiedo se è disposto a discuterne risponde affermativamente, senza esitare. È una semplice questione di tempo, dice. Dopo due settimane mi riceve nel suo ufficio. Nei giorni precedenti il procuratore ha pubblicato un articolo su Le Monde, partecipato alla trasmissione Capital, sul canale francese M6, e dato un’intervista a France Info. Da quanto si è capito, le fonti di finanziamento di Osama Bin Laden, presunto mandante degli attentati dell’11 settembre, si nascondono con ogni probabilità in paesi off-shore. È quindi giocoforza rivolgersi ad uno dei maggiori specialisti mondiali della lotta alla finanza occulta. Con le mie domande su un presunto manifesto anti-Bertossa confezionato nel retrobottega del partito liberale ginevrino mi sembra di arrivare con una guerra di ritardo. Penso ad una frase che Bertossa disse un giorno al giornalista francese Denis Robert, autore del libro La justice ou le chaos, venuto ad intervistarlo all’indomani del famoso Appel de Genève: «cercare di decifrare i segni di un probabile cambiamento sociale è prova di sana curiosità». I liberali ginevrini, primo partito del Cantone, intendono dare una svolta alla politica giudiziaria. Si profila un cambiamento sociale, mi dico, ma non posso fare a meno di scivolare rapidamente sulla questione della collaborazione internazionale tra Stati, questione scottante dopo gli attacchi terroristici negli Stati Uniti. Nel 1995, ricevendo Denis Robert, il procuratore generale aveva dato vita ad un’intervista che fu per anni il pane quotidiano dei giudici anti-riciclaggio. Era il periodo del già citato Appel de Genève, atto di richiesta ai poteri europei di applicazione delle direttive per una procedura semplificata di collaborazione tra procure nazionali. A sottoscrivere il testo, a fianco di Bertossa, c’è il giudice spagnolo Baltasar Garzon, il sostituto procuratore di Milano Gherardo Colombo, il belga Benoît Dejemeppe, il francese Renaud Van Ruymbeke, per citare i più noti. A qualche anno di distanza lo scambio tra Paesi di atti, interrogatori, conti bancari pone ancora problemi insolubili azzerando talvolta inchieste future e processi in corso per mafia, droga, contrabbando e anche terrorismo. La lotta alla criminalità organizzata richiede preparazione e mestiere, dico, facendomi avanti. Dal primo gennaio 2002, le competenze per i reati di riciclaggio saranno trasferite alla Confederazione. La procura di Ginevra, come tutte le altre giurisdizioni cantonali, non potrà più aprire procedure per questo tipo di infrazione. La riforma prevede la costituzione di una polizia federale al servizio del Ministero pubblico della Confederazione con poteri rinforzati. Ma la composizione di una procura federale capace di far fronte alla lotta contro la criminalità organizzata e le transazioni finanziare occulte passa per la ricerca di personale all’altezza del compito. Collaborazione tra gli Stati insufficiente In Svizzera sembra una guerra persa in partenza, mi sembra di poter concludere. «L’argomento della mancanza di personale adeguato può essere un alibi. Si possono usare con successo anche i pochi mezzi che si possiedono. Il vero problema è la collaborazione tra stati, le rogatorie internazionali. Si dice che la Svizzera abbia istituzionalizzato la lentezza. Nell’ambito di rogatorie con la Spagna sono stati registrati più di novanta ricorsi. Molte risorse sono state confinate a questa unica attività. Se si riformasse la procedura dei ricorsi in sede di rogatorie internazionali, si risolverebbero diversi inconvenienti», risponde Bertossa. La questione della lentezza delle procedure dovuta a ricorsi su ricorsi è un vecchio cavallo di battaglia del procuratore generale che risale a «quando ancora si predicava nel deserto». Oggi perfino il ministro italiano delle finanze Giulio Tremonti se ne è accorto. «Sarebbe opportuno agire in tre-quattro giorni mentre le attuali direttive europee richiedono tre-quattro mesi. L’Europa giudiziaria deve dotarsi di strumenti nuovi», ha detto nei giorni scorsi il ministro. Dare risposte in tempi rapidi. Per dodici anni l’azione del procuratore generale ha tentato di imporre la necessaria urgenza alle inchieste su circuiti finanziari sospetti. Non è stato però possibile per lui sciogliere interamente il nodo dei ricorsi. Gli chiedo allora cosa ne pensa della legge anti-ricliclaggio adottata appena un anno e mezzo fa, e della creazione di un’autorità amministrativa in materia. Tale autorità dovrebbe svolgere una funzione di controllo delle attività dei cosiddetti intermediari finanziari, avvocati, società commerciali, agenti di cambio, fiduciari da cui transitano somme di denaro appartenenti a terzi. La legge è stata al centro di un rapporto esplosivo del deputato francese Arnaud Montebourg (ancora un francese !) che la giudica «inapplicabile in un paese in cui non esiste la necessaria volontà politica di lottare contro il riciclaggio». Manca personale nella lotta contro il riciclaggio Pongo la domanda in un quadro generale, ma Bertossa deve avere ancora in mente la questione del personale delle procure, giudici o agenti di polizia giudiziaria. «L’Autorità dicontrollo in materia di riciclaggio non ha personale a sufficienza», afferma. «Pensare di poter far fronte con un pugno di funzionari alle migliaia di intermediari finanziari che operano in Svizzera, si è rivelato un grave errore politico». Grave errore politico? Bertossa non demorde. Arnaud Montebourg aveva ragione, allora. Non oso chiederglielo. Riepilogando, dunque, gli scambi di informazioni fra procure nazionali non si svolgono in modo abbastanza rapido. Ancora troppo spesso succede che i giudici riescono a bloccare conti occulti dopo che questi sono stati svuotati del loro contenuto. All’interno delle nostre frontiere l’arsenale legislativo sembra insufficiente. Che ne è della sorveglianza delle transazioni in Borsa, chiedo al procuratore Bertossa. I reati di criminalità finanziaria vengono consumati anche in questa sede. «Attualmente il controllo della Borsa è affidato a un organismo privato il cui lavoro è estremamente efficace. Questo organismo non ha però competenze in materia penale. Non può applicare sanzioni. Da un anno circa un gruppo di lavoro, al quale ho partecipato, ha sottoposto al governo un progetto di modifica della legge federale, allo scopo di creare un gendarme della Borsa con poteri speciali, sul modello della Sec (Security exchange commission) americana. Un’autorità federale unica e completamente indipendente, o che verrebbe associata al Ministero pubblico della Confederazione». Il meno che si possa dire è che Bernard Bertossa sia stato su tutti i fronti nella lotta alla finanza occulta. Cosa farà, dopo? gli chiedo. Sorride, fa spallucce, non dice nulla. Forse non è pronto, o non sono fatti miei. Non c’è da pensare che a 62 anni si ritiri in pensione. Un incarico di prestigio lo attende con ogni probabilità, ma è troppo presto per dirlo. Non insisto. Il bilancio Se la sente di fare un bilancio? Altro sorriso. Tento allora di provocarlo. L’avvocato di Dominique Poncet, uno dei difensori di Pavel Borodin (attualmente imputato presso la procura di Ginevra), afferma che durante l’era Bertossa la procura ha condotto la politica penale con «spirito missionario», andando al di là delle proprie prerogative. Spirito missionario? Bertossa non lo considera una critica. Non gli dispiace, anzi. «Dietro ogni politica penale, c’è una scelta filosofica. Undici anni fa, alla elezione per la carica di procuratore, il programma con il quale mi sono presentato agli elettori si basava su un’idea chiave: rimettere la giustizia al centro dell’azione giuridica», spiega Bertossa. «La giustizia è credibile se i potenti sono puniti come i delinquenti comuni, se i pesci grossi sono trattati alla stessa stregua dei pesci piccoli, se un grosso trafficante di droga è trattato come chi ruba in un supermercato». Attualmente nessuna candidatura ufficiale è stata avanzata per il posto di procuratore generale. Le elezioni si svolgeranno nella primavera del 2002. Ad oggi si è registrata la sola disponibilità (non ancora una candidatura) di Christine Junod, presidente del collegio dei giudici istruttori.

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Venerdì 28 Settembre 2001

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