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Il frutto amaro

di

Mauro Marconi
Sulla strage di Zugo è stato detto e scritto di tutto un po’. Pressoché unanimi i commenti dei giornalisti ticinesi: si è trattato di un gesto criminale commesso da un folle; un caso isolato. Giovanni Galli, sul Corriere del Ticino del 29 settembre, ha provato ad individuare una logica nell’agire di Friedrich Leibacher, l’attentatore. L’ha trovata nella «mentalità del tutto è dovuto», effetto collaterale dello Stato-provvidenza. Lo stato sociale quindi, e secondo l’articolista, «in modo del tutto involontario ha prodotto anche il meccanismo perverso che (…) genera molti potenziali Leibacher». Anche io ho cercato di analizzare questo fatto. Le mie riflessioni mi hanno portato in una direzione diametralmente opposta a quella di Galli. In effetti, ritengo che il gesto di Leibacher sia frutto del pensiero neoliberista portato ai suoi estremi. Vi propongo il mio ragionamento. Il pensiero e la pratica neoliberiste propagandano tre principi che mi sembrano cardinali: la valorizzazione dell’individualità, la riduzione dell’essere umano a consumatore, e l’illusione di un’accessibilità infinita a beni e servizi. Innanzi tutto, la persona è insistentemente indicata come principio e fine, in opposizione all’organizzazione collettiva, che nella nostra tradizione politica è incarnata dallo Stato. Questi viene definito come ingombrante, limitante e talvolta anche parassitario. Il suo ruolo di mediazione è negato a favore del mercato, che garantirebbe pari opportunità e regole eque a tutti. Secondariamente, la visione neoliberista promuove un concetto di cittadinanza modulata sul concetto di cliente. Il cittadino, nella tradizione del contratto sociale, rinuncia ad esercitare pienamente la sua libertà e delega allo Stato alcuni compiti: protezione, giustizia, assistenza, ecc. Il cliente, invece, paga per avere delle prestazioni. Infine, nell’ottica neoliberista per essere bisogna avere. Per rimediare alle risorse individuali limitate, è stato generalizzato lo strumento del piccolo credito. I beni ed i servizi diventano così accessibili. L’avere per essere crea la necessità; il piccolo credito crea la possibilità; la loro combinazione crea il diritto («voglio ma posso», come diceva uno slogan tempo fa). La mentalità del tutto è dovuto parte da qui. Il cittadino-cliente è un individuo, la cui importanza sovrasta tutto e che paga per avere dei servizi che gli sono dovuti. Leibacher ha promosso delle azioni giuridiche il cui esito gli è stato sfavorevole: ma lui paga per avere una giustizia che uno Stato parassitario gli nega. La giustizia se la fa da sé. Il suo gesto è folle, perché la pazzia è la molla che lo fa scattare. Ma la logica della sua azione non è individuale. È la logica, parimenti folle, in cui, volenti o nolenti, siamo immersi tutti i giorni. Ed ultimamente lo siamo ancor di più. Gli Stati Uniti hanno lanciato i loro missili sull’Afghanistan. Mi sorge spontanea una domanda retorica: Leibacher assomiglia di più a George W. Bush o a Osama Bin Laden? Per quanto ne so, il primo, bombardando, commette un crimine; il secondo, al momento attuale, è un semplice sospettato. Bush si sente vittima di un’ingiustizia alla quale vuole rimediare con la violenza. Sarà anche lui il frutto amaro dello Stato-provvidenza?

Pubblicato

Venerdì 12 Ottobre 2001

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