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Il franco è forte? Ti pago in euro

di

Francesco Bonsaver
L'euro scende e si rialzano le quotazioni di un'idea già avanzata in passato ma mai realizzata. Alcune ditte operanti in Ticino (per ora si tratta di episodi isolati) vorrebbero pagare gli stipendi in euro, trasferendo sui lavoratori i rischi aziendali legati alla fluttuazione del cambio. Una misura definita discriminatoria e inaccettabile dal sindacato.

«Non è ancora una pratica diffusa, ma da più parti riceviamo segnali preoccupanti» racconta a area Davide Polli, figura storica del sindacalismo di confine, segretario di Unia Mendrisio.
Riassumiamo le segnalazioni. Primo caso: una ditta di call center operativa nel Mendrisiotto sta versando i salari della trentina di dipendenti in euro. Seconda segnalazione: una persona in cerca di lavoro a seguito di un licenziamento si presenta a una ditta di spedizioni e le viene proposta un'assunzione con salario in euro. Terzo caso: un'impresa attiva nel mercato dei cerchioni, questa volta nel Luganese, informa il sindacato di aver intenzione di pagare i salari in euro. L'impresa spiega che il 97 per cento del suo fatturato è in euro e in ragione del cambio col franco sfavorevole, si troverebbe in perdita. Da qui la proposta di colmare la perdita versando il salario ai dipendenti frontalieri direttamente in euro. «Si tratta di atti finanziari speculativi, che nulla hanno a che vedere con la produzione industriale» spiega Polli «È una misura discriminatoria, fondata sul luogo di residenza del dipendente. Per lo stesso lavoro pago un salario diverso a seconda di dove abita. È inaccettabile».
È pur vero che da qualche tempo il corso dell'euro ha favorito i lavoratori frontalieri. Ma la discesa dell'euro nei confronti del franco è iniziata due anni fa. Fino a quel momento, i frontalieri hanno visto il loro potere d'acquisto scendere progressivamente. E non di poco. Dal 2002, anno d'adozione della moneta unica europea, il rapporto col franco è salito da un franco e cinquanta centesimi dell'inizio a uno e settanta nel 2007. Una perdita a cui va aggiunto l'aumento del costo della vita in Italia rispetto a quando c'era la lira.
Già all'inizio degli anni 90, qualcuno in Ticino aveva avanzato l'idea di pagare i frontalieri con la lira. Naturalmente, era quando il cambio era sfavorevole alle imprese elvetiche. Poi ci fu la ripresa della lira e non se ne parlò più fino al 2001, quando alla vigilia dell'introduzione dell'euro regnava l'incertezza su quale moneta sarebbe diventata più forte. Il Consiglio federale incaricò un gruppo di lavoro interdipartimentale di valutare le conseguenze dell'euro sul mercato svizzero. Qualche riga del rapporto riguardava anche l'aspetto dei salari.
Può il datore di lavoro decidere di pagare in euro? La legge parla di retribuzione salariale «con moneta corrente legale». Di principio, dicono gli esperti, l'euro non sarebbe vietato. Ma ci sono delle regole di applicazione. Una prima difficoltà è di ordine pratico. Gli oneri sociali devono essere versati in franchi svizzeri. Bisognerebbe dunque redigere due contabilità, una in franchi e una in euro. Una soluzione amministrativa onerosa che potrebbe vanificare i guadagni derivanti dal cambio per le aziende.
Gli esperti avanzano poi delle considerazioni di tipo contrattuale. Se i dipendenti sottostanno a un contratto collettivo di lavoro, il codice delle obbligazioni esclude delle deroghe ai contratti sfavorevoli ai salariati. Con l'euro debole è dunque vietato.
E nelle categorie professionali dove non è in vigore un Ccl ? Secondo il gruppo di lavoro federale "Euro", se il dipendente risiede in Svizzera, non si può fare senza il suo consenso. Scontato dire che difficilmente lo farà. Se però è frontaliere, stando agli esperti, sarebbe possibile «una rottura del contratto con proposizione modificativa da parte del datore di lavoro anche senza consenso del dipendente». Una conclusione scritta nel 2000 e oggi contestata da Erwin Murer, professore di diritto del lavoro all'Università di Friburgo. «Il contratto non può essere rotto unilateralmente. La modifica di salario derivante dal cambio è talmente sostanziale che non la si può ritenere marginale. Non si tratta di 10 franchi in più o in meno, ma di una importante riduzione di reddito. Una tale modifica comporta la rescissione del contratto nei termini di scadenza previsti e la proposta di un nuovo contratto col nuovo salario. Naturalmente, il dipendente deve essere d'accordo».
Questo è quanto siamo riusciti a capire sulla legalità dell'operazione. Il tema non sembra preoccupare le autorità federali. Abbiamo interpellato il Dipartimento federale delle finanze, il Segretariato di stato dell'economia e il Dipartimento federale di giustizia. Niente, nessuno sa esprimersi con certezza "giuridica" sul tema. Non esiste nemmeno un'opinione al riguardo. Va pur detto che l'idea di versare i salari in euro è stata partorita da parte della classe imprenditoriale ticinese. Sia a Ginevra che a Basilea i sindacati non sono mai stati confrontati con questi problemi.
Per ciò che concerne il silenzio da Berna, Davide Polli di Unia commenta: «È preoccupante questo vuoto politico. Per ora siamo solo a episodi isolati, ma se il fenomeno dovesse estendersi, ci vorranno delle risposte politiche per stroncarlo sul nascere. Naturalmente, i lavoratori e il sindacato si opporrebbero con fermezza. L'autorità dovrebbe però anticipare l'insorgere di questo fenomeno, vietandolo con chiarezza». Il problema, pare di capire, è trovare l'interlocutore a Berna.

Pubblicato

Venerdì 10 Settembre 2010

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