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Il fisco e i suoi fiaschi

di

Sabina Zanini
Ci sono delle nuove sul fronte della fiscalità cantonale. La scorsa settimana il Governo ha presentato la nuova Legge sulla perequazione finanziaria intercomunale. Poi ci sono stati i clamorosi voltafaccia di due illustri sostenitori degli sgravi fiscali. Parliamo di Giorgio Giudici e di Giuliano Bignasca che, ognuno per ragioni sue, sembrano essersi fatti più timidi nelle battaglie di un tempo. Il Partito socialista rimane invece fermo sulle proprie posizioni. Ma di questo ne abbiamo discusso con Marina Carobbio, membro della Commissione della gestione in Gran consiglio. Per prima cosa le chiederei di commentare i punti salienti della Nuova legge sulla perequazione finanziaria. Con questa Legge viene in parte modificato il sistema di compensazione. In pratica rimane il fondo di livellamento ma rispetto a questo fondo non ci sono più comuni neutri: tutti i comuni sono chiamati a dare o a ricevere. Un’altra modifica importante concerne il contributo al fondo di livellamento che il Cantone dovrà versare. Se adesso sia il Cantone che i Comuni partecipano nella misura del 50% ciascuno, un domani, se verrà approvata la riforma, il Cantone parteciperà nella ragione del 80% e i Comuni del 20%. Inoltre il Cantone si impegna a versare degli aiuti diretti agli investimenti. Altra novità: il limite del moltiplicatore d’imposta comunale non sarà più fissato al 100%. Potrà essere superato. Se invece il moltiplicatore fosse troppo basso a causa di investimenti eccessivi il Cantone potrà limitare il contributo di livellamento versato a quel comune. Ma se aumenta l’onere sul Cantone il quarto pacchetto di sgravi fiscali diventa difficile da sostenere... Pedrazzini ha detto che non bisogna vedere questa riforma come risposta alla politica degli alleggerimenti fiscali. Eppure non si può prescindere dal contesto. Il pacchetto di sgravi voluto dal Governo, ha riscosso da subito l’opposizione di molti comuni. È quindi stato necessario formulare delle proposte compensatorie a favore dei comuni. Contemporaneamente il problema di fondo è sempre lo stesso: si vogliono mantenere sgravi per 80 milioni di franchi che, non solo comporteranno una riduzione del gettito fiscale a favore dei ceto medio alti e delle banche, ma aumenteranno le disparità regionali, senza risolvere i problemi della maggioranza delle famiglie ticinesi. Per far fronte alla diminuzione del gettito sarà quindi necessario tagliare sulla spesa pubblica. È il gatto che si morde la coda. Probabilmente un gatto ammaestrato a cercar di diminuire le risorse pubbliche per tagliare la socialità. Anche dal punto di vista dei comuni l’impatto degli sgravi fiscali non è proprio pacifico. Ricordiamo che il primo pacchetto, entrato in vigore nel 1997, era stato congelato dai comuni a più riprese… Mi pare che ci sia una sorta di schizofrenia politica. Gli effetti sui comuni della politica fiscale cantonale sono sempre stati criticati da noi e da molti amministratori comunali. Nel contempo questi stessi amministratori appartengono a partiti che a livello cantonale hanno avallato la politica fiscale portata avanti da Marina Masoni. Sembrava che in Ticino ci fosse una fiscalità troppo ingombrante, in particolare ne erano oppresse le persone giuridiche, e che si spendeva troppo nel settore sociale. Eppure oggi per quanto concerne le persone giuridiche ci troviamo con una fiscalità che, comparata a quella di altri cantoni svizzeri, risulta piuttosto leg- gera. Come si pone il Ps nei confronti del progetto di riforma recentemente presentato? Si tratta indubbiamente di un passo positivo ma molto timido. Perciò non posso che considerare la nuova Legge una risposta parziale. Dico parziale perché in realtà questa riforma non risolve il problema delle disparità regionali. E neppure scioglie appieno la questione dei rapporti tra comuni e cantoni. Mi sarei aspettata un passo più deciso: una revisione dei flussi finanziari globali tra cantone e comuni. Secondo me sarebbe pure stato opportuno affrontare la proposta di introdurre un moltiplicatore d’imposta unico cantonale. Una proposta che peraltro abbiamo già inoltrata ma che è rimasta ferma. Così invece si eludono i nodi centrali del problema limitandosi semplicemente a trasferire costi dal cantone ai comuni e viceversa. No, occorre stabilire chiaramente quali sono gli oneri e quali sono i poteri decisionali. Neanche con l’introduzione della riforma ci sarebbe una vera compensazione nei confronti dei comuni. Anche se è vero che Lugano, il comune finanziariamente più forte e che ha beneficiato molto delle scelte fiscali del Cantone, dovrà partecipare in misura maggiore al fondo di livellamento cantonale. Questo è certamente un fatto positivo. Che però ha preoccupato il sindaco di Lugano... Sì. Sostanzialmente credo che Giudici, da amministratore di una città che, rispetto a molti altri comuni ticinesi, è sempre stata avvantaggiata dalla presenza sul proprio territorio di grosse banche, oggi sia preoccupato dalle ripercussioni a Lugano della contrazione del gettito fiscale vuoi per la politica fiscale operata dal Cantone, vuoi dalla prevista contrazione congiunturale e ora anche dai maggiori oneri che la nuova perequazione finanziaria comporterà. Certamente il sindaco di Lugano non intende mettere in discussione l’utilizzo dello strumento fiscale a senso unico, a vantaggio di pochi, perpetuato in questi anni da Marina Masoni e dalla maggioranza di Governo e Parlamento. L’adozione della tassazione annuale porterebbe dei chiarimenti alla politica fiscale? Il Partito socialista chiedeva che la tassazione annuale venisse introdotta subito, dal momento che è già stata decisa di principio dal Parlamento e sembra trovare l’accordo di tutte le forze politiche. D’altra parte è stata già adottata in quasi tutti i cantoni eccetto in Ticino. Una volta introdotta la tassazione annuale è più facile avere un monitoraggio più puntuale dell’evoluzione economica. E questo permetterebbe di considerare l’eventualità di sgravi fiscali con un’idea più precisa della realtà finanziaria.

Pubblicato

Venerdì 15 Febbraio 2002

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