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La sentenza

Il doppio turno discrimina le mamme

Il Tribunale del lavoro di Bologna dà ragione alle operaie che operano per Ynap Yoox

di

Mattia Lento

Svegliare i figli alle 4.30 di mattina, portarli da una vicina, prepararsi per uscire e infine recarsi all’interporto fuori Bologna, centro logistico, per lavorare nel confezionamento di vestiti e altri accessori di moda venduti dall’azienda Yoox, marchio italiano leader nel settore del commercio online. Oppure svegliarli a un’ora più umana, prepararli, accompagnarli a scuola, sbrigare al meglio le faccende di casa lasciate indietro la settimana precedente per poi recarsi nel primo pomeriggio al lavoro, uscire alle 23.30 e andare sempre dalla stessa vicina a mezzanotte a riprendere i figli. Queste più o meno erano le giornate di Laila e Liuba, due lavoratrici impiegate nella catena del subappalto Yoox e delegate del sindacato di base SiCobas. Una serie di azioni, tra cui alcuni scioperi, ha contribuito a migliorare leggermente le cose, in particolare per Liuba, madre sola, ma è una giudice che potrebbe cambiare davvero le cose.

 

 

Una sentenza recente potrebbe mettere definitivamente la parola fine all’incubo di queste lavoratrici e introdurre, secondo Eleonora Bortolato, sindacalista SiCobas che ha seguito tutta la vertenza, «un nuovo principio importante nel diritto del lavoro in Italia: quello della discriminazione indiretta, un tipo di discriminazione che, pur scaturendo da un provvedimento sulla carta legittimo, colpisce una determinata categoria, in questo caso quella delle lavoratrici madri». Il doppio turno è stato infatti dichiarato illegittimo il 31 dicembre 2021 dal Tribunale del lavoro di Bologna. La sentenza, immediatamente esecutiva, dice chiaramente che il turno centrale va ripristinato per tutte le lavoratrici con figli minori di 12 anni. L’azienda intende comunque impugnare la decisione del tribunale.

 

Le vicende

Tutto è iniziato a fine 2019 quando la (pseudo)cooperativa Mr. Job, in cui negli anni precedenti si erano verificati casi gravissimi di molestie sessuali sanzionati poi da un giudice, dichiarava fallimento. Le lavoratrici, che prima operavano durante un unico turno centrale, sono passate alle dipendenze della Lis group srl e si sono ritrovate a dover riorganizzare la loro vita secondo due turni: il primo dalle 05.30 alle 13.30 e il secondo dalle 14.30 alle 23.30. Dopo le prime proteste, l’intervento dei sindacati confederali, che avevano gestito il passaggio da una realtà aziendale all’altra, ha apportato alcune migliorie, ma soltanto per le madri con bambini molto piccoli. Alcune lavoratrici se ne sono andate, mentre altre sono state costrette a rimanere. È Liuba ad ammetterlo: «All’inizio, prima di ottenere maggiore flessibilità dall’azienda, le maestre del nido mi chiamavano per dirmi che mio figlio si addormentava di colpo sul pavimento. Avevo paura potessero segnalarmi ai servizi sociali e perciò non dicevo nulla della mia condizione. Non potevo però rischiare di rimanere senza lavoro, perdendo così la casa, ovvero la residenza, e quindi la possibilità di rinnovare il permesso di soggiorno a mio figlio di tre anni». Liuba ha un permesso di soggiorno illimitato, ma questo non vale per il figlio durante i primi anni: le assurdità delle leggi sugli stranieri non sono solo prerogativa elvetica. «Per questo motivo ho rischiato il tutto per tutto, ho scioperato, mi sono esposta. Molte mie colleghe non hanno avuto coraggio, alcune di queste mi hanno però ringraziato dopo la sentenza». Laila non avrebbe mai pensato di trovarsi in una situazione del genere in Europa: «Sono arrivata in Italia dal Marocco nel 2009 e non mi sarei mai aspettata di vedere un mondo del lavoro così problematico. Ho capito già da tempo che anche qui per ottenere qualcosa occorre lottare».

 

La lotta paga

Alcune di queste donne lavorano da anni nella catena di subappalto Yoox. Qualche anno fa sono riuscite a ottenere miglioramenti incredibili delle loro condizioni di lavoro: «Grazie alle lotte siamo state inquadrate all’interno dei contratti collettivi, i nostri salari sono pressoché raddoppiati, anche la maternità e l’allattamento sono stati pienamente riconosciuti», ricorda Laila. Sono riuscite anche a opporsi ai casi di molestie, agli abusi, ai ricatti sessuali presenti all’interno del precedente ambiente di lavoro. I media nazionali si sono accorti di loro, non sono più invisibili. Hanno trovato solidarietà e ascolto: alcune consigliere comunali della città di Bologna hanno appoggiato le loro istanze, mentre la consigliera alle pari opportunità della Regione Emilia-Romagna, Sonia Alvisi, ha portato la loro causa in tribunale. Organizzazioni quali il coordinamento migrante e l’associazione femminista Non una di meno hanno accompagnato la loro lotta. Anche la Cgil, nella persona del segretario provinciale Maurizio Lunghi, si è detta pronta a rivedere alcuni accordi firmati nel ramo: «La sentenza ci ha colti di sorpresa perché da anni il doppio turno è stata la norma nel ramo. In ogni caso ora la decisione del giudice dovrà essere applicata e chiederemo di ridiscutere alcuni accordi che abbiamo stretto in passato con diverse aziende».

 

 

 

Pubblicato

Giovedì 20 Gennaio 2022

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