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Il disoccupato e la dimensione culturale

di

Tatiana Lurati Grassi
Questo è un momento storico in cui valori fondamentali quali la solidarietà e il rispetto delle altre persone, soprattutto dei più deboli, sembra essere dimenticato da una parte della popolazione ticinese e da una parte politica. Alcuni interventi sulla questione dei minareti in Gran consiglio nell'ultima seduta lo stanno a dimostrare.
Lo stesso risultato delle ultime votazioni federali sul pacchetto degli accordi bilaterali e sull'estensione degli stessi a Romania e Bulgaria ci deve far riflettere, per capire cosa ha spinto le persone a votare no in maniera così massiccia e per motivi essenzialmente legati alla sicurezza, alla paura di perdere il proprio posto di lavoro, per paura rispetto all'"altro", al diverso, con culture e provenienza diversa dalla nostra.
Credo che interrogarsi sulle strutture culturali che orientano comportamenti e forme di rappresentazione della realtà è un'operazione inevitabile e imprescindibile per comprendere le trasformazioni sociali che hanno luogo negli attuali scenari della globalizzazione, sempre più caratterizzati dal "traffico delle culture" dovuto all'accresciuta mobilità degli individui e che possono dare un'interpretazione ai risultati delle recenti votazioni.
Individuare gli orientamenti culturali dominanti all'interno della realtà ticinese, partendo dall'assunto ovvio, ma spesso dimenticato, che il contesto di accoglienza non è mai neutro e che per comprendere adeguatamente le culture differenti con cui si viene a contatto, è opportuno comprendere innanzi tutto la propria cultura, esplorandone i paradigmi nascosti. Queste riflessioni le ho sviluppate in un lavoro di ricerca finale per il Master in comunicazione interculturale (1). L'obiettivo generale del progetto è cercare di capire quali sono le dimensioni culturali che caratterizzano la popolazione disoccupata per riuscire a meglio percepire come possono influenzare il loro modo di agire quotidiano. Per dimensione culturale si intende «un insieme coerente e relativamente semplice di elementi culturali: rappresentazioni, valori, opinioni, credenze, simboli, norme, …» (2).
È importante allora capire quali sono i valori, le convinzioni e i miti condivisi, sostenuti e diffusi dalla maggior parte di coloro che appartengono alla società in cui la persona disoccupata vive, ma soprattutto quale sia il potenziale di flessibilità e integrazione di questi valori maggioritari allorché entrano in relazione con quelli veicolati dai gruppi minoritari.
Indagare sulle dimensioni sensibili della cultura, quelle che esprimono la relazione dell'individuo con l'autorità, con la libertà individuale, con la differenza, in particolare quella di genere (uomo-donna), con l'incertezza, vale a dire con quegli aspetti della vita sociale che definiscono il senso di appartenenza di un soggetto al contesto in cui è inserito, vuol dire andare al cuore di quegli habitus generatori di senso comune, che proprio nel rapporto con l'altro e con la sua alterità, vedono sfidato quell'universo di certezze e di ovvietà condivise su cui poggia la propria identità sociale e culturale.
È questa la riflessione che manca e dovrebbe essere portata avanti anche in Ticino, non solo sulla popolazione disoccupata. Si tratta di capire come la nostra capacità di comunicare sul piano interculturale possa influenzare in maniera positiva o negativa (come avvenuto in questo caso) le nostre opinioni nei confronti dell'"altro".

1) Tatiana Lurati Grassi, Le dimensioni culturali nei cercatori d'impiego in Ticino, Executive Master in Intercultural Communication. Ulteriori apprfondimenti seguiranno.
2) Definizione di Edo Poglia Intercultural Communication: an interdisciplary model for institutional contexts, Studies in Communication Sciences, p. 6.

Pubblicato

Venerdì 27 Febbraio 2009

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