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Lavoro & dignità

Il discreto impero dei padroni di Manor

I tagli da quasi 500 posti sono controllati da una holding indirizzata più sulla moda che sul commercio al dettaglio

di

Federico Franchini

Il numero è preciso: 476. Sono gli impieghi che Manor intende tagliare per accelerare la sua «trasformazione strategica». Di norma il «più grande gruppo di grandi magazzini della Svizzera» è avaro di dati: la sua cifra d’affari e i suoi utili non sono pubblicati da anni. Poco note sono anche le informazioni sul gruppo che controlla Manor: una holding ginevrina molto discreta e dietro cui si cela una ricchissima famiglia. E che oggi sembra puntare su altri settori più redditizi.

A Ginevra, il numero sei di Rue Cornavin è un luogo conosciuto e molto frequentato. È la sede del grande magazzino più noto della città, quello di Manor. Ogni anno da qui transita più gente che alla Torre Eiffel. In pochi sanno, però, che questo stesso indirizzo ospita il quartier generale di uno dei gruppi più segreti del capitalismo svizzero: Maus Frères Sa. Un nome poco appariscente, che non dice molto. Eppure, questa holding fondata nel 1927 è la casa madre di Manor Ag, la società con sede a Basilea e che raggruppa 59 grandi magazzini, 30 supermercati alimentari e 27 ristoranti. Ma non solo: Maus Frères detiene anche Jumbo, la seconda catena elvetica di grandi magazzini per l’edilizia e il fai-da-te, e, tramite la Mf Brands Group, controlla alcuni importanti marche d’abbigliamento, vero e proprio vettore di utili del gruppo.


La holding appartiene alle famiglie Maus e Nordmann (Manor è la fusione delle iniziali dei due cognomi), eredi diretti dei fondatori del primo grande magazzino della Svizzera. Una famiglia, il cui nome è apparso sulle cronache solo a seguito di alcune transazioni immobiliari da record: le vendite di una villa a Cologny per 57,5 milioni di franchi a una principessa saudita e di un vicino terreno per 27 milioni di franchi a un fedelissimo dell’ex presidente kazako Nursultan Nazarbayev. Con un patrimonio stimato tra l’uno e i cinque miliardi, la famiglia si trova al 50esimo posto dei più ricchi della Svizzera secondo la rivista Bilan. Tuttavia, questa stima appare vaga per un gruppo non quotato in borsa, che non pubblica i propri conti e i cui dirigenti di rado danno spiegazioni in merito alla strategia aziendale. Così come nulla traspare dall’attuale distribuzione del capitale di Maus Frères, inevitabilmente diluito nella quarta generazione di eredi, ma che rimarrebbe nelle mani di una quindicina di persone appartenenti alle due famiglie.

Dal boom alla crisi
Nel 1902 i fratelli Ernest e Henri Maus persuadono il dettagliante Léon Nordmann a creare a Lucerna un grande magazzino a prezzi moderati. All’epoca si tratta di una novità assoluta, una rottura rispetto alla concezione di negozio d’inizio ’900. Un luogo con entrata libera, senza obbligo d’acquisto, dove gli articoli sono etichettati e con prezzi fissi era allora una novità assoluta. Il successo è garantito e, nel giro di pochi anni, la Svizzera e le sue città si riempiono di grandi magazzini basati su questo nuovo concetto. Nel 1929, il matrimonio del figlio di Léon Nordmann, con la figlia di Ernest Maus, legherà definitivamente le due famiglie che diventeranno così una vera e propria dinastia nel settore della distribuzione.


Passano le generazioni e la holding cambia, si diversifica e si internazionalizza, soprattutto in Francia e negli Usa. Tra successi e débâcles. Negli ultimi anni il gruppo ha venduto la maggioranza delle partecipazioni in diverse società che aveva acquistato (Athleticum, Fly, Carrefour, Eboutic eccetera) in Svizzera. Non resta oggi che Manor (e Jumbo). Ma quello che è considerato come il bambino da coccolare della ricca famiglia sembra essere oggi un adolescente in crisi d’identità.
Che siano anni difficili lo dimostrano i fatti. L’accresciuta concorrenza – tanto tra distributori classici quanto nei confronti dei giganti dell’e-commerce – e la perdita di potere d’acquisto dei cittadini sembra avere colpito Manor, un’insegna che si vuole di “lusso accessibile” e quindi più costosa di altre. Nel 2015 viene lanciato un primo piano d’investimento da 500 milioni di franchi. Ma i problemi restano. A partire dal commercio online che si è sviluppato con grande ritardo (a partire dal 2012) e che, soprattutto nel settore moda, fatica a reggere il passo di Zalando e compagnia.  Nel 2017, il patron Didier Maus chiama il manager francese Stéphane Maquaire il quale lancia un altro piano di rilancio: via 200 impieghi per arrivare a una nuova stabilità nel 2020. Ma il nuovo Ceo non convince le alte sfere e viene liquidato con la stessa rapidità con il quale era stato assunto. Al suo posto è nominato Jérôme Gilg, un fedelissimo che ha già guidato Jumbo.


I problemi, però, non finiscono. Anzi. Il 2020 parte male. A Zurigo, la saga immobiliare a riguardo del negozio in Bahnhofstrasse finisce: Manor deve dire addio al suo salvadanaio; 290 impieghi sono toccati da questa chiusura. Poi arriva il coronavirus e, infine, il recente annuncio di una nuova, grossa, ristrutturazione. Si taglierà il 5% del personale e si cercherà di puntare di più sull’online, cercando di colmare l’attuale ritardo.

Cambio di rotta
La cifra d’affari di Manor è stimata attorno ai 2,2 miliardi di franchi. Quello che non si sa sono i margini. Ma se ci basiamo sulle speculazioni apparse su alcuni giornali esso appare molto basso, vicino allo zero. In generale, in Svizzera, il commercio al dettaglio, soprattutto nei settori non alimentari, è in contrazione. Ma a salvare l’impero Maus e a colmare le perdite di Manor vi è un altro ramo del gruppo. Un ramo sempre più decisivo: quello dei marchi di moda. Nel 2012, la holding ginevrina ha approfittato di una feroce disputa familiare tra gli eredi di Lacoste per mettere le mani sul famoso marchio francese. «Il topo si mangia il coccodrillo» hanno titolato i giornali. Negli ultimi anni sono stati acquisiti anche la francese Aigle, la svedese Gant e la belga the Koopers. Fino al 2018, la società che si occupava della gestione di questi marchi era la lussemburghese Procastor Holding, la quale si è poi trasferita a Ginevra dove è da poco diventata Mf Brands Group. Dai dati che abbiamo trovato nel registro di commercio del Gran Ducato, risulta che la società sta bene: «Procastor gode di una buona salute finanziaria» scrivono due dirigenti nel bilancio 2018. Conti che parlano di una cifra d’affari di 2,3 miliardi di euro e di un Ebita (gli utili prima degli interessi, delle imposte e degli ammortamenti dei beni immateriali) di 287 milioni di euro. Insomma, i due rami di Maus Frères hanno grossomodo la stessa cifra d’affari, ma i margini sono completamente diversi: con un margine del 12,7%, il settore dei marchi sembra essere di gran lunga quello più redditizio.

 

Cosa succederà nei prossimi anni? Si potrebbe azzardare un paragone con quanto successo al gruppo francese Ppr oggi diventato Kering: si è partiti dal commercio al dettaglio per poi focalizzarsi nell’acquisto di marchi di lusso come Gucci che, come si è visto con la Lgi di Cadempino, generano margini di profitto enormi. Non si sa quale sia la strategia di Maus Frères. Tutto dipenderà da cosa vorrà fare la quinta generazione, ormai in età di prendere decisioni. Non è detto però che il loro sogno sia il commercio al dettaglio. La moda è molto più attraente.

Pubblicato

Lunedì 31 Agosto 2020

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