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Presidenziali francesi

Il disastro non è impossibile

Pur essendo improbabile, gli osservatori non escludono una vittoria di Le Pen contro Macron. Grandi arbitri: gli astenuti e gli elettori di Mélenchon

di

Anna-Maria Merlo

Ultimi giorni di campagna “catartici”, come spera il presidente-candidato Emmanuel Macron, per mettere in scena le “passioni tristi” del risentimento e della rabbia, prima di tornare alla ragione oppure vigilia di una svolta storica tragica, che con una vittoria di Marine Le Pen cambierebbe il volto non solo della Francia ma farebbe traballare la Ue, ponendo la Francia tra i Paesi “illiberali” accanto a Ungheria e Polonia?

 

Arbitro di questo scontro tra il presidente uscente, che ha ottenuto il 27% al primo turno, e l’esponente dell’estrema destra (23%), è l’elettorato che domenica 10 aprile si è concentrato su Jean-Luc Mélenchon, il candidato dell’Union populaire, che ha sfiorato la qualificazione con il 22% dei voti, assorbendo il voto di sinistra e lasciando i Verdi, il Pcf e il Ps ai margini.

 

Tra la forte astensione del primo turno (26%, più del 40% tra i giovani) e l’esaurimento del “fronte repubblicano” – l’unione di tutti per fare barriera all’estrema destra – non è escluso il rischio, domenica 24, che «un’addizione di astensioni individuali possa portare a un disastro collettivo» teme Gilles Finchelstein, politologo della Fondation Jean-Jaurès, secondo il quale una vittoria di Le Pen è «improbabile», ma «non impossibile». Un sondaggio tra gli elettori di Mélenchon, confermato da un voto online dei militanti, annuncia una forte astensione al ballottaggio dei 7 milioni di elettori dell’Union populaire (un terzo dovrebbe votare  controvoglia Macron, ma un 16-27% scegliere Le Pen). Parte dell’elettorato già pensa al “terzo turno”: le legislative di giugno, che potranno correggere il risultato, privando il vincitore di una maggioranza, rendendo impossibile a Le Pen di governare o a Macron di proseguire nella politica degli ultimi 5 anni.


Entrambi i candidati cercano di sedurre questo elettorato, più giovane. Emmanuel Macron ha operato una svolta sull’ecologia: si è impegnato a nominare un primo ministro «direttamente incaricato della pianificazione ecologica» e «a fare della Francia la prima grande nazione a uscire dal gas, dal petrolio e dal carbone». Marine Le Pen, che sul piano ambientale è assente, insiste sul «potere d’acquisto». La Francia, oltre agli scossoni dell’aggressione russa in Ucraina, della guerra tornata in Europa e del periodo Covid, esce da anni di esplosione di malessere sociale, culminato con la rivolta confusa dei gilet gialli. Il ballottaggio sarà un voto di “rigetto” contro “rigetto”. Macron attira sulla sua persona un astio persino irrazionale, è visto come “il presidente dei ricchi” e dei “vincenti della globalizzazione”. Il voto di domenica sarà anche un voto sull’Unione europea: Macron mette in avanti un’«Europa che protegge», che ha permesso il “quoi qu’il en coûte” per far fronte alla crisi Covid, ottimista sul futuro, anche grazie al piano di rilancio NextGenerationEu di 750 miliardi.


Le statistiche dicono che la disoccupazione, che è stata per anni la principale preoccupazione, è in netto calo, intorno al 7% – e difatti non è stato un tema di campagna. Ma il prezzo di questo successo è stato un aumento del precariato, che colpisce soprattutto i giovani: anche se il 75% dei salariati in Francia è assunto a tempo indeterminato, ormai l’87% delle assunzioni sono in Cdd, cioè a termine, e con scadenze sempre più brevi. È poi l’approccio liberal di Macron che genera rifiuto: per il presidente uscente, la povertà si sconfigge con il lavoro (per questo rifiuta un aumento dell’Rsa, il reddito di solidarietà, e lo condiziona a una ventina di ore la settimana di attività o formazione), con la crescita delle competenze. Marine Le Pen dà una risposta semplice alla complessità del presente: la sua prima mossa, se eletta, sarà un referendum sulla «preferenza nazionale» (ora ribattezzata «priorità»), per «riservare gli aiuti sociali ai francesi» (quelli non contributivi: case popolari, Rsa, assegni familiari ecc.). Per gli immigrati disoccupati o condannati ci sarà «l’aereo». Ai gilet gialli che avevano messo in luce il peso delle spese “obbligate”, propone più «potere d’acquisto» attraverso un ribasso dell’Iva sull’energia e carburanti, e il suo azzeramento su un centinaio di beni di prima necessità. Poi ci sono le pensioni: mentre Macron sostiene che per «salvare» il sistema per ripartizione bisogna alzare l’età pensionabile, Le Pen, pur con varie riserve, fa balenare il ritorno ai 60 anni. «Concentra tutto sul consumo a breve, una fuga in avanti economica e politica», giudica il direttore dell’Ofce, ufficio-studi delle congiunture economiche, Xavier Ragot. I segretari della Cfdt e della Cgt, Laurent Berger e Philippe Martinez, avvertono: un voto Le Pen è «un pericolo per i lavoratori».

 

Inoltre, il programma economico di Marine Le Pen, anche se non propone più una Frexit e l’abbandono dell’euro, allontana la Francia dalla Ue, ponendo le leggi francesi al di sopra di quelle europee, facendo uscire il Paese dal mercato comune dell’elettricità, abbassando unilateralmente il contributo di Parigi a Bruxelles.

Pubblicato

Venerdì 22 Aprile 2022

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