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Lavoro & Giustizia

Il corriere dei pasti sfreccia in nero

Con la pandemia, la consegna del cibo sta conoscendo una forte crescita. Una ditta, ritenuta illegale dall’autorità, continua a operare indisturbata da tre anni

di

Francesco Bonsaver

A Lugano, come nel resto del cantone, è un fiorire di corrieri che consegnano cibo o merci a domicilio. All’epoca del semilockdown, il ramo della consegna di cibo e merci sta conoscendo una vera esplosione in termini d’affari, anche in realtà urbane ridotte come le nostre. Un boom che attira anche personaggi pronti ad approfittare della situazione imposta dalla pandemia, per trarre il maggior profitto sulle spalle dei propri dipendenti.


Ad esempio, c’è chi nega che il fattorino con la divisa o la borsa dell’azienda sia un dipendente aziendale. È il caso della Fasivery, ditta assurta agli onori mediatici grazie alla trasmissione Patti Chiari (Rsi) di fine novembre. La ditta «offre un contratto freelance affinché ogni suo collaboratore possa godere della massima libertà lavorativa», si legge nel suo sito.


Il famoso modello Uber, dove i lavoratori non sono dei dipendenti, ma dei presunti indipendenti. La seducente idea di libertà e di autonomia, si scontra con la realtà di dipendenza dall’algoritmo aziendale per poter lavorare. Perché l’azienda preferisca dei freelance ai dipendenti è presto detto: non deve garantire un salario, non paga gli oneri sociali e il lavoratore è legato all’ubbidire al volere aziendale, pena l’esclusione immediata dall’algoritmo senza alcuna indennità di licenziamento. L’azienda, totalmente svicolata dal rispetto delle norme minime della legge sul lavoro, può sostanzialmente fare quel che le pare.


Per l’infiltrata di Patti Chiari, a conti fatti, dopo una settimana di 15 ore lavorative, la sua retribuzione finale è stata sui cinque franchi l’ora. Ad essere ingaggiati per questi impieghi sovente sono persone in grave difficoltà finanziaria a causa della perdita del lavoro precedente. Una casistica destinata ad aumentare, purtroppo, con la devastante pandemia. Siro Realini, capo dell’ufficio contributi dell’Istituto assicurazioni sociali cantonale, ospite alla trasmissione televisiva, non aveva esitato a qualificare di lavoro nero la falsa indipendenza lavorativa di Fasivery. Un reato penale, punibile con la multa e la detenzione. A rischiare è il fattorino, ma anche l’azienda.


Fasivery è stata fondata tre anni fa da Ramiz Mardanov, cittadino israeliano residente a Collina d’Oro dopo gli studi all’esclusiva Università americana Franklin College. Da tre anni, dunque, un’azienda promuoverebbe il lavoro in nero alla luce del sole. Possibile che l’autorità cantonale o la magistratura non siano mai intervenute in questo lasso di tempo e l’azienda possa continuare ad agire indisturbata anche dopo il servizio giornalistico andato in onda sulla rete principale locale? «Degli approfondimenti sono in corso» risponde l’autorità cantonale, che si trincera dietro al segreto d’ufficio. Il Ministero pubblico, da noi interpellato, dichiara che ai suoi atti non risultano procedimenti aperti contro questa tipologia di ditte. Fasivery, «un’azienda che si batte per il benessere sociale di ogni donna» (si legge nel sito), ringrazia e continua a girare a pieno regime.


La questione del perdurare di questa tipologia di attività si pone a livello politico quale priorità, indica il governo, nell’azione dell’autorità cantonale.
Dei servizi giornalistici Rsi hanno dimostrato quante risorse delle forze di polizia siano state impiegate nelle verifiche sull’effettivo domicilio di lavoratori o piccoli imprenditori stranieri. Centinaia di ore di lavoro di agenti di polizia impiegati in appostamenti, con tanto di perlustrazioni nelle abitazioni di armadi e frigoriferi o spazzolini che attestassero o meno la residenza di una persona. Per controllare una ditta che promuoverebbe il lavoro nero, le forze paiono far difetto.


Decidere se contrastare o meno la piaga dei falsi indipendenti è una scelta politica. L’esempio del Canton Ginevra su Uber, è illuminante. La battaglia avviata da Unia, contro questa pratica del gigante mondiale in terra lemanica, ha avuto un esito positivo anche perché seguita e appoggiata dal governo cantonale. Il tribunale cantonale ha deciso che i collaboratori di Uber sono dei dipendenti a tutti gli effetti. In attesa che si esprima il Tf sul ricorso inoltrato da Uber, la ditta americana ha assunto direttamente i suoi 500 lavoratori ginevrini. Caso unico al mondo.


La questione si pone pure in termini di concorrenza leale. Altre ditte riconoscono i propri collaboratori come dipendenti, con i dovuti oneri. Entro fine 2021, dovranno adeguarsi al salario minimo cantonale, ossia agli iniziali 19 franchi che dovrebbero salire nel corso degli anni. Ditte come Fasivery, che teoricamente affermano di non impiegare dipendenti, sfuggirebbero all’obbligo del salario minimo.


Eppure lavorare nella consegna pasti offrendo condizioni dignitose ai dipendenti già oggi è possibile. «I miei 7 corrieri sono retribuiti da Ccl della ristorazione, con paga lorda oraria superiore ai 18 franchi, a cui si aggiungono tredicesima e vacanze» spiega Mauro Gobbato, titolare di Pizza Style, da vent’anni presente a Lugano. La ditta fornisce pure auto o scooter aziendali ai dipendenti. «Se hai una visione d’impresa a lungo termine, avere del personale soddisfatto è importante. Se offri un servizio e un prodotto di qualità, la clientela apprezza, rimane fedele ed è disposta a pagare un paio di franchi di differenza». Sul fatto che vi siano ditte come Fasivery, Gobbato si pone delle domande: «Non capisco come fanno a scamparla. Nel mio caso, vengo ripetutamente controllato e sanzionato se riscontrano delle irregolarità anche minime nelle condizioni di lavoro e di retribuzione». Una bella domanda a cui (finora) le autorità cantonali non danno risposta. 

Pubblicato

Giovedì 11 Febbraio 2021

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