«Che cosa risponderete quando i vostri figli vi chiederanno dove eravate quando Israele diventò un paese dell’apartheid? Cosa avete fatto quando i governi israeliani trascinarono israeliani e palestinesi nell’interminabile circolo vizioso di lutto e morte? Dove eravate quando perdemmo la nostra umanità?», si legge in un annuncio che chiama a manifestare a favore della liberazione degli obiettori di coscienza che si trovano nelle carceri israeliane. In Israele il servizio militare è obbligatorio per tutti o quasi tutti. Ne sono esentati gli arabi musulmani o cristiani, donne sposate e chi si dichiara religioso ultraortodosso. Tutti gli altri, sia uomini sia donne, prestano servizio per due o tre anni. Al servizio civile sono ammesse unicamente donne religiose. L’unico modo per sfuggire al servizio militare consiste nel trovare uno psichiatra disposto a diagnosticare una menomazione psichica. Israele è un paese marcato dalla guerra. Non c’è stata una generazione d’israeliani che non ne abbia vissuta almeno una. In 55 anni d’esistenza si contano ben sei conflitti armati subiti o iniziati contro i vicini paesi arabi. L’esercito israeliano è comunemente considerato il più potente del Medio Oriente, e tra i meglio armati e tecnologicamente avanzati dell’Occidente. Innumerevoli sono i racconti di eroici combattenti che, nel 1948 sfidarono le potenti armate ostili, portando alla formazione dello stato ebraico. E chi, tra gli ebrei israeliani, non ricorda con emozione la famosissima Guerra dei “sei giorni", durante la quale Moshe Dayan annunciò la liberazione della città vecchia di Gerusalemme e riaprì agli ebrei l’accesso al Muro del pianto? I giovani in Israele crescono con il mito militarista che sta tutt’oggi alla base della società israeliana. L’appartenenza a questo o quel reggimento definisce l’identità dell’israeliano, così come la sua professione o il paese di provenienza. Ancora oggi generali e alti ufficiali prevalgono nella vita politica e nel mondo degli affari. L’obiezione di coscienza è un fenomeno giovane, che iniziò ad organizzarsi pubblicamente nel 1982, durante la guerra del Libano. Un gruppo di riservisti rifiutò di prestare servizio nei territori libanesi, organizzando petizioni e concerti contro la guerra. Allora non si trattava di rifiutare – per principio – di arruolarsi, bensì di rifiutare le inutili conquiste territoriali, considerate immorali e contro ogni logica di legittima difesa. Con lo scoppio della prima rivolta palestinese, e con le sempre più comuni tragiche immagini di bambini che gettavano sassi contro carri armati, una seconda ondata di obiettori presero ad agire. Cosi fu per Adam, oggi padre di un giovane obiettore. «Durante la guerra dell’82 rifiutai di servire in Libano», racconta. «Allora mi misero a fare il lavapiatti. Qualche anno dopo, durante la prima rivolta palestinese, uscii di notte con secchio e vernice colorata e dipinsi sui carri armati la scritta: “Soldati! Rifiutatevi di diventare aggressori e di occupare terre altrui. Non servite nei territori occupati!”. Riuscii a dipingere 117 carri prima di venire arrestato e imprigionato per tre mesi». Nell’ottobre del 2000, con l’inizio della seconda Intifada palestinese e la conseguente repressione dell’esercito israeliano, una nuova ondata di obiettori di coscienza prese forma. Oltre mille ufficiali, soldati e riservisti firmarono una petizione nella quale rifiutarono di prestare servizio nei territori palestinesi occupati. Da allora, più di 700 soldati sono stati giudicati da corti marziali e oltre 200 hanno visto il carcere. A questi si è aggiunto un gruppo di giovani diciottenni che non solo si rifiutano di servire nei territori occupati, ma rifiutano categoricamente di arruolarsi. I cosiddetti obiettori totali. Tra questi ultimi, il più famoso è certamente Yoni, nipote dell’ex primo ministro Benjamin Netaniahu, attualmente ministro delle finanze. In famiglia molti eroi: il nonno fu promosso durante la guerra d’indipendenza (1948). Un altro suo zio, che non conobbe mai, fu ucciso durante un’azione che portò alla liberazione dei passeggeri del volo El Al dirottato da terroristi palestinesi in Uganda nel 1976. Forse per la sua notorietà o per la sua risolutezza a non arruolarsi, il giovane Yoni ha trascorso in prigione oltre 200 giorni, più di quanto sia capitato a ogni altro obiettore di coscienza. La data della sua scarcerazione è ancora incerta. Ogni mese Yoni appare davanti ai giudici del tribunale militare che continuano a negare che anche in Israele esistono obiettori pacifisti. L’obiezione di coscienza rimane però un fenomeno marginale – fuori dal consenso sociale. La destra politica considera gli obiettori dei traditori che sfuggono al sacro dovere di difendere la piccola patria in pericolo. Anche il centro moderato fa loro la morale accusandoli di agire contro i valori democratici, di indebolire il paese e di politicizzare l’esercito. Persino la sinistra li abbandona e non dà loro alcun appoggio. L’opinione pubblica li critica tanto che alcuni obiettori hanno persino perso il posto di lavoro a causa del loro coraggio di rifiutare il servizio militare armato. Il fatto è che gli obiettori di coscienza israeliani sono più popolari all’estero, dove raccolgono applausi e incoraggiamenti durante vari incontri, che in patria. Ciò è d’incoraggiamento. Forse un giorno anche in Israele l’obiezione di coscienza sarà riconosciuta come legittima. Per saperne di più: http://www.seruv.org.il/ defaulteng.asp http://www.yesh-gvul.org

Pubblicato il 

09.05.03

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