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Il consenso va costruito e la sinistra non lo sa fare

di

Silvano Toppi

Abbiamo una ideologia economica (o “cultura”) che domina su ogni altra possibile corrente di pensiero; abbiamo una sua applicazione che dura egemone dagli anni ’80; abbiamo dell’una e dell’altra una serie ventennale di pesanti confutazioni, tradottesi in crisi e disastri di cui subiamo tuttora le conseguenze, senza vedere vie d’uscita. A rigore di logica si dovrebbero trarre due conclusioni: è ora di voltare radicalmente pagina se si vuol essere ragionevoli; non si può  privilegiare e perpetuare nel tempo coloro che sono i portatori di quell’ideologia e della sua  nefasta traduzione nella pratica. La conclusione reale continua invece ad essere opposta: trionfa quella ideologia, è sempre egemone quell’economia, sono votati ed esaltati i loro corifei, partiti o persone. Chi non si chiede, soprattutto a sinistra: come mai?


Si dimentica spesso che la lunga marcia che ha portato il neoliberismo a conquistare un’egemonia totalitaria sull’economia e sulla politica non solo viene da lontano, ma è stata preparata, architettata, imposta con metodo e abilità comunicativa tali da ottenere un consenso generalizzato. Tutto cominciò nel 1947 con un piccolo gruppo di 38 economisti e intellettuali, per la maggior parte europei, che fondarono su una collinetta vicina a Montreux la Mont Pélerin Society. Quell’“intellettuale collettivo” (come lo chiamarono; alla fine degli anni ’90 contava però più di mille accademici, sparsi in tutto il mondo) non redasse ambiziosi manifesti programmatici o progetti di riforme istituzionali. Produsse invece migliaia di saggi e di libri battendo il chiodo su pochi principi che diventarono dogmi e politiche: la superiorità fuori discussione del libero mercato; la liberalizzazione dei movimenti di capitale; la categorica riduzione del ruolo dello Stato che deve solo privilegiare mercato e liberalizzazione; i sistemi pubblici di protezione sociale vanno demoliti, non servono, anzi sono nocivi, ogni individuo essendo responsabile del suo destino.


Perché è importante questo richiamo “storico”?  Perché qualsiasi consenso, se culturale, bisogna costruirlo, richiede tempo. Purché abbia però un inizio, un contenuto, una sua coerenza e una continuità. Anche se usa ferri vecchi vendendoli come nuovi (neo-liberismo). Ciò che non ha saputo fare la sinistra. Scriveva recentemente Luciano Gallino (sociologo-economista da poco scomparso, sempre puntuale analista e critico del sistema economico odierno): “Se uno potesse chiedere a Gramsci come mai le sinistre comunque denominate siano state travolte senza opporre resistenza dall’offensiva egemonica del neoliberismo partita dal 1947 dal Mont Pélerin, forse risponderebbe: perché non avete saputo imitarli…

 

Ad esempio: non avete saputo provare ogni giorno la superiorità tecnica, economica, civile, morale della sanità pubblica su quella privata; delle pensioni pubbliche su quelle private; dello Stato sulle imprese private per produrre innovazione e sviluppo, oggi come in tutta la seconda metà del Novecento; dell’importanza economica e politica dei beni comuni sull’assurdità delle privatizzazioni.


Poiché la natura ha orrore del vuoto, il vuoto culturale, politico e morale delle sinistre è stato via via riempito o dai battaglioni finanziari degli eredi di Mont Pélerin oppure, ora, dai populismi che, rimessi in agitazione con vecchie formule, sono stati resuscitati, paradossalmente, proprio  dai disastri provocati dai profeti di Mont Pélerin.

Pubblicato

Mercoledì 16 Dicembre 2015

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