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Il colore della cultura

di

Pietro Martinelli
Per molti anni, in gioventù, ho avuto la sensazione, probabilmente giustificata, che la cultura in campo economico e politico – intesa come patrimonio di cognizioni, di esperienze e di progetti – fosse “di sinistra”. Una sensazione confortata dal fatto che anche la cultura in campo estetico guardava (e guarda tuttora) con simpatia a sinistra. In pratica la destra aveva i soldi e il potere economico mentre la sinistra aveva le cognizioni, le esperienze e i progetti che guardavano al futuro con l’obiettivo di una più ampia applicazione del principio del rispetto della dignità e dei diritti di tutte le persone. Questa sensazione non era indebolita dalla spaccatura tra l’esperienza comunista, e l’esperienza socialdemocratica. La prima caratterizzata dalla dittatura del proletariato e dalla collettivizzazione delle forze di produzione, la seconda dallo Stato sociale, che favoriva una più equa ripartizione del reddito, e da una crescente influenza della politica sull’economia grazie alle nazionalizzazioni e alla pianificazione economica. Anzi l’esistenza di due filoni, di due esperienze diverse, poteva sembrare persino una ricchezza se si fossero saputi cogliere e riunire gli aspetti positivi di entrambe. Poi questa mia sensazione si affievolì e, a poco a poco scomparve. Da una parte il crollo del comunismo sovietico, accanto alla denuncia di innumerevoli orrori, aveva lasciato poche tracce utilizzabili in progetti futuri. Dall’altra lo Stato sociale aveva dovuto fare i conti con una crisi di credibilità mentre sulle nazionalizzazioni e la pianificazione economica iniziò una generale marcia indietro ancora in corso. Quello di cui non mi accorsi fu invece che, parallelamente al declino dell’egemonia culturale di sinistra, si era sviluppata, partendo dagli Stati Uniti, una cultura economica e politica di destra talmente forte da riprendere in mano negli anni Ottanta il governo del mondo con Reagan e la Tatcher e in grado di influenzare successivamente le scelte dei governi sia di destra o di centrodestra che di sinistra o di centrosinistra. Fu un processo in controtendenza, una controrivoluzione che iniziò paradossalmente nell’America contestataria degli anni Sessanta e alla quale la destra dedicò molti sforzi e enormi risorse finanziarie. Contro questa cultura reazionaria oggi negli Stati Uniti si sta mobilitando la sinistra “liberal” che vuol “riprendersi l’America” aiutata nei suoi progetti dagli errori e dagli scandali della Presidenza Bush. Jean Paul Fitoussi in un suo recente articolo (“la Repubblica” del 24 giugno) ricorda che la controrivoluzione culturale neoconservatrice aveva proposto il ritorno ai postulati prekeynesiani: stabilità dei prezzi, equilibrio del bilancio, concorrenza su tutti i mercati (compreso quello del lavoro), liberalizzazione degli scambi, privatizzazioni e deregulation. «Nulla da dire sugli obiettivi», sostiene Fitoussi, «è quasi (!) sempre giusto preferire la stabilità dei prezzi all’inflazione, l’equilibrio del bilancio all’indebitamento, la concorrenza alla rendita, l’apertura al protezionismo…». Ma questo non impedisce, argomenta ancora Fitoussi, che il mondo economico, lasciato a se stesso, non assicuri la piena occupazione e determini una iniqua ripartizione del reddito come sosteneva Keynes nel 1936 nella sua “Teoria generale”. Oppure, mi permetto di aggiungere, che provochi costi alla collettività, sofferenze e rischi di catastrofi planetarie con il degrado ambientale, lo sperpero di risorse naturali, le guerre o ancora che la ricerca spasmodica del profitto a ogni costo finisca con il rendere incerto il confine tra economia di mercato e crimine organizzato. Tutte cose che la cultura della nuova destra certamente non vuole, ma che non affronta e non combatte per evitare di interferire nelle leggi del mercato. La sinistra dovrebbe quindi cercare di capire il perché della fortuna della cultura politica che la nuova destra ha costruito a partire dagli anni Sessanta e rispondere con un progetto politico che tenga conto della necessità, negata dalla destra, di scelte ponderate tra interessi contrapposti. Tra questi interessi devono rientrare con piena legittimità, ma con modalità adeguate alle nuove esigenze, anche gli obiettivi enunciati da Keynes nel 1936, quelli di giustizia sociale che avevano dato alla sinistra l’egemonia culturale nella seconda metà del secolo scorso, e la risposta alle nuove preoccupazioni a livello planetario.

Pubblicato

Venerdì 2 Luglio 2004

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