Rieccolo. San Valentino, che oggi fa sempre più rima con fiorellino, cioccolatino e messaggino, per la più grande gioia di fioristi, pasticcieri e operatori della telefonia mobile. Nulla di male se non si eccede nei mezzi e nei modi e si riesce a regalare un po’ di felicità all’amato o all’amata e se non diventa un’ossessione. Per quanto mi riguarda è uno spunto per riflettere sul sentimento amoroso e sulla sua evoluzione nel tempo. L’amore, come altri aspetti della vita privata, è un oggetto di studio sfuggente per lo storico. Mancano infatti documenti e fonti da consultare: per quasi tutta la storia dell’umanità quasi tutta la popolazione mondiale è analfabeta. Si cercherebbero quindi invano biglietti, messaggi e lettere d’amore lasciatici in eredità da uomini e donne ardenti d’amore. Le lettere di Abelardo ed Eloisa, dalle quali apprendiamo i contorni della loro passione proibitissima, sono documenti più unici che rari e relativi ad una situazione talmente particolare da rendere impossibile qualsiasi illazione sulla percezione del sentimento amoroso nella loro epoca. Una cosa, per difetto, la sappiamo: il sentimento amoroso era l’ultima delle preoccupazioni di chi intendeva, o più spesso doveva, sposarsi. E questo valeva per il medioevo, per l’epoca moderna e per gran parte dell’epoca contemporanea. Per i nobili ed i potenti il matrimonio era una questione patrimoniale, politica, diplomatica, strategica. Il sentimento non c’entrava affatto. La scelta del marito, rispettivamente della moglie, spettava ai due suoceri ed era concordata con largo anticipo, a volte addirittura prima della nascita di uno dei due coniugi, che spesso si vedevano per la prima volta all’altare. Per motivi di eredità e di successione la donna era sempre tenuta a rispettare la fedeltà coniugale. Un’eventuale infedeltà metteva fortemente in discussione la legittimità degli eredi e comprometteva il loro diritto di succedere al padre. Era invece consuetudine che i mariti sparpagliassero generosamente il loro materiale genetico tra le donne del popolo. Se i nobili non lasciavano concessioni ai sentimenti, anche nelle fasce meno abbienti l’amore aveva poca voce in capitolo. Anche tra i poveri la dote incideva in modo più determinante sulla scelta del coniuge che non la bellezza fisica o l’innamoramento. Il disincantato calcolo delle possibilità di sopravvivenza di una nuova famiglia e la necessità di mantenere uniti gli scarsi patrimoni riducevano di molto le possibili scelte e anche la poesia dell’amore che non poteva essere spontaneo e spensierato. Solo l’avvento della società industriale e la conseguente emergenza della famiglia mononucleare ha cambiato aspetto all’amore. E solo la sicurezza economica e la conquista del tempo libero hanno veramente spalancato le porte all’ebbrezza del sentimento amoroso. Tutto sommato il mito dell’innamoramento è un prodotto industriale, da celebrarsi degnamente con cioccolatino, fiorellino e messaggino.

Pubblicato il 

10.02.06

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