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Il cielo è blu sopra la Ruhr

di

Tommaso Pedicini
Lasciare Monaco di Baviera, o qualunque altra localitá del Sud della Germania, per il Bacino della Ruhr significa accollarsi, oltre che un lungo viaggio, anche un notevole carico di pregiudizi. Questo angolo del Paese, a pochi chilometri dalla frontiera olandese, continua infatti ad essere per molti tedeschi, e non solo, sinonimo di carbone, acciaio ed inquinamento. Il quadro della regione impresso nell’immaginazione collettiva è quello di un tetro paesaggio industriale in cui le ciminiere si stagliano contro un cielo perennemente grigio di caligine e carico di pioggia. In realtá le cose non stanno piú cosí e, giá da diversi anni, come dice Thomas Oberender, drammaturgo originario di questa terra, «il cielo sopra la Ruhr è tornato ad essere blu». No, la causa di questa trasformazione non sta nella nuova coscienza ecologica della politica e della società tedesche, bensí nella crisi, definitiva ed inesorabile, che a partire dagli anni ’70 si è abbattuta sull’industria carbonifera e siderurgica. Dell’oltre mezzo milione di minatori che lavoravano qui nei primi decenni del dopoguerra, oggi, tra Duisburg, Oberhausen, Essen, Bochum e Dortmund ne rimangono appena 40mila, consapevoli di essere l’ultima generazione di una specie in via d’estinzione. Anche il primato nella produzione d’acciaio è ormai solo un ricordo. Il declino dell’industria pesante e la trasformazione dalla “old” alla “new economy” assumono qui le dimensioni di una rivoluzione epocale, dove il cambiamento è veramente l’unica alternativa al disastro. Un disastro che però, ad analizzare le statistiche della disoccupazione nella regione, è già parzialmente in atto. Il posto di lavoro assicurato da queste parti è un ricordo lontano di quando miniere ed impianti industriali attiravano manodopera da mezza Europa. Oggi il numero dei senza lavoro nel Bacino della Ruhr é nettamente superiore alla media federale, attestata sul 10% circa, con punte locali che sfiorano il 20%: dati simili in Germania si registrano solo nelle regioni della ex Ddr. Effetto principale di questa forte disoccupazione è il progressivo spopolamento della zona che, nel giro di di trent’anni, è passata da sei a cinque milioni di abitanti. Per porre rimedio a questa caduta libera di peso economico e di presenze umane il governo del Land Nord Reno – Vestfalia, la regione cui appartiene il “Ruhrgebiet”, ha deciso di correre ai ripari varando una serie di piani per la riconversione strutturale dell’area. Scartata, dopo i primi tentativi fallimentari, l’idea di sostituire alla tramontata industria mineraria e siderurgica altri tipi di produzioni tradizionali, l’unica alternativa percorribile si è rivelata la scommessa sul terziario, l’ecologia e la ricerca. Si tratta di una scommessa ancora ben lontana dall’essere vinta: per tracciare un primo bilancio, dicono gli esperti, bisognerà infatti attendere almeno un decennio. Con nove università, quattro Max Plank Institute e cinque scuole statali di eccellenza, il Bacino della Ruhr può vantare una concentrazione di studenti, ricercatori e personale tecnico unica in Germania. Così, negli ultimi quindici anni, si è cercato di rinsaldare il legame tra formazione e mondo professionale col risultato che diversi investitori tedeschi ed internazionali sono stati attirati nella regione dalle risorse umane presenti sul posto e da un costo del lavoro più basso che nel Sud della Repubblica. Ma non possono essere solo la ricerca e la sperimentazione tecnologica, è ovvio, a compensare l’emorragia di posti di lavoro seguita alla fine dell’era del carbone e dell’acciaio. Per creare nuovo lavoro è stato quindi necessario puntare anche su altri settori. Tra questi, sembrerà paradossale per una regione fino a ieri tra le più inquinate del pianeta, l’ecologia ed il turismo. L’intera area, oltre che dalla Ruhr, da cui prende il nome, è attraversata da altri due affluenti del Reno: l’Emscher e la Lippe. Tutti e tre i fiumi e lo stesso Reno sono stati per oltre mezzo secolo delle vere e proprie fogne a cielo aperto. Ridurne drasticamente l’inquinamento, oltre che un decisivo contributo alla qualità della vita di milioni di abitanti della zona, è stata anche la premessa necessaria alla creazione del piú grande parco naturale d’Europa, l’“Emscher Landschaftspark”. Si tratta di un’area di oltre 320 chilometri quadrati di superficie distribuiti su di un asse lungo 70 chilometri che collega Duisburg al limite orientale della regione. Su quest’ immensa superficie la natura ha preso a crescere rigogliosa, riappropiandosi degli spazi che gli insediamenti industriali le avevano sottratto per oltre un secolo. Cave, miniere, interi impianti siderurgici e gasometri sono stati trasformati in luoghi d’attrazione per turisti. Il tentativo è qui quello di tutelare il patrimonio storico locale inserendolo in un contesto inedito, dove natura e presenza umana non sono piú in contrasto. Questa riserva naturale è l’idea trainante dell’“Internationale Bauaustellung Emscher Park” (Iba), l’apposita agenzia sorta nel 1989 per volontà del governo del Land al fine di promuovere il cambiamento strutturale nella regione. Nei suoi dieci anni di vita, fino al 1999, l’Iba, finanziata in gran parte con fondi comunitari, ha coinvolto comuni, associazioni ed imprenditori in oltre 90 progetti urbanistici, culturali ed ecologici. Ma tra le priorità del cambiamento strutturale nel Bacino della Ruhr figura anche la necessità di elaborare una nuova identità per la popolazione della regione. Ai tempi in cui l’area era il centro propulsivo dell’economia tedesca, minatori ed operai tendevano a riconoscersi nelle imprese presso cui lavoravano una vita intera. Anche per i tanti stranieri giunti nella regione a partire dalla metà del XIX secolo il processo di identificazione con il proprio lavoro costituiva, accanto all’impegno politico e sindacale, il percorso più veloce verso l’integrazione. Oggi quasi il 15% degli abitanti del Bacino ha passaporto straniero, senza contare le centinaia di migliaia di naturalizzati. Secondo Dirk Halm del “Zentrum für Türkei-Studien”, un’agenzia che studia il livello di integrazione degli stranieri, turchi e non solo, nella realtà locale, il “melting pot”, pur non essendosi trasformato in una vera società multietnica, ha incontrato qui meno pregiudizi e resistenze che altrove da parte della popolazione autoctona. Appare però evidente che una volta usciti di scena carbone ed acciaio, l’ottima birra di queste parti, il Currywurst e le gloriose squadre di calcio della regione (Schalke 04 e Borussia Dortmund, solo per citare le più conosciute) da soli non sono in grado di fornire un’identità alla gente del Ruhrgebiet. Ritrovare, o meglio trovare un nuovo terreno comune, per gli abitanti del Bacino significa rileggere la propria storia con altri occhi, riannodare il rapporto spezzato tra lavoro e ambiente e guardare al futuro con fiducia rinnovata nelle possibilità di sviluppo di questa terra. Dal 2000 il “Projekt Ruhr”, un’agenzia privata finanziata dal Land Nord Reno – Vestfalia e da Bruxelles, guida la trasformazione post-industriale del Bacino della Ruhr, mediando tra gli interessi specifici delle diverse realtà locali. Il “Projekt Ruhr”, che ha tempo fino al 2010 per portare a termine i suoi lavori, riprende parte delle idee del progetto precedente, l’“Internationale Bauaustellung Emscher Park” (Iba), e, attraverso l’elaborazione di un nuovo concetto di utilizzo per i grandi spazi lasciati in eredità dai vecchi impianti industriali, punta alla creazione di nuovi posti di lavoro nella regione. Fino agli anni ’80, infatti, la tendenza dei proprietari era quella di smantellare gli stabilimenti che avevano terminato il proprio ciclo di produzione e lasciare inutilizzata l’area. In tempi più recenti questa scelta si è rivelata troppo costosa, a meno che non si riesca a concludere l’affare del secolo, come sta avvenendo alla periferia di Dortmund, dove le oltre 250 mila tonnellate di un’intera acciaieria della Thyssen-Krupp vengono smontate pezzo per pezzo, caricate su camion, trasferite a Rotterdam e da lì via mare in Cina, dove l’impianto inizierà la sua seconda vita. Per la maggior parte delle aree industriali non più produttive la scelta è però tra un lento ed inesorabile processo di decadimento e nuove strategie urbanistiche. L’impegno dell’Iba prima e del “Projekt Ruhr” ora sta proprio nel valorizzare la vecchia architettura industriale, servendosene per scopi sociali, economici e culturali. Così oggi in un po’ tutto il Bacino della Ruhr è possibile accedere ai vecchi impianti, visitare esposizioni e mostre allestite al loro interno, assistere a spettacoli teatrali ambientati in miniere ed acciaierie (su quest’idea si basa, tra l’altro, l’intera programmazione della “Ruhr Triennale”, diretta dal belga Gerard Mortier), oppure immergersi sul fondo di ex gasometri riempiti d’acqua o salirvi in cima per godere del panorama dell’intera regione. Gli sforzi di valorizzazione dei vecchi impianti ed il concetto stesso di “Industriekultur” (cultura industriale) sembrano dare giá i primi frutti. Poco meno di un anno fa lo “Zollverein” di Essen, che fino alla sua chiusura nel 1986 era la più grande miniera di carbone al mondo, è stato dichiarato patrimonio dell’umanità dall’Unesco. Ma come spiega Jens Geier, uno dei manager del “Projekt Ruhr”, nonostante tutti gli sforzi messi in atto, «non è pensabile che l’attuale riconversione al terziario della regione possa creare sufficienti posti di lavoro per gli tutti gli ex addetti dell’industria pesante». Da queste parti arginare, anche solo in parte, la disoccupazione dilagante è già considerato un successo. Oltre 30 dei suoi 67 anni il professor Roland Günter li ha dedicati alla causa di Eisenheim. Per lo storico e critico dell’arte, amico di Vittorio De Sica, Federico Fellini e Tonino Guerra, con esperienze di lavoro e di insegnamento in mezza Europa, il più antico insediamento di minatori del Ruhrgebiet rappresenta la patria d’elezione. Tra le viuzze di questa colonia che, con le sue abitazioni monofamiliari identiche una all’altra nello stile di un secolo fa, viene considerata dagli esperti un museo a cielo aperto, il professore ama guidare visitatori e amici. Col tempo quasi ogni casa è stata dotata di un pannello esplicativo, redatto personalmente dallo storico dell’arte, in cui si possono leggere storie, usi e costumi dell’insediamento ai tempi in cui le miniere erano ancora in piena attività. Ma quello di Roland Günter è un museo particolare, un luogo dove, abituatesi ormai da tempo agli sguardi dei turisti, le persone continuano a vivere. Il professore da queste parti ci è arrivato nei primi anni ’70, quando, in seguito alla chiusura di molte miniere nella zona di Oberhausen, le autorità locali progettavano di radere al suolo l’insediamento per far spazio a nuovi progetti urbanistici. Il timore che un esempio unico di architettura e cultura locale potesse scomparire a causa della speculazione edilizia lo fece precipitare qua da Bonn, assieme a moglie e figli, per lottare a fianco degli abitanti di Eisenheim. Ne risultò una battaglia lunga oltre cinque anni, fatta di aule di tribunale ma soprattutto di comitati di base, cortei, occupazione di case, sit-in davanti alle ruspe. Grazie anche all’appoggio di Roland Günter e di altri intellettuali che riuscirono a convogliare su Eisenheim l’interesse dei mezzi di informazione, gli ex minatori, che negli anni precedenti avevano perso la battaglia per il mantenimento dei loro posti di lavoro, alla fine vinsero quella per le loro case. Oltre ai vecchi minatori, e ai loro figli e nipoti, nelle caratteristiche costruzioni di mattoni marroni a un piano dai tetti spioventi e dalle siepi basse abitano oggi anche diversi stranieri, soprattutto turchi, subentrati a quelle famiglie tedesche che hanno preferito alloggi moderni alle vecchie abitazioni dagli interni solo in parte rinnovati. La convivenza, anche grazie alla scelta di coinvolgere tutti gli oltre 500 abitanti nei processi decisionali sul futuro della colonia, qui sembra funzionare meglio che nel resto del Paese. Così, vicino agli allevamenti di piccioni viaggiatori (un vero e proprio hobby per i minatori della Ruhr) negli orticelli tra le case di Eisenheim gli immigrati, a dispetto della latitudine, provano a coltivare frutta e verdura mediterranee. Quando però l’estro e le iniziative individuali rischiano di snaturare l’aspetto e lo spirito originari dell’insediamento, ecco subito il professor Günter a ricordare ai suoi vicini che quelle in cui hanno l’onore e l’onere di abitare non sono delle casette a schiera qualunque. Del resto se oggi Eisenheim esiste ancora e con essa sopravvive il ricordo di un’altra epoca, gran parte del merito è proprio di questo anziano signore gentile e caparbio.

Pubblicato

Venerdì 21 Novembre 2003

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