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Il cerchio infernale dei furbi

di

Libano Zanolari
Morto Dio, sepolto Marx, perso ogni contatto con la terra e i suoi cicli, prede di ogni ciarlatano e di ogni falso fratello, per sopravvivere molti si aggrappano allo sport e in particolare a quello di squadra che riproduce un sistema di valori e di per sé positivi, sovente assenti nella vita quotidiana: la lealtà e la fedeltà. Lo spirito di appartenenza a una famiglia allargata, la presenza di regole chiare e comprensibili a tutti, un giudice-arbitro che agisce allo scoperto, una classifica di merito a punti, ecc. Il problema consiste nel fatto che la necessità di vincere almeno una volta – in tutta la vita in cui le umiliazioni e l'alienazione sono fattori costanti – diventa un imperativo categorico: una settimana grigia e inutile può risultare vincente se la propria squadra si impone su un campo di calcio. Chi gestisce il surrogato, la falsa medicina, l'"Ersatz", è però la stessa  persona che provoca la malattia: il grande capitalista storico o il neomiliardario che ha smantellato e messo in tasca le ricchezze dello stato. Ai servi fantozziani viene concesso il "panem et circenses" degli imperatori romani che però erano più generosi: oggi lo stadio costa più del Colosseo. Ed ecco come funziona il sistema in cui ci sono impresari che reggono la fila e burattini a cui bisogna dare l'impressione di partecipazione democratica. È una pirandelliana commedia degli errori e dei doppi giochi. I sedicenti fedelissimi fra i tifosi, in cerca di potere, diventano "ultras": occupano con prepotenza il territorio "sacro" della curva, stringono alleanze, ma possono anche massacrarsi per una fetta di potere  in più (compreso il traffico di droga). I padroni non intervengono  per le stesse ragioni per cui industriali e latifondisti non intervennero quando si formarono le squadracce fasciste che attaccavano le "case del popolo" dei socialisti: i cani andavano bene sino a quando sbranavano i rossi. Ma i cani poi si sono rivolti ai loro padroni e li hanno messi a cuccia… Ora in Italia si è verificato un atto clamoroso: un presidente, Ivan Ruggeri dell'Atalanta, esclude dallo stadio, i "delinquenti" della curva che impongono il rinvio delle partite, che entrano negli spogliatoi a parlare con i capitani e con  l'arbitro, che di fatto comandano. E comandano perché le società, che li conoscono benissimo e li foraggiano con biglietti e diritti di "merchandising", li usano per intimorire  l'arbitro, i giocatori e i tifosi avversari: insomma per vincere la partita anche con l'impiego del lavoro sporco. Siamo arrivati al punto che una società che vuol tagliare i ponti viene ricattata con la violenza che provoca la squalifica dello stadio e una notevole perdita finanziaria (vedasi l'Inter, punita dagli ultras del noto neofascista Tilgher).
I giornali per qualche copia in più ospitano i deliri dei capi della curva. I giocatori, che temono pubbliche contestazioni, alla fine del match corrono sotto la curva ad applaudire. Lo stato tollera che i tifosi in trasferta possano depredare gli autogrill sotto gli occhi di tutti, comprese le pattuglie della polizia che non osano intervenire. Lo stato pensa sia comunque meglio così: altrimenti, se non c'è lo sfogo del calcio, verrà attaccato: ed è esattamente quanto è successo a Roma dopo la tragica morte di un tifoso ucciso da un poliziotto, fra le ipocrite grida della destra che sa bene come gli ultras della Lazio e di molte altre squadre, siano fascisti dichiarati. La soluzione? Uscire dal cerchio dannato dei furbi, entrare in quello di chi rispetta  le regole del vivere civile:  senza giocare doppio. E sperando che gli onesti siano premiati e protetti, i delinquenti e i furbastri puniti. Ma ci vuole una rivoluzione culturale: chi l'ha proposta (il "luterano" Sacchi) è stato sovente tacciato di vecchio e ammuffito "moralismo". Ahinoi…

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Venerdì 23 Novembre 2007

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