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Il caso di Amina non è isolato

di

Gianfranco Helbling
Amina Lawal, 31 anni, non sarà lapidata. Lo ha deciso lo scorso 25 settembre la Corte d’appello della Shari’a dello Stato nigeriano di Katsina, che ha annullato la condanna a morte per lapidazione della giovane donna emessa il 22 marzo 2002. Lawal era accusata di aver avuto un rapporto sessuale extraconiugale, dal quale era nata una bambina, Wasila. Cosa che, per le nuove leggi dello Stato di Katsina ispirate alla Shari’a, la tradizione normativa islamica, costituisce un reato punito con la pena capitale. La Corte d’appello non ha ritenuto né la confessione di Lawal, né la successiva condanna valide dal punto di vista procedurale, ciò che ha portato all’annullamento della sentenza. Per salvare Lawal nel mondo era stata organizzata una campagna di sensibilizzazione e di pressione sul governo nigeriano. Alla fine in favore dell’assoluzione s’era pure espresso il presidente della Nigeria, il cristiano Olusengun Obasanjo. A coordinare la campagna per salvare la donna è stata l’organizzazione di difesa dei diritti umani Amnesty International (Ai). Di questa sentenza e della campagna parliamo con Stephane Mikala, che alla centrale londinese di Ai coordina il lavoro sulla Nigeria. Signor Mikala, che persona è Amina Lawal? Amina è una donna semplice. È analfabeta e non parla né inglese, né arabo, né hausa, che sono le tre lingue nelle quali sono codificate le leggi musulmane in Nigeria. Parla solo una sorta di dialetto diffuso nei villaggi della sua regione. L’ho incontrata diverse volte, specialmente in occasione delle sue comparse in tribunale a Katsina, ma per me era sempre molto difficile cogliere il subbuglio che c’era dentro di lei, benché sembrasse tranquilla. Credo che Amina abbia sofferto molto anche la pressione internazionale creata sul suo caso, le visite di chi voleva testimoniarle solidarietà e la costante presenza dei media. La prima volta che l’ho incontrata volevo scattarle qualche foto per documentare la campagna di Ai, ma ci ho rinunciato perché sentivo che le avrei fatto violenza. Credo fosse convinta che non sarebbe stata assolta. Come ha lavorato Ai sul caso della signora Lawal? Il caso di Amina Lawal ci è stato segnalato da Organizzazioni non governative (Ong) locali. Noi ci siamo preoccupati di dare il massimo sostegno possibile a queste Ong, perché sono loro che lavorano sul terreno, e di organizzare una campagna internazionale. Ai approfitta poi di casi clamorosi come quello di Amina per attirare l’attenzione internazionale su altri casi meno pubblicizzati. E in più occasioni abbiamo chiesto al governo nigeriano di applicare i trattati internazionali sui diritti umani che la Nigeria stessa ha ratificato, compresa la Carta africana dei diritti umani. C’è stato un certo disaccordo sul modo di procedere e sul tipo di campagna internazionale da adottare per aiutare la signora Lawal. Ad un certo appunto si leggevano addirittura appelli a non più far pressione sulla Nigeria. Qual è la sua posizione? È vero, qualcuno sosteneva che una campagna a tappeto non avrebbe fatto progredire le cose in profondità, altri volevano una diversa strategia. Ma l’unica cosa certa è che nel 2000, quando è cominciata la mobilitazione, nessuno sapeva quale sarebbe stato il possibile esito delle diverse opzioni allora ipotizzate. Ora la campagna deve continuare perché, malgrado le assicurazioni date dal presidente della Nigeria, fino a quando le leggi autorizzeranno le corti ad infliggere condanne a morte, queste saranno sempre possibili. L’assoluzione della signora Lawal è stata pronunciata per motivi formali. Nel merito, cioè se per un rapporto sessuale extraconiugale sia giusto comminare la pena di morte per lapidazione, la Corte d’appello non s’è espressa. Questa sentenza quindi non può impedire che nello Stato di Katsina casi simili si verifichino di nuovo. Si può ancora parlare di vittoria dei diritti umani? Credo di sì. Questo verdetto di assoluzione, che ci ha molto sorpresi, è, comunque lo si guardi, un passo avanti nella lotta contro la pena di morte e i trattamenti inumani e degradanti. Quello di Amina, risolto felicemente, è un caso emblematico, il cui esito farà sì che in futuro casi analoghi verranno guardati con altri occhi. Sulla motivazione della Corte intendiamo ancora lavorare con gli avvocati locali di Amina. Perché nella sentenza di assoluzione non si danno risposte sui punti principali contestati dagli avvocati. La critica di un verdetto emesso sulla base della Shari’a, l’insieme di norme giuridiche derivate dalla tradizione islamica, è spesso interpretata come critica all’Islam in quanto tale. Come evitare fraintendimenti e indicare chiaramente ai musulmani che il problema sta nell’uso politico della Shari’a? Nel caso di Amina erano evidenti i giochi politici. Ma Ai deve ignorare le considerazioni politiche, perché ci sono dei principi universali che vanno rispettati. Su questi principi nessun Paese ha il diritto di patteggiare se decide di appartenere alla comunità internazionale. L’Islam ha al suo interno correnti diverse, spesso contraddittorie: molti studiosi dell’Islam sono convinti avversari dell’interpretazione che in Paesi come la Nigeria si fa di alcuni dettami della Shari’a. E questo nella Nigeria stessa: perché è soltanto dal 1999 che nel nord del Paese sono entrati in vigore nuovi codici chiaramente ispirati ad un’interpretazione letterale della Shari’a. Ma c’è un altro fatto che dimostra la dimensione politica di questo tipo di interpretazione della Shari’a: a subire questo genere di condanne sono soltanto donne povere, spesso contadine di villaggi sperduti, che fanno una vita del tutto normale. Donne di città del ceto medio e alto questo genere di condanna non lo rischiano. Se riusciamo a spiegare questo, i musulmani ci capiscono senz’altro. Quante persone si trovano in Nigeria nella stessa situazione di Amina Lawal? Attualmente ci sono una donna (Fatima Usman) e un uomo (Ahmadu Ibrahim) che stanno vivendo una situazione analoga. Ma noi conosciamo solo i casi che sono portati alla nostra attenzione perché arrivano al livello di corti nazionali. Non sappiamo invece quanti casi sono decisi definitivamente al livello di corti di villaggio. Sono a conoscenza di un certo numero di condanne a morte in casi paragonabili a quello di Amina, ma non le posso dare una cifra complessiva.

Pubblicato

Venerdì 3 Ottobre 2003

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