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Il caso Nef riaccende la miccia

di

Silvano De Pietro
Il caso Schmid-Nef sembra essere chiuso, come l'estate che ha animato e che ora sta per finire. È la prima impressione superficiale dovuta al fatto che il comandante Roland Nef è stato allontanato, il Consiglio federale ha sostenuto il ministro della difesa Samuel Schmid, l'esercito avrà un nuovo capo dal 1° gennaio prossimo. Tutto bene, dunque? Neanche per sogno. Quello che il presidente della Confederazione, Pascal Couchepin, ha voluto minimizzare definendolo «un incidente», s'è rivelato invece essere una crisi che ha lasciato aperte numerose questioni e prodotto un disagio politico che mina alla base la credibilità dell'intero esecutivo.

Couchepin ha in pratica tentato di liquidare la vicenda con due affermazioni importanti. Ha detto che la nomina di Nef, con tutto ciò che l'ha preceduta e con la successiva scoperta dell'errore compiuto, è stata un incidente come se ne possono produrre tanti in qualsiasi amministrazione o nell'economia privata. E poi ha giustificato il comportamento remissivo del Consiglio federale nei confronti di Schmid, lasciando capire che questi non avrebbe detto tutto ai suoi colleghi di governo perché l'anno scorso tra loro c'era ancora Christoph Blocher, durante la cui permanenza nell'esecutivo si producevano spesso fughe di notizie.
Ma la giustificazione pronunciata da Couchepin con una certa superficialità è del tutto fuori luogo. In effetti, come può il Consiglio federale governare in modo credibile se tollera un comportamento ingannevole e reticente? Dunque, l'«incidente» non è per nulla concluso; e il ministro della difesa e l'intero governo devono dare ancora parecchie spiegazioni e superare diversi ostacoli politici. Lo provano le reazioni dei partiti e le numerose questioni aperte sulle quali ora vuole indagare la Commissione della gestione del Consiglio nazionale, che vuole trovare una risposta ad almeno mezza dozzina di domande.
Anzitutto, cosa sapeva il consigliere federale Samuel Schmid delle accuse mosse a Roland Nef? È vero che il capo dell'esercito "in pectore" venne avvertito prima di una perquisizione domiciliare? Nella decisione della procura zurighese di sospendere l'inchiesta contro Nef c'era lo zampino del Dipartimento della difesa? Come è stato condotto l'esame di sicurezza delle persone previsto dalla legge? È stata usata indulgenza nei confronti di Nef, o qualcosa non va nel sistema? Nel procedere alla scelta degli alti dirigenti, dispone il governo di sufficienti informazioni?
Come si vede, i 275 mila franchi di buonuscita che il Consiglio federale ha riconosciuto a Nef, e che tanto scalpore sollevano nei mass media, sono in fondo la preoccupazione minore. Ciò che invece ha un peso determinante sono le questioni politiche irrisolte, le reazioni dei partiti e le ripercussioni che tutta la vicenda avrà sulla gestione dell'esercito e sulla situazione politica in generale. L'Udc, per esempio, vuole passare sotto la lente d'ingrandimento tutte le finanze del Dipartimento della difesa, con la palese intenzione di rifiutare crediti ai piani di rinnovo degli armamenti, per mettere così in difficoltà il ministro Schmid.
Il partito di Toni Brunner – c'era da aspettarselo – ha deplorato l'atteggiamento del Consiglio federale ed ha chiesto che il governo sospenda la scelta del nuovo capo dell'esercito: decisioni precipitose sarebbero «nocive», soprattutto finché il Dipartimento della difesa «non ha una direzione degna di tal nome». L'esercito deve «tornare al suo compito originale, la difesa nazionale», riducendo i compiti collaterali e «in particolare gli impegni all'estero». Anche i Verdi sono convinti che Samuel Schmid «non dispone delle competenze necessarie» per restare in governo. E chiedono un «dibattito speciale sulla crisi dell'esercito».
Il Pss, da parte sua, invita Plr e Ppd a intavolare discussioni comuni sul futuro dell'esercito. «Il loro atteggiamento finora di sufficienza», ha affermato il Pss, «lascia pensare che non abbiano ancora capito che non dispongono, da soli, dei mezzi per condurre in porto i progetti attualmente sul tavolo». Il presidente del partito, Christian Levrat, intende così approfittare della politica di opposizione dell'Udc, che ha trovato un alleato anche nei Verdi, per arrivare all'obiettivo, perseguito da anni, di un ridimensionamento e di una riforma dell'esercito. I prossimi dibattiti in parlamento sul programma d'armamento 2008 e sulla legge militare «offrono una prima occasione».
Per il Partito socialista, le proposte trattative dovranno mirare a «costruire una maggioranza in favore di una politica militare moderna e costruttiva», compresa «la questione del mantenimento dell'obbligo di servire». Il presidente Levrat ha invitato i suoi colleghi del Plr e del Ppd a valutare «le conseguenze dell'opposizione congiunta dell'Udc e dei Verdi», che potrebbe portare a un «blocco totale della politica militare». L'interesse comune è quindi quello di procedere insieme a una profonda riforma dell'esercito, «nella concertazione e nel consenso».


Non basta saper comandare

Il rimprovero principale che l'opinione pubblica ha mosso al comandante Roland Nef è quello di avere una personalità disturbata, specialmente nei rapporti con le persone. Questo particolare "privato" avrebbe portato l'alto ufficiale ad agire in modo poco onesto nei confronti della sua ex compagna, cosa che fa supporre e temere una pari inclinazione a muoversi in modo poco trasparente in ambito "pubblico". E per una persona a cui viene affidata la guida dell'esercito non è un difetto da poco.
Eppure i candidati alle alte cariche dell'esercito e dell'amministrazione federale vengono sottoposti a severi esami. E cosa succede invece con gli alti dirigenti dell'economia, che spesso si rivelano protagonisti di azioni eticamente molto discutibili (come quando, senza batter ciglio, si manda in rovina una banca o una compagnia aerea, si sopprimono migliaia di posti di lavoro, si sperperano o si mandano in fumo i capitali dei piccoli risparmiatori)?
Scorrendo i siti web dei più importanti "cacciatori di teste" e delle grandi società di consulenza nella selezione dei quadri e dei dirigenti, si capisce che le qualità professionali e l'esperienza sono naturalmente al primo posto, anche se a volte, vedendo come nella realtà vanno le cose nell'economia (fallimenti, scelte strategiche sbagliate, sperpero di risorse, ristrutturazioni fatte solo a scopi speculativi), proprio non si direbbe.
Al secondo posto ci sono le cosiddette "competenze sociali", che non significano una certa sensibilità verso i problemi del lavoro e dei lavoratori, ma la capacità di capire rapidamente gli interlocutori con cui si ha a che fare (imprese, autorità, uomini d'affari o alti funzionari) in diversi scenari socio-culturali, linguistici e storico-culturali, per meglio vendere loro qualcosa o combinare con loro grossi affari. Soltanto in terza posizione c'è la valutazione della personalità del candidato.
Si tratta però di una valutazione quasi sempre psicologica, condotta sovente con l'ausilio di test completati con un colloquio. Ma i test sono quello che sono, e la validità del colloquio come strumento di giudizio dipende sempre dalla capacità dell'esaminatore. Il risultato è che ai candidati spesso riesce facile ingannare test ed esaminatori e nascondere i lati peggiori della propria personalità. Raramente, anzi praticamente mai, tra i criteri di selezione compare l'accertamento di requisiti di carattere etico, di onestà e lealtà dell'individuo specialmente nei rapporti interpersonali privati. Fermarsi soltanto alla fedina penale pulita è un errore.
Ciò che spesso manca è la valutazione seria e professionale dei requisiti morali. Evidentemente l'economia non ne sente il bisogno. O compie l'errore commesso dal ministro Samuel Schmid, quello cioè di sottovalutare l'influenza di una personalità disturbata sulla condotta pubblica e professionale di un alto dirigente, a prescindere dalle sue capacità professionali e da come si possano rimuovere o accomodare i pasticci combinati in passato.

Pubblicato

Venerdì 29 Agosto 2008

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