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Il canto di un popolo in lotta

di

Roberto Caselli
Curiose, tragiche assonanze: vent’otto anni prima della strage delle torri gemelle, lo stesso 11 settembre, il generale Pinochet pone fine con un golpe sanguinoso al governo di Unità Popolare guidato da Salvador Allende, eletto democraticamente dal popolo. Nello stadio di Santiago del Cile, prigioniero insieme a migliaia di altri militanti e sostenitori del governo rovesciato, c’è anche Victor Jara, intellettuale e musicista raffinato, ambasciatore del suo paese nel mondo. Viene assassinato per aver cantato a favore della libertà e contro ogni sopruso; la ferocia dei suoi carnefici arriva a spezzargli i polsi come segno di disprezzo per l’uso politico che ha fatto della sua chitarra. E’ la fine simbolica, tra le tante cose, anche della Nueva canción chilena, espressione vivace e orgogliosa della breve parentesi democratica del paese, nata dal recupero dei repertori dei payadores, i poeti delle zone rurali, sempre più dimenticati dalle nuove generazioni sottoposte, come tutte quelle del resto del mondo, al bombardamento della canzone commerciale. Per porre le basi del rilancio della nuova cultura, Victor Jara e Patricio Manns fondano la società editoriale Estampas de America in cui vengono raccolte centinaia di vecchie composizioni che sono così salvate dall’oblio e servono da substrato per la costruzione di nuove canzoni. Il rinascimento culturale cileno vive sotto Allende un momento magico: l’impulso creativo del popolo imprime alla musica, al teatro e a tutte le arti in genere uno straordinario senso di consapevolezza che finirà poi col costituire quel sottile filo rosso che manterrà uniti i dissenzienti anche durante la violenza del regime. Violeta Parra, che muore suicida sette mesi prima del golpe, subito dopo un concerto tenuto nel teatro tenda di Santiago da lei fondato, la Carpa de la Reina, è un altro personaggio chiave di questa ventata di aria nuova. Figlia del Cile rurale viene fin dalla più giovane età trapiantata nella realtà della periferia urbana di Santiago che le regala un’infanzia felice, ma le segna anche la vita adulta tra miserie e tradimenti. Finisce per cantarla, quella vita, per dare voce al «pianto che nessuno vuole ascoltare». Negli anni Quaranta matura l’interesse per la musica popolare del suo paese che si concretizza, a partire dal ’52, in un viaggio che la porta in ogni angolo del Cile. Il suo «viaje infinito», come lo chiama lei, è naturalmente anche un viaggio politico nelle miserie dei contadini, nella dura esistenza dei lavoratori migranti e nelle tradizioni della povera gente. Finisce per avvicinarsi alle posizioni del Partito Comunista Cileno, ma il suo è anche un viaggio musicale: a lei si deve infatti la riscoperta e l’uso degli strumenti tradizionali andini che grande importanza assumono nelle sue composizioni e in quelle dell’intera nueva canción. I suoi orizzonti sono sempre più vasti e negli anni Sessanta è a Parigi dove divide il palco con l’argentino Atahualpa Yupanqui, altra figura fondamentale del nuovo corso musicale cileno. Soggetta a improvvisi sbalzi di umore che vanno dal “riso” al “pianto”, i due estremi di cui canta nel suo brano più celebre: Gracias a la vida, poi rifatto da innumerevoli interpreti, da Mercedes Sosa a Joan Baez, la Parra trasla in musica la sua sensibilità e caratterizza le sue composizioni da autentica passionaria. Molte sue canzoni vengono poi riprese da altri importanti musicisti di quel periodo: dalla figlia Isabel, da Luis Advis, Angel Parra e Inti Illimani. Brani come Run Run se fue p’al Norte, Volver a los diecisiete e il già citato Gracias a la vida sono tra i più ripescati. Dalla repressione di quel fatidico 11 settembre, che è capillare e tremenda, si salvano miracolosamente gruppi come Inti Illimani e Quilapayún, entrambi impegnati in una tournée europea. I loro componenti sono la prima generazione di studenti universitari figli di contadini inurbati che viene direttamente influenzata da Victor Jara e Violeta Parra. Esattamente come i musicisti cubani della nueva trova, degli appassionati americani del folk revival, dei tropicalisti brasiliani e dei cantautori italiani e francesi che rifiutano le rime baciate, rielaborano la tradizione coniugandola con il presente e costituiscono un riferimento preciso di impegno sociale. Imparano a utilizzare ritmi e timbri nuovi per “vestire” le canzoni: voci e chitarre sono affiancate dalla quena, dal cuatro venezuelano, dal charango, dal sicus e dal bombo. Il guitarrón spagnolo, l’equivalente di un basso, se battuto con le dita sulla cassa armonica, diventa una percussione simile ai tamburi e sonagli Kultrung e Wataha degli indios Mapuche. I testi sono orgogliosi e malinconici e in essi si possono riconoscere tutti quelli che sperano e lottano con Salvador Allende. El pueblo unido jamas será vencido, composto da Sergio Ortega proprio nel ’73, che gli Inti Illimani cantano con le lacrime agli occhi per la prima volta di quell’anno nel loro concerto di Firenze, in Italia, scandisce anche qui da noi uno dei primi esempi di una world music al di là da venire.

Pubblicato

Venerdì 5 Settembre 2003

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