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Cultura

«Il cantiere, la mia scuola di vita»

Tra gioie, tragedie e paragoni calcistici, lo scrittore elvetico Pedro Lenz ci racconta il mondo operaio che lui stesso ha vissuto quando era giovane

di

Federico Franchini

Oggi Pedro Lenz è uno dei più importanti scrittori svizzeri.  In passato ha lasciato presto il liceo per dedicarsi al lavoro di muratore. Un mondo, quello dei cantieri, che fa da sfondo al suo ultimo romanzo tradotto in italiano (Primitivo, Gabriele Capelli). In vista della mobilitazione degli operai della costruzione svizzera lo abbiamo intervistato.

Pedro Lenz, la nostra intervista la facciamo in italiano, vero?
Certo! Non l’ho mai imparato a scuola, ma quando ero muratore l’italiano era una sorta di lingua franca sui cantieri. Era importante conoscerlo perché i materiali venivano chiamati in italiano, anche dagli operai con altre origini. Mattoni, malta, sabbia, carriola: ho imparato queste parole in italiano prima ancora che in svizzero-tedesco.


Cosa ricorda con più piacere di questa sua esperienza sui cantieri?
Il cantiere è il luogo dove ho imparato ad apprezzare le diversità e a comunicare con persone provenienti da tanti Paesi diversi. Dell’italiano non ho appreso solo la lingua, ma ho potuto approfondire differenze regionali che prima ignoravo: tra un friulano e un siciliano non vi è solo il dialetto a essere diverso. Ma questo apprendimento non riguarda solo gli italiani. Ho conosciuto portoghesi che hanno combattuto in Mozambico, spagnoli più anziani che hanno fatto la guerra di Spagna. Prima del conflitto in Jugoslavia ho appreso le differenze tra un croato, un serbo e un kosovaro. Un luogo importante per questa scuola di vita era la baracca e la pausa pranzo. Qui si discuteva, a volte si litigava, e ho potuto osservare il diverso approccio al cibo, gustando specialità a me sconosciute e apprezzando forme diverse di generosità. Non ero solo un apprendista della professione, ma anche uno studente di nuove culture. Il cantiere è stato un’esperienza formativa intensa che mi ha fatto maturare molto.


Poi è diventato scrittore e attraverso il suo romanzo Primitivo ha raccontato proprio di questa cultura operaia. Qual è l’importanza di diffondere il mondo dei lavoratori attraverso un libro?
Per me è molto importante perché osservo che la letteratura, ma anche il cinema, non raccontano molto questa realtà di persone normali e umili. E quando lo si racconta lo si fa spesso attraverso dei cliché. È un peccato perché si tratta di un cosmo a mio avviso molto interessante. Un cantiere è un luogo di lavoro dove un gruppo di persone con origini e lingue diverse si ritrova assieme per costruire qualcosa. Questo implica che gli operai debbano avere un livello d’intelligenza emotiva molto elevata. Altrimenti non funziona. Nessuno però è preparato a questa situazione. Il padrone vuole che si lavori e basta, non organizza certo corsi di lingue straniere. Nella vita privata ognuno può scegliere di chi essere amico, ma sul cantiere devi adattarti a un miscuglio umano non voluto. Penso che da un punto di vista letterario sia molto stuzzicante raccontare questo mondo.


Quanto è importante l’esperienza personale per il suo lavoro di scrittore?
Sono uno scrittore a cui non piace molto inventare. Ho sempre scritto in base alla mia esperienza e al mio vissuto personale. In un romanzo precedente (In porta c’ero io) ho raccontato il mondo dell’eroina negli anni Ottanta nel piccolo villaggio dove sono cresciuto. In Primitivo, Charly, il protagonista, ha diversi tratti in comune con me. L’origine spagnola della madre, certo, ma anche il fatto di avere lasciato la scuola per fare l’apprendista muratore per il desiderio di fare parte della classe lavoratrice e stare tra gli operai. Poi quando scrivo aggiungo naturalmente elementi di fantasia e cerco di dare un po’ una mia visione politica e sociale di quello che racconto. Nel caso di Primitivo, il mio obiettivo è che anche una persona che non ha mai lavorato nella costruzione possa entrare in empatia con i personaggi e sentire le emozioni che ho voluto trasmettere.


Nel suo libro, il secondo protagonista – Primitivo appunto – muore per un incidente sul lavoro come è capitato a un suo collega nella realtà. Oggi, dal punto di vista della sicurezza, è cambiato qualcosa sui cantieri?
Nel 1981, un collega di 62 anni è morto esattamente come Primitivo nel libro, travolto da un cassero. Eravamo amici, mi raccontava la sua vita e le sue idee. Penso che allora c’erano molti più incidenti anche perché si beveva molto più alcool sui cantieri e c’erano meno norme di sicurezza e meno controlli. Il casco lo si portava solo quando pioveva, come protezione dalla pioggia. Oggi, però, si richiede più velocità e flessibilità agli operai come dimostrano le trattative per il nuovo contratto. Ai nostri tempi le giornate erano lunghe, ma i ritmi erano più moderati e i committenti avevano meno richieste impossibili, non come invece avviene ora. Io lavoravo in una piccola realtà dove ognuno si conosceva e dove le relazioni tra lavoratori e padroni erano tutto sommato buone. C’era una certa umanità che oggi con la presenza di ditte sempre più grandi viene forse meno.


Era iscritto a un sindacato?
Sì, ma a quello che oggi si chiama Syna. L’ho scelto per fare un piacere a mio padre che era molto cattolico. Però andavo sempre al Primo maggio a manifestare con gli operai più combattivi. Il ruolo dei sindacati è importante. Faccio un esempio: il prepensionamento. È stata una lunga battaglia, ma è stata una conquista fondamentale. Mi ricordo che gli operai più anziani soffrivano molto. Era duro per loro lavorare. Grazie ai sindacati questo è migliorato. Con il prepensionamento Primitivo e il mio amico reale non sarebbero morti.


Lei come il Charly del libro siete stati apprendisti muratori. Oggi i lavori manuali sono meno gettonati dai giovani rispetto a qualche decennio fa. Come se lo spiega?
È vero che oggi è più difficile trovare apprendisti. Una volta non era così, c’erano molte richieste e l’80% dei giovani svolgeva un apprendistato. In generale, il prestigio sociale delle professioni manuali è diminuito e non so spiegarlo. Il cantiere è un mondo difficile. Siamo forse in una società sempre più virtuale dove è più facile fare l’influencer che lavorare ogni giorno nove ore per un padrone nella costruzione. Eppure oggi esiste un sistema formativo che permette a chi ha fatto un apprendistato di continuare gli studi, finire all’università e fare delle belle carriere.


Nel romanzo, la morte di Primitivo scatena in Charly brama di sapere e sete di giustizia. Ha fiducia nei giovani?
Io sono abbastanza ottimista. Sono stato spesso nei licei e nelle scuole professionali con il romanzo. E mi sono sempre trovato di fronte un pubblico attento e molto interessato. Temi come la giustizia e l’uguaglianza fanno sempre vibrare le corde dei giovani. Ai miei tempi ci si preoccupava della guerra fredda, dell’armamento atomico tra est e ovest e si parlava forse di più di pace e di antimilitarismo. Oggi al centro degli interessi vi è l’ecologia e confido nei giovani quali motori del cambiamento.


Uno dei temi del libro è quello della condizione del lavoratore migrante che non si sente mai a casa...
Ho sempre percepito in molti lavoratori e lavoratrici migranti quella sensazione di non arrivare mai, di non essere mai a casa. In molti sognano di tornare al villaggio d’origine con la pensione, ma la cosa diventa complicata perché in Svizzera abitano i figli e poi i nipoti. Oggi forse la situazione è migliorata, le distanze si sono accorciate e la Svizzera è forse una casa migliore rispetto al tempo delle baracche.


Lei è un grande amante dello sport. La squadra svizzera di calcio rappresenta un po’ questa nazione in evoluzione. Le piace la nazionale?
Sì, moltissimo. Oggi la nazionale di calcio è un po’ come un cantiere: delle persone con origini molto diverse che hanno scelto questa squadra e devono collaborare e capirsi in vista di un obiettivo comune. In questo caso non è la costruzione di un palazzo, ma vincere una partita. La nazionale è una metafora di cosa potrebbe essere la Svizzera, una comunità multiculturale fondata sulla volontà e dove la gente è felice di stare assieme.


In che modo segue il calcio moderno?
In un modo contrastato. Il calcio mi piace come espressione artistica. Mi piace il calcio di alto livello. E qui ho un conflitto interno con tutto quello che c’è attorno al calcio, i soldi, la Fifa, i mondiali in Qatar che mi ricordano quelli dell’Argentina della giunta militare del 1978. Però mi piace vedere come si organizza una squadra di superstar, ma anche vedere come è difficile per una squadra come il Paris Saint Germain vincere la Champions League. Anche la tradizione conta. Mi piace però seguire anche il calcio amatoriale come il mio Olten e quando sono all’estero adoro andare a vedere le partite e osservare cosa mangia la gente allo stadio.

Pubblicato

Giovedì 13 Ottobre 2022

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