Messico

Sta incominciando a far caldo, molto caldo. Nelle ore dei preparativi della partenza, l’umida e fredda nebbia mattutina ha lasciato il posto al rovente sole dei duemila metri  di San Cristóbal de Las Casas, località turistica del Chiapas, lo stato più a sud della Repubblica federale messicana.
Insieme con 2500 alunni, mi appresto a partecipare alla “Scuola della libertà secondo le/gli zapatisti”. La scuola verte sulla conoscenza dello stato odierno dell’autonomia nei territori da loro controllati a venti anni dall’insurrezione del 1994.

 

Per 5 giorni saremo ospitati da famiglie con le quali gli allievi condivideranno il tetto, la tavola e il lavoro nei campi, in modo da conoscere la vita quotidiana degli zapatisti. A seguire 6 ore di studio, in cui ci s’immergerà nella lettura dei quattro manuali forniti a inizio corso. Nel caso di dubbi rimanenti, risponderanno i componenti della famiglia ospitante.


Il viaggio e il villaggio


Il trasporto e l’accoglienza di 2500 allievi in altrettante famiglie ospitanti nei villaggi sparsi nei territori controllati dall’Ezln, organizzazione carente di mezzi finanziari, è un’operazione complessa. Ma perfettamente riuscita. A bordo di un convoglio di una trentina di microbus su cui viaggiano circa 500 allievi provenienti da ogni dove, raggiungo la mia destinazione dopo undici ore.


Il caracol La Realidad, uno dei capoluoghi delle cinque zone d’influenza zapatista, è la prima tappa dello smistamento degli alunni nei vari villaggi. L’arrivo è toccante. È notte fonda, solo delle lampadine la rischiarano. Scendendo dai bus sentiamo levarsi inni e grida di gioia, ma ancora non si vede nessuno. Poi, passando tra due ali di  folla, veniamo accolti da un migliaio di persone col viso rigorosamente coperto dal passamontagna. Per gli zapatisti, il passamontagna è un simbolo. Non è importante il viso dell’individuo, dicono, ma il volto collettivo degli esclusi, degli oppressi, dei senza voce che il passamontagna rappresenta.
Sul finire della cerimonia, ognuno dei cinquecento alunni è affidato a un guardiano, colui o colei che veglierà sull’allievo lungo i cinque giorni della scuola. La serata si chiude danzando sulle note ribelli di un gruppo elettrico locale.


Il giorno seguente, dopo un paio d’ore sul cassone di un camion trascorse schivando i rami della folta vegetazione, eccoci nel villaggio di cui tacerò il nome per questioni di sicurezza. Una comunità di un’ottantina di famiglie compone il villaggio. Situato in una zona pianeggiante, si gode un panorama sull’infinita distesa verde, quasi fosse un “mare verde” dove le colline lussureggianti spazzate dal vento assumono l’aspetto di onde.


Sono immerso nella profonda Selva Lacandona, un bosco-giungla vasto quasi due volte la Liguria. Nella zona in cui mi trovo, abitano in prevalenza gli indigeni Tojolabal, ma sono ben presenti altre comunità, quali i Tzeltal. Sono i discendenti diretti dell’antica civiltà Maya, nota in particolare per le sue avanzate conoscenze in campo matematico e astronomico. L’intera comunità ci aspetta riunita in assemblea. Una donna fa qualche passo avanti e rompe il silenzio. «Con la mia voce parla l’Ezln» dice l’anziana signora dandoci il benvenuto e scusandosi a nome degli abitanti per l’umiltà delle loro case e delle poche cose che le famiglie potessero offrirci.


Se bisogna ammettere che le tavole di legno non hanno facilitato i sonni degli alunni abituati a ben altre comodità, la generosità del vitto supera ogni aspettativa. Quelle terre, belle quanto dure da coltivare, forniscono un’incredibile varietà di frutta e verdura. Di alcune ignoravo l’esistenza, di altre invece ho la fortuna di conoscere la forma naturale. È il caso del cacao o del caffè. Ho perfino scoperto che le spagnolette crescono sotto terra.
Il caffè resta la principale (e quasi unica) risorsa economica. Lodevoli iniziative di commercio equo e solidale, il prezzo di gran parte del caffè venduto dagli zapatisti è deciso altrove, dalle borse specializzate europee e americane.


Le loro tavole non sono sempre state così ricche. Una volta, i pasti si limitavano a fagioli e pozol, una schiacciata di mais preventivamente ammollato in acqua di calce. Grazie alla graduale organizzazione di un sistema sanitario autonomo, si è diffusa l’importanza per la salute di una dieta variata. Fagioli e pozol restano immancabili nelle cucine, ma non sono più gli unici alimenti. Un’altra precisazione enogastronomica: da venti anni, nelle comunità non troverete mai uno zapatista ubriaco. L’alcool è bandito.


La sanità


Una delle sei donne di casa, (la nonna, la sorella, la suocera e le figlie) è una “herbolaria”. Da otto anni studia le erbe della selva ed è in grado di preparare medicinali naturali. Si tratta di recuperare il patrimonio di conoscenze andato perso in cinquecento anni di colonizzazione e “modernizzazione”. Oltre le “herbolarias” , nelle comunità si sono formate le “parteras” (levatrici) e i “hueseros”, esperti nel trattare i disturbi delle ossa e delle articolazioni.


Nel villaggio vi è una clinica, una delle poche costruzioni in muratura. È composta da due stanze per le visite, una funge da ufficio e l’ultima  da magazzino dei medicinali, naturali e chimici. Nella comunità vi è personale formato per le cure di base o per decidere di allertare l’ambulanza targata Ezln per i trasporti all’ospedale del Caracol de la Realidad.


La sanità, attraverso una rete capillare nei vari villaggi di persone adeguatamente formate, marca un primo cambiamento rispetto alla situazione precedente. Chi scrive ha avuto la possibilità di frequentare quei medesimi luoghi per alcuni mesi una ventina di anni fa quale osservatore civile internazionale. Allora, il diritto alla sanità era un lusso proibito per la popolazione degli odierni territori zapatisti. Erano totalmente dimenticati dallo Stato. Hanno dunque deciso di auto-organizzarsi.


L’educazione


Il mio guardiano, colui che si è preso cura di me durante la scuola, oltre ad essere maestro del villaggio è formatore degli altri educatori. «Prima del 1994, nel mio futuro c’era una sola possibilità: una vita intera spesa nei campi giusto per sopravvivere. Diventare un maestro o addirittura formatore di educatori non era neanche pensabile» racconta il mio interlocutore. «Il lavoro nel campo resta centrale nella mia esistenza. E ne sono felice. Ma l’organizzazione zapatista ha creato spazi di libertà prima inimmaginabili, dove una persona può realizzarsi in ciò che più gli piace».


Nella sola zona dove sono ospitato, sono stati formati 600 educatori negli ultimi dieci anni. Il sistema scolastico è strutturato su tre livelli. L’età non è il criterio per accedere a un livello successivo, ma dipende dalle capacità dello studente. Non esistono i voti. «Per noi era chiaro che il sistema scolastico governativo era da abolire perché incapace di rispondere ai nostri bisogni. Ma distruggere è più facile che costruire. Si è discusso a lungo quale senso pratico dare alla parola “educazione”. Ancora oggi, continuiamo a discutere come migliorarla. È una scuola in costante costruzione, ma del risultato attuale possiamo dirci contenti» conclude il mio guardiano. Per soddisfare la curiosità sulla didattica o i programmi, bisognerà però pazientare fino al secondo livello della scuola della libertà, dove tutto sarà documentato.


La democrazia partecipativa


L’aspetto più originale su cui si fonda il sistema di autonomia zapatista è la democrazia partecipativa. È il principio secondo cui ogni persona ha le capacità per assumere ruoli decisionali nella gestione collettiva. Le varie cariche vengono occupate a rotazione. A un alunno che chiedeva quale fosse il limite massimo di rielezione a una carica, questa è stata la risposta: «A questa domanda non sappiamo rispondere. Non è mai capitata l’eventualità di  rieleggere qualcuno».


Le autorità civili sono strutturate su tre livelli. Le comunali, i municipi e le giunte di buon governo dei cinque caracoles in cui è suddiviso il territorio controllato dagli zapatisti. Nella mia “famiglia”, la padrona di casa era stata autorità del villaggio, mentre la figlia ha fatto parte della giunta di buon governo.
Le elezioni non sono precedute da campagne elettorali. Dalle assemblee comunitarie a quelle municipali o dei caracoles, il procedimento elettorale è simile. Nelle assemblee, i partecipanti propongono dei candidati giudicati meritevoli di occuparsi della gestione collettiva. Se i candidati accettano, a scrutinio segreto sarà eletto il più votato.


Per la giunta di buon governo, la durata della carica varia tra i tre mesi e un anno, a seconda delle modalità decise nei cinque diversi caracoles. I membri del buon governo non percepiscono un salario. La loro sussistenza, derivante dal lavoro nei campi, è presa a carico dai membri delle comunità d’origine.
A controllare l’operato della giunta, vi è la commissione di vigilanza, eletta coi medesimi principi. Essa controlla che la giunta adempia ai compiti assegnatile dalle assemblee nei tempi indicati. La commissione informazione invece diffonde capillarmente nelle comunità quanto sta facendo, o non facendo, la giunta.

 
La parità dei sessi


Non in tutti i caracoles si è riusciti a garantire una presenza egualitaria nelle giunte di buon governo o nell’assunzione dei compiti collettivi. 500 anni di doppia sottomissione non si cancellano in venti anni. Innegabile però lo sforzo verso il traguardo dell’emancipazione delle donne a cui tende la società zapatista. I progressi sono enormi e impossibili da riscontrare in altre comunità indigene. La dignità acquisita è tangibile. Herman Bellinghausen del quotidiano La Jornada, uno dei più attenti giornalisti del movimento, ha scritto: «Dal modo in cui si alzano in piedi o sollevano lo sguardo, capisco se quell’indigena è zapatista o no». In un mondo in cui prima dell’insurrezione del ’94, le donne indigene valevano meno di una bestia, s’intuisce perché siano diventate le guardiane della rivoluzione...


Il modello


Questa una sintesi del ben più complesso risultato raggiunto in una decina d’anni di proposte dal basso e modificatosi grazie all’esperienza acquisita dagli errori commessi. L’umiltà e la dignità degli zapatisti, supportati da una coscienza politica granitica, sono le inossidabili basi dell’autogestione praticata.
Se il modello sia esportabile in ogni situazione, resta una scommessa aperta. D’altronde, nessuno avrebbe scommesso su quei sei uomini che il 17 novembre del 1983 entrarono nella selva e diedero vita all’Ezln.

Pubblicato il 

23.01.14..

Edizione cartacea

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