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Il calcio, l'oppio dei popoli

di

Loris Campetti
Se il calcio è l’oppio dei popoli, come recita un adagio vecchio di cent’anni che parafrasa Carl Marx, la televisione non può che definirsi un’arma di distrazione di massa. Prima di scrivere questo articolo per i lettori di area mi sono posto un problema deontologico e ho deciso di sottopormi a tutti i telegiornali e i talk-show sugli scontri tra ultras del Napoli e forze dell’ordine allo stadio di Avellino, quello dove è morto un ragazzo di vent’anni precipitando da 15 metri di altezza. L’esito di una giornata di visioni per autodisciplina è stato avvilente. La riproposizione continua dell’assalto al campo e a carabinieri e poliziotti con qualche chilo di troppo, inseguiti e pestati da forsennati mascherati e armati di mazze e bastoni, si associa al dibattito infuocato sulle partite giocate e sugli arbitri venduti e su quel rigore non concesso o regalato. Quelli che chiedono l’uso delle armi caricate con proiettili di gomma contro i “selvaggi”, “delinquenti comuni”, “criminali” e rivendicano la militarizzazione degli stadi, sono gli stessi a urlare sul microfono contro il convitato in studio, accusato di non avere palle, o di essere un infame. Chi non capisce perché l’aumento del biglietto da 13 a 20 euro e il mescolamento dei posti tra ultras di opposte fazioni possa scatenare una vera e propria battaglia, dimentica di ricordare i miliardi di euro che ruotano intorno al calcio italiano. Chi chiede regole ferree per consentire alla povera famiglia tifosa di andare allo stadio senza rischiare occhi neri e ossa rotte, si è già scordato che siamo reduci da un’estate di guerra tra giustizia ordinaria e giustizia sportiva, organismi dirigenti del calcio e club, per cui in assenza di regole o in violazione di quelle che ci sono, ogni giorno cambiava il numero di squadre che avrebbero dovuto affrontare il torneo cadetto, la Serie B. La Fiorentina ripescata perché fa girare i soldi più che per «meriti sportivi» scatena frange di tifosi del Napoli che la Serie B devono conquistarsela con le unghie e con i denti. Oggi 20 squadre, domani 21, dopodomani 19, infine 24. Il tutto in uno scenario segnato dal fatto che il presidente del consiglio, Silvio Berlusconi, è il padrone del Milan, il cui vicepresidente Adriano Galliani è anche il presidente di Lega calcio. Ingiustizia, bufera di miliardi, regole prese a calci in bocca. Partite che si svolgono a ogni ora tutti i giorni per motivi di pubblicità tv. Nel corso delle manifestazioni estive di protesta contro la distruzione del gioco più bello del mondo, molti tifosi alzavano cartelloni con la scritta: «Questo calcio ci fa Skyfo», con evidente riferimento a Sky, a mister Murdoch e ai suoi diritti infiniti. Ora che l’incendio è divampato, ad Avellino come a Trieste o a Siena o a Livorno o a Torino, prendersela con i burattini (quei ragazzi meridionali scalmanati alla conquista dello scalpo del pingue carabiniere meridionale) invece che con i burattinai (quelli che hanno violentato il calcio), è l’ultima delle infamità. La sociologia aiuta fino a un certo punto. Certo, il Lumpenproletariat che dà sfogo alla sua frustrazione per una condizione sociale metropolitana insopportabile; certo, il razzismo e il nazismo di chi srotola striscioni allo stadio contro quel giocatore «negro» e le croci celtiche, o gli ultras veronesi al grido «forza Etna» o slogan irripetibili contro i napoletani. Ma non basta, tutto questo, a spiegare quel che sta succedendo. A parte il fatto che «forza Etna» quegli sbandati l’hanno imparato da un partito al governo dell’Italia. Ci sono anche gli ultras di sinistra, le “brigate autonome livornesi”, centri sociali che si fanno ultras a Torino, Milano e Genova, ritratti del Che da Perugia ad Ancona, di Zapata e persino di Giuseppe Stalin. Sono la minoranza, sono migliori di quelli di destra ma ci sono e assaltano autogrill e tifoserie avversarie come quelli con la svastica. La sociologia ha già detto e scritto tutto su di loro e sui fascisti della Lazio. A una manifestazione contro la guerra infinita di Bush, terminata davanti alla base americana di Camp Derby, in Toscana, i servizi d’ordine no global dovettero trattare con gli ultras livornesi scatenati contro gli «yankee go home» per evitare un macello. E ci riuscirono, a parte qualche schiaffone al leader no global Luca Casarini, contestato “da sinistra” in assemblea. Ci dilunghiamo sulla minoranza ultras di sinistra solo per tentare di spostare il ragionamento dalla sociologia, che raccontava bene una fase precedente delle guerre in curva sud, alla realtà del 2003. Certo, il branco; certo, l’emarginazione. Ma non basta. Mentre il ministro dell’interno dichiara guerra ai «delinquenti» e minaccia partite rinviate o giocate a porte chiuse (vogliamo vederla la reazione dei club che non venderebbero più biglietti, e quella degli abbonati che rivorrebbero i soldi indietro, e dei tifosi in guerra davanti agli stadi chiusi contro eserciti regolari e non più il carabiniere cicciottello di Avellino), gli affari miliardari del calcio vanno avanti e i talk-show televisivi scambiano i carnefici con le vittime. O si restituisce un senso sportivo e non capitalistico al calcio, o ci si libera di conflitti di interessi e padroni della pubblicità, insomma si rifonda da zero il calcio, oppure dovremo abituarci a scene come quella di sabato ad Avellino. Magari a ruoli rovesciati, con la vendetta delle cosiddette “forze dell’ordine”.

Pubblicato

Venerdì 26 Settembre 2003

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