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Il caduto di via Domenichini

di

Alberto Nessi
A Milano c'è  un quartiere dove le vie hanno nomi di pittori: Mosè Bianchi, Pellizza da Volpedo… Ora siamo in via Domenichino e stiamo vagando alla ricerca  del metrò. Ecco una donna alla quale chiedere l'informazione. Appena sa che siamo svizzeri, s'illumina. Ah, come vorrebbe venire a vivere da noi! Ma ci vuole "una rendita", per venire in Svizzera. - E qui, com'è? - chiediamo. - Eh, tutti questi extracomunitari…
Ci guardiamo intorno e non vediamo nessuno. Le strade dei pittori sono deserte. Tutti davanti al televisore per i mondiali. Eppure la vecchia milanese vede nemici dappertutto. Poi ci vengono incontro tre fantasmi. Due ragazzini reggono, tenendogli le braccia intorno alle spalle come fosse un ferito di guerra o un pugile suonato, un loro compagno che non ce la fa a camminare da solo. Pallido, magrissimo, suda freddo nel pomeriggio afoso. - Sarà caduto - dice la vecchia.
Già, sarà caduto, pensiamo noi. Caduto sul campo dove si lotta contro la solitudine urbana, contro l'insignificanza, contro il deserto; sul campo dove c'è chi vive nei parchi protetti e chi nel ghetto del marciapiede. Intanto i fantasmi s'allontanano, la nostra vecchia se ne va sognando la Svizzera e noi finalmente troviamo la M arancione che indica la stazione della metropolitana.
La sera, il treno del ritorno è carico di pendolari: il nuovo proletariato che da Milano, dopo il lavoro negli uffici, torna a casa. Qualcuno s'addormenta, qualche ragazza racconta la sua giornata mentre noi guardiamo dal finestrino l'inverdimento abbracciante della nuova estate, il convolvolo arrampicato sulle scarpate con i suoi piccoli imbuti, i verbaschi superbi, i canneti che alzano spade, la buddleja amica delle farfalle. Il treno regionale, che si ferma a tutte le stazioni, ci permette di riscoprire una Lombardia inselvatichita che è più difficile vedere dai finestrini dell'intercity.
Lungo i binari la natura avanza, colonizza. Viene in mente il libro "Flora ferroviaria" di Ernesto Schick, l' amico scomparso da qualche anno che ci ha lasciato uno studio straordinario sulle piante, i fiori, le erbe cresciuti nella stazione smistamento di Chiasso dopo i lavori degli anni Sessanta: vegetazione che si è presa una rivincita sull'uomo. Ora qui, vedo qualcosa di simile. Anche nella natura c'è una guerra non dichiarata: la lotta per la sopravvivenza.
Mentre guardo l'avanzata del verde, mi viene in mente il ragazzino di oggi. Il caduto di via Domenichino. Il peso mosca suonato dalla vita. La società fa vittime nascoste ai nostri occhi: vite di scarto, esseri in esubero, "male erbe" uccise dai diserbanti. La guerra non dichiarata ha i suoi caduti, per i quali non sarà eretto nessun monumento.

Pubblicato

Venerdì 9 Luglio 2010

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