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Il binomio «donne e negozi» dimostra che lavorare non sempre rende liberi

di

Sabina Zanini
Il centro Fox Town di Mendrisio rappresenta una sorta di oasi beata nel settore della vendita. Al di fuori di quella i lavoratori operano ancora in una specie di limbo contrattuale. Ci sono state delle trattative segrete tra i sindacati Ocst, Ssic, Syna e Sit con la Federcommercio. Segrete per il sindacato Sei che non è stato affatto interpellato al proposito! Chiaro che se il contratto non dovesse essere di suo gradimento, il Sei si riserverebbe sempre di usare l’arma del referendum. E se la trattativa segreta è condotta sopra le teste del Sei lo è altrettanto sopra quelle degli stessi lavoratori. Per ora «area» ha dato un’occasione concreta a chi lavora in questo settore di dar voce ai disagi legati alla quotidianità del mestiere. Abbiamo dunque fatto un piccolo giro per intervistare di persona gli addetti al lavoro. O meglio, le addette poiché in tutti i negozi che abbiamo visitato il personale era interamente femminile. E addentrandosi nella conversazione con le impiegate se ne intravedono le possibili ragioni. Era mattina, siamo incappati in diverse piccole boutiques gestite, in quel momento, da giovani ragazze sole. Alla nostra richiesta di porre loro qualche domanda sono state tutte irremovibili nell’allontanarci. Ci siamo dunque allontanati dalle eleganti boutiques coi loro giovani ostaggi. Finalmente siamo approdati in un negozio di abbigliamento del centro Lugano dove abbiamo invece trovato tre ragazze disponibili alla conversazione. Per primissima cosa chiedo della loro formazione scolastica. La prima ragazza, Clelia, spiega d’aver dapprima «frequentato la scuola propedeutica, ma senza portarla a termine». Abbandonata questa scuola ha in seguito conseguito un diploma di vendita. La più giovane in negozio è Valentina che sta facendo l’apprendistato. Ma precisa subito: «a dire il vero non intendo rimanere qui». «Appunto», interviene una terza, Margherita, «io glielo dico sempre di studiare a lei che è giovane e che può farlo». Vogliamo poi sapere se hanno sempre lavorato nei negozi o hanno esperienze in altri settori. Clelia ci spiega di «aver sempre lavorato in piccoli negozi. La mia prima esperienza nel settore della vendita è durata quattro anni. Quella attuale è iniziata quattro mesi fa». E per il futuro? «Chiaramente lavorare nei negozi non è il sogno della mia vita ma, d’altra parte, ci si adatta». È duro questo lavoro? «Devo dire che questo mestiere è molto stancante. A guardar bene se pensiamo alla fatica che sopportiamo dovremmo guadagnare qualcosa di più. Io il più delle sere alle 20:30 sono a letto. Qui lo stress è soprattutto fisico e ho l’impressione che si diventa apatici. Talvolta mi passa persino l’appetito». Ma si cambia spesso posto di lavoro in questo settore? Questa volta è Margherita a spiegarmi che «il turn over dipende dalle condizioni di lavoro che offre un determinato negozio. Professionalmente, è evidente, in questo settore non ci sono sbocchi infiniti. Soprattutto dopo una certa età si cerca di non cambiare più posto di lavoro. In genere cercano giovani donne, preferibilmente di bell’aspetto e che abbiano anche esperienza nel settore. Inoltre è ritenuta molto importante la conoscenza delle lingue, fattore che alle volte è persino più determinante ai fini dell’assunzione». E aggiunge sorridendo «addirittura in un negozio qui del centro cercavano qualcuno che sapesse anche il giapponese». Chissà se staranno ancora cercando… Mi spiegano inoltre che un’ottima credenziale da esibire è quella di aver lavorato per un buon negozio. Cosa si intende per «buon negozio»? Ancora Margherita mi fornisce un breve ritratto di quello che è un negozio di prestigio: «si pensa a negozi del centro dove si vendono abiti firmati oppure negozi specializzati. Negozi rinomati, insomma. Comunque, solitamente, in questi negozi il lavoro è ancora più stressante». Le paghe, come dimostrava l’indagine del Sei sono in genere basse, spesso al di sotto dei 3000 franchi netti il mese. Domando loro dunque come riescano a sbarcare il lunario e quale sia la loro situazione familiare. Clelia vive ancora in famiglia e, aggiunge, «la mia situazione è, tutto sommato, privilegiata». Il problema si porrebbe se dovesse vivere sola: «contando esclusivamente sul mio attuale stipendio farei davvero fatica. E si tratta di 2800 franchi netti al mese per un orario a tempo pieno». Invece Margherita è sposata e madre di un figlio di tre anni: «lavoro part time, quattro giorni la settimana. Fortunatamente guadagna anche mio marito perché neppure io ce la farei a vivere da sola. Neppure se lavorassi a tempo pieno». E col bimbo come fa? «Io ho il privilegio, previo accordo particolare, di finire sempre alle 18:00. Quindi vado a prendere mio figlio all’asilo nido. Mi dispiace ma per forza devo piazzarlo lì. In questo asilo poi li tengono a partire da tre mesi e ci sono molti figli di madri che lavorano». Abbiamo toccato il tema scottante degli orari di lavoro, qualche commento in proposito. Clelia racconta che nel negozio dove sono impiegate gli orari «si riferiscono ai negozi vicini. O addirittura ci si conforma agli orari dei grandi magazzini». L’argomento cattura l’attenzione di Valentina che aggiunge, infervorata, «io trovo assurdo, per esempio, che il sabato mattina si apra già alle 9:00. Tanto qui fino alle 11:00 non si vede nessuno. È chiaro: vendiamo vestiti. Per i grandi magazzini è diverso, hanno un altro tipo di clientela. Ma i padroni non hanno ben presente cosa significa stare in negozio un’ora o due in più quando si è stati tutto il giorno in piedi». Una vera spina nel fianco per le venditrici quella del dover stare in piedi così a lungo. Anche Margherita dice la sua: «poi dicono di voler aumentare gli orari di lavoro. Questo senza assumere ulteriore personale ma giocando con quello che già hanno a disposizione. Quanto agli orari, a Pasqua abbiamo fatto la prova di tenere il negozio aperto fino alle 18:00 ma, a dire il vero, in quell’ora supplementare non si vedeva l’ombra di un cliente». Lasciamo il negozio di vestiti ed entriamo in un negozio di articoli per l’infanzia. Stesso scenario: anche qui tutte donne. In questo negozio tutte le ragazze hanno il diploma di venditrice, tranne Lorella che ha un diploma di modellista della calzatura conseguito a Milano. Inoltre c’è Rosalba che, dopo i primi due anni di apprendistato di vendita, ne ha fatto un terzo di impiegata di vendita: «col diploma del terzo anno è possibile formare apprendisti oppure prendere la gerenza di un negozio. In più c’è la possibilità di andare a lavorare in ufficio, in banca». E quando affrontiamo l’argomento paga Rosalba è l’unica a dichiararsi soddisfatta, pur vivendo da sola. Forse un beneficio accordatole in virtù di quell’anno di scuola in più. La situazione è diversa per Lorella: «non ritengo la mia paga adeguata in proporzione a tutto il lavoro che svolgo. Qui non fai solo il lavoro da commessa: devi conoscere la merce, devi saper trattare coi clienti, scaricare i camion con la merce nuova che arriva, fare la cassa, fare i conti». Vive sola Lorella? «Sono sposata, senza figli e vivo con mio marito. Abito in Italia». Si presume che ci siano dei vantaggi a lavorare in Svizzera ed abitare in Italia... «Molti pensano che con uno stipendio percepito in franchi e poi convertito in lire si vada a fare una vita da nababbi in Italia. Non è vero: abbiamo anche molte spese. Ci sono i costi per il trasporto: abbiamo due macchine (visto che io e mio marito abbiamo orari diversi), dunque ci sono due posteggi in centro da pagare, i pranzi fuori casa. Sono spese che incidono, soprattutto su un salario basso». Quindi se abitassi sola? «Vivrei sotto i ponti! Già solo per pagare un affitto…», esclama Lorella. Le colleghe intanto fanno ampi cenni di consenso. Claudia invece dichiara di percepire una paga «a norma di legge». Ma non vive sola neppure lei. «Finanziariamente mi aiutano i miei genitori», ammette, «se no sarebbe impossibile. Ho fatto i conti: per poter vivere dignitosamente non basterebbe. Se comincio a dedurre dallo stipendio affitto e cassa malati mi resta ben poco». Invece Rita è «un’ausiliaria a tempo pieno», cioè lavora ad un orario fisso ma è pagata a ore. Con una paga «non adeguata considerando gli anni di esperienza nel settore». Rita è sposata ma senza prole e quindi prosegue con la consueta litania «non potrei vivere se non ci fosse anche mio marito che guadagna». Sempre discutendo dell’argomento paga Claudia si lamenta: «guadagno meno di una cassiera della Migros. Non lo dico a caso, lo dico perché ho delle amiche che fanno le cassiere». Con una nota positiva: «però guadagno meglio di una cameriera». Claudia ha un contratto lavorativo particolarmente infelice: «sono pagata ore. Ho un orario fisso, prestabilito. Il problema è che quando non lavoro non sono pagata quindi durante le vacanze e assenze per malattia. In genere pondero molto l’opportunità di stare a casa quando sono ammalata perché non mi conviene perdere troppi giorni di lavoro». Visto il contratto poco favorevole le chiedo se non le piacerebbe cambiare perlomeno negozio. Claudia scuote la testa: «ho visto di peggio. Prima ho lavoravo in un altro negozio per 13 franchi lordi l’ora». Sul fronte delle paghe abbiamo capito che la situazione è precaria, se non proprio deludente, su quello degli orari di lavoro le intervistate sembrano unanimemente soddisfatte. Lorella per prima: «gli orari sono buoni, lavoriamo 42 ore la settimana. Ogni tanto c’è qualche straordinario da fare ma è remunerato in termini di soldi o tempo. La strategia migliore è di farseli risarcire in tempo libero perché i piccoli supplementi di paga svaniscono in trattenute». Pure positivo il fatto di non aver «problemi di aperture straordinarie». E però dobbiamo sempre avere presente quale sia il lavoro di commesse e venditrici: il tempo del lavoro lo si passa per lo più in piedi e quasi mai seduti. E infatti questo punto dolente affiora di nuovo. Lorella racconta che «anche quando non ci sono clienti c’è sempre da fare. Non si può stare sedute. C’è la merce da ordinare in magazzino, da mettere negli scaffali». Intanto Rita ci mostra una pesante cassettiera: «vedi quella? È pesantissima e dobbiamo sempre spostarla noi. Mica ce lo fanno i camionisti questo servizio». Continua Claudia: «spesso la sera sono distrutta, ho le gambe a pezzi e così mi metto subito a letto». Possibile che non abbiano la possibilità di sedersi di tanto in tanto... «I padroni non vogliono», dice Rita sconsolata, «in ottica aziendale non sta bene vedere una commessa seduta». Sedersi è un lusso concesso solo alle impiegate delle boutiques. E cosa possono raccontare del rapporto con la clientela? Claudia osserva che «quanto ai contatti con i clienti noi potremmo scrivere dei libri straordinari! Capitano spesso clienti arroganti. E, in quei casi, da parte nostra ci vuole una pazienza infinita. Alcune persone vedono la commessa come quell’essere sempre sorridente a loro completa disposizione. Ma alle volte noi siamo proprio stanche». Una cosa ha notato: «spesso i clienti più gentili sono quelli che a loro volta lavorano in questo settore». Su questo punto Rita ha una sua spiegazione da esporci: «non ci sono più le venditrici che dovrebbero esserci dotate di cordialità e voglia di vendere. Ho l’impressione che questo accade per la motivazione di chi lavora e per le condizioni in cui ci si trova a lavorare».

Pubblicato

Venerdì 5 Ottobre 2001

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